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 2007  marzo 24 Sabato calendario

Quel titolo innanzitutto: «Che bel viso peccato». E subito dopo quella dedica in epigrafe: «A mia madre e a mio padre per avermi regalato la vita»

Quel titolo innanzitutto: «Che bel viso peccato». E subito dopo quella dedica in epigrafe: «A mia madre e a mio padre per avermi regalato la vita». Se poi a questi due segmenti se ne aggiunge un terzo, il sottotitolo («La mia vita con l’ handicap») ecco che in sintesi vien già fuori il senso di questo libro, appena pubblicato per i tipi dell’ editore Donzelli da Ileana Argentin, consigliere delegato per l’ Handicap del Comune di Roma, diessina, classe 1963, consigliere comunale di lungo corso, eletta la prima volta nel 1997 con Francesco Rutelli sindaco. «Che bel viso peccato» è frase ricorrente, oltre che titolo, nelle cento pagine di questo volume, autobiografia appassionata e priva di ipocrisie in cui l’ autrice racconta di sé stessa senza tabù, con (molta) ironia e autoironia, e con la consapevolezza «che la disabilità è uno status di vita, non una malattia». L’ obiettivo è farlo capire agli altri (nella sua attività quotidiana di amministratore, oltre che in queste pagine). Non ama i giri di parole, Ileana. Detesta le perifrasi attenuative, la maschera della compassione («Che bel viso... peccato»), ma da donna intelligente comprende anche le difficoltà degli altri. Gli altri, appunto: «Quando hanno a che fare con me - scrive - non devono essere impacciati o necessariamente spavaldi, basta essere spontanei. Dovrebbero imparare dai bambini in questo. Quando vado al supermercato o a fare una passeggiata, i ragazzini fanno domande e mi indicano, le mamme cominciano a tirarli via e a dirgli di stare zitti, ma è un atteggiamento sbagliato. I bambini non sanno e chiedono: basterebbe dare loro una spiegazione». Donna realmente intelligente, Ileana (che tra le altre cose ha due lauree), ma non intelligente in quanto disabile, altra equazione tanto diffusa quanto insincera: « assolutamente demotivante, per chi vive uno stato di handicap, essere considerato sempre un supergenio. Tra i diversamente abili ci sono i capaci e gli incapaci, i belli e i brutti, gli intelligenti e gli stolti, i buoni e i cattivi...». «Che bel viso... peccato»: quante volte in vita sua l’ autrice si è sentita dire questa frase? Tante. Ma Ileana è una che non apprezza «i buffetti sulle guance o chi mi accarezza la testa in senso pietoso o caritatevole. Io sono Ileana. Disabile ma felice»: «I miei primi mesi da consigliere - racconta - furono entusiasmanti anche se, per i miei colleghi, rimanevo quella a cui dare buffetti sulla guancia e carezze sulla testa. Ci vollero anni per far cambiare questa lettura. Ci riuscii quando un mio collega dell’ opposizione, Sabbatani Schiuma di An, in una riunione consiliare mi vide come il nemico a causa dei nostri pareri contrastanti e cominciò a insultarmi fino a liberarmi dal ruolo della poverina, così cara a tutti, con un sonoro vaffanculo». Ma il libro della Argentin, va detto, non è solo un documento di vita, bensì un vero e proprio romanzo breve con una sua ricercata costruzione letteraria (a scrivere è sempre Ileana, ma a parlare di lei, nel libro, ci sono anche le voci-capitolo della madre, del padre, della sorella, dell’ attuale compagno, del suo cane). Nel volume è inoltre riscontrabile un afflato narrativo che attraverso il genere autobiografico sconfina nel ritratto generazionale: oltre alle note non scontate su alcuni dei protagonisti della scena politica capitolina - da Rutelli a Veltroni fino a Nunzio D’ Erme - tra le pagine si ritrovano infatti spaccati di una certa Roma anni Settanta nonché vizi&virtù di una generazione: scuola media dalle parti di Corso Francia, liceo scientifico XXII (liceo «caldo» ai tempi), manifestazioni, collettivi, Autonomia operaia, spese proletarie, spinelli, De Gregori, Led Zeppelin e un Claudio Baglioni da ascoltare rigorosamente di nascosto («sono convinta - si legge - che questa verità nascosta è anche quella di molti altri della mia generazione»). Il libro muove dall’ infanzia di Ileana, a cui fin da piccola diagnosticano una «amiotrofia spinale» scambiata inizialmente per poliomelite. Ma la cronaca della malattia si intreccia inevitabilmente ai ricordi: una grande casa, i giochi di bambole sul lettone dei genitori, i pomeriggi al cinema vedendo film western con una nonna profumata di borotalco che tappa gli occhi delle nipoti nelle scene di baci, una madre straordinaria (gran protagonista del libro) che maschera la bombola d’ ossigeno, di cui la bimba ha paura, da cappuccetto rosso. Muove dall’ infanzia, il libro, e arriva all’ oggi, senza mai tralasciare il piglio civile, politico, battagliero che ha caratterizzato l’ intera esistenza dell’ autrice, da sempre in prima linea contro le barriere architettoniche e per i diritti dei disabili, ma anche pienamente consapevole del messaggio contenuto nell’ articolo 3 della Costituzione (tutti devono essere uguali davanti alla legge al di là delle differenze): «Nella mia vita ho capito fin dai vent’ anni che mentre i disabili, pur essendo diversi, fa tendenza frequentarli perché si è più buoni o perché dietro di loro c’ è un segno divino, altre differenze come la tossicodipendenza, l’ omosessualità, la povertà, vengono rifiutate a priori perché sporche e cattive». Sassi Edoardo