Pino Corrias, la Repubblica 8/11/2007, pagina 25, 8 novembre 2007
Cuffia imbottita per proteggersi dal tuono. Gambe larghe. Scarrellare il colpo in canna. Braccia non tese
Cuffia imbottita per proteggersi dal tuono. Gambe larghe. Scarrellare il colpo in canna. Braccia non tese. Impugnare a due mani. Con calma. Mettere in linea la tacca di mira e il mirino sul bersaglio da dieci. Mai chiudere un occhio, come nei western, non scherziamo: tutti e due gli occhi bene aperti. Respirare. Non pensare: istinto. Ci siamo. Siamo nel poligono di tiro di Como. Duemila tesserati. Cuore d´Alta Brianza con villette sparse protette da telecamere a circuito chiuso, tangenziali pattugliate da polizia locale, telegiornali ansiogeni con la contabilità degli assalti e degli arresti, centri commerciali color pistacchio a movimentare la vita standard di buon reddito, ma avvelenata da nervi tesi come un´unica, collettiva, corda di violino. «Bella come un violino, la prenda in mano, provi» mi dice Alberto Arrighi, atletico, rasato, con Beretta 9 millimetri al fianco, addestratore di Gis e Nocs, titolare d´armeria nel centro vellutato di Como, vetrine cariche di scarpe, di mobili, di gioielli, rigirandosi tra le dita l´acciaio nero della Heckler & Koch, 9x21 bifilare, 15 colpi, che volendo ci puoi tirare giù un muro, fermare un´auto in fuga, salvarti la pelle, e naturalmente rovinarti per sempre il cuore e la vita. Secondo i dati di Giovanni Aliquò del Dipartimento Armi e esplosivi, del ministero dell´Interno, 4,8 milioni di italiani posseggono un´arma da fuoco corta o lunga, da caccia, da tiro a segno, da difesa. O da purissima paranoia, come ha dimostrato il soldato Angelo Spagnoli, quello di Guidonia, che da quindici anni andava a nanna con una carabina Marvin, due Remington a pompa calibro 12, una Beretta 22, una Smith &Wession 357, 300 colpi, sacchetti di sabbia, trappole esplosive. E che nell´ultima domenica della sua seconda vita (quella sigillata dal filo spinato della solitudine) ha deciso di usare, tutte insieme, per uccidere due poveracci a caso, ferirne una mezza dozzina e svegliare il mondo. Il mondo ha i nervi scoperti. Fantasmi d´oltre frontiera si materializzano nella notte. Assaltano, rubano, uccidono. Come i coniugi Pellicciardi, custodi di una villa a Gorgo, dalle parti di Treviso, torturati a morte lo scorso agosto. Basta quel riverbero di crudeltà, con l´arresto dei presunti colpevoli, due albanesi e un rumeno, a caricare di massima minaccia qualunque dettaglio di cronaca - dal furto d´auto, allo scippo - come un eco che si propaga, una insicurezza che diventa collettiva. Nove italiani su dieci, rivela l´ultimo sondaggio Demos fatto dopo l´omicidio di Giovanna Reggiani, aggredita tra le sterpaglie e il buio di Tor di Quinto a Roma, pensa che la criminalità sia cresciuta. La metà è convinta che gli immigrati siano una minaccia. Servono a quasi nulla i dati veri, che ridimensionerebbero l´allarme, il confronto con gli altri Paesi europei, o addirittura con gli Stati Uniti, dove, anche in proporzione, i 621 omicidi del 2006 in Italia sono una quota piccolissima dei 22 mila morti ammazzati americani. Le televisioni ci imbottiscono i rotocalchi del pomeriggio. I giornali sparano titoli cubitali. La politica ci campa. E gli italiani adottano contromisure. Racconta Arrighi, l´armiere: «Vengono da me, vogliono armarsi, perché la moglie, la notte prima ha sentito dei rumori. Perché un vicino ha visto gente sospetta. Perché la tv ha detto che siamo tutti in pericolo. Perché non si fidano più del Pit Bull e delle telecamere a infrarossi». Clima già vissuto, da queste parti, nei duri Anni Settanta, stagione delle Brigate rosse e specialmente dei sequestri di persona, una trentina, vittime passate dalla cronaca alla storia nera d´Italia, la figlia della famiglia Ratti, re della seta, quello tragico di Cristina Mazzotti, uccisa e abbandonata in una discarica. Ferocia di una malavita scombinata e domestica. Secondo i numeri della Polizia di Stato, 34 mila persone possiedono il porto d´armi, più 50 mila guardie giurate, più 800 mila cacciatori, più 178 mila per il tiro sportivo (erano 108 mila sette anni fa). Altri 3 milioni di italiani hanno denunciato la presenza di armi in casa, magari ereditate, magari inservibili. Oppure appena comprate, specialmente nel Nord, in quel pulvisocolo di città infinita, di super-luogo privo di identità, a estrema difesa dell´ultimo perimetro rimasto, il più inviolabile: quello vitale. «Cosa ci fanno con un´arma in casa? Per fortuna quasi nulla» mi spiega il colonnello dei carabinieri Filippo Scibelli, l´ufficiale che ha indagato su Olindo e Rosa, i killer dei vicini di casa di Erba che per uccidere hanno usato una sbarra di ferro, un coltello da cucina e il loro formidabile rancore. Dice il colonnello: «Parenti e amici mi chiedono se devono armarsi oppure no. Li sconsiglio tutti. Sempre. Meglio uno spray antiaggressione. Perché gestire un´arma da fuoco è molto difficile, ci vuole tempo, addestramento, automatismi. Ed è facilissimo che ti si rivolti contro. Specialmente quando corre l´adrenalina del pericolo». L´adrenalina che allaga il buio di una notte, rumori tra la sala e il giardino, ombre in movimento, il cuore che rimbomba. «Provi a immaginare quell´istante» mi spiega l´armiere Arrighi mentre inserisce proiettili luccicanti nel caricatore del suo violino. Dice: «Primo insegnamento, la pistola non e´ un pezzo di ferro. E´ geometria dinamica. E´ potenza. E´ potere assoluto. Ti cambia l´assetto, lo sguardo, la percezione dello spazio, tutto. Ma è anche una magia, che se in quel momento di tensione suprema ti sfilano di mano, ed è facilissimo, specie nella corta distanza di una casa, ti si rovescia addosso come una maledizione, come un drago che ti ucciderà all´istante». E´ una magia che può anche imprigionarti. Mi ha raccontato Giovanni S. capo-pattuglia Volanti, Como e provincia: «Ricordo una notte di gennaio. Tre e mezza, freddo cane. La centrale operativa ci spedisce a tutta velocità in un condominio di Tavernerio, allarme per effrazione e forse furto. Nel tunnel nero dei box troviamo un tizio piantato al centro. Armato. E´ la vittima, il padrone di casa. Grida: andate via! Sta in pigiama e trema. Gli dico, si calmi, polizia! Lui niente, tiene sotto tiro il corridoio, cioè noi. Abbassi l´arma! Chi siete? Polizia, si calmi! Insomma ci sono voluti un bel po´ di minuti per staccargli la spina e metterlo seduto a raccontare». Dicono i molti investigatori che lavorano a tempo pieno sugli assalti alle ville che la bande fanno quasi sempre sopralluoghi prima del colpo, calcolano il minimo del rischio, non hanno interesse a barricarsi o a rivelarsi. Scelgono quasi sempre le prime ore dell´alba. Rubano e fuggono. Salvo eccezioni. «Ma in quelle malaugurate eccezioni - mi dice il colonnello Livio Criscuolo, comandante della Compagnia di Varese che ha sgominato con successo un paio di bande di albanesi specializzate in ville - essere armati serve a poco o nulla. La determinazione dei cattivi è infinitamente più efficace della paura delle vittime». Noi siamo le vittime. Accalcate in questo corridoio del poligono di tiro che puzza di cordite. Dieci finestre sulle sagome. Paratie in cemento tra una postazione e l´altra. Bossoli che rotolano per terra. Armi che fanno fuoco in sequenza. Prima di entrare, al Bar del Tiratore, ho incontrato un paio di commercianti, un imprenditore, un avvocato. Niente nomi, per carità. Pero´ racconti tutti uguali, finestre in frantumi, allarmi che svegliano la notte, paura. L´avvocato è quello che la sa più lunga: «I veri cattivi sono i moldavi e i romeni. Non hanno paura di niente. Hanno fame di soldi, belle donne e bella vita. Sono predoni. Sono sempre in caccia». Un anno fa, dieci anni fa, le bestie nere erano gli albanesi. Epoca degli sbarchi in massa al porto di Bari. Prima ancora i marocchini da strada. Dall´11 di settembre gli islamici che secondo il pittoresco assessore lombardo di Alleanza nazionale, Piergianni Prosperini, sgozzano per indole, «per modalità culturale». Ora tocca ai romeni entrare nel girone dei reietti. Arrighi, l´armiere, ti dice che con certe idee è meglio stare lontani dalle armi. Le quali hanno sempre il potere di realizzare l´incubo peggiore. «Se chi spara e uccide per difesa è una persona normale - mi racconta il criminologo Massimo Picozzi - vivrà per sempre nel rimorso. Consumato dal sospetto che avrebbe potuto fare diverso, abbassare la mira, accontentarsi della fuga». Secondo Arrighi due terzi del potere di un´arma è nella dissuasione e un uomo ben addestrato lo sa. «L´ultimo terzo nel rumore». Dice: «Si chiama shock acustico. Dopo un colpo sparato in aria dentro una casa, il novanta per cento delle persone scappa, coprendosi le mani con la testa, matematico». Tutti dissuadono. Ma le armi circolano eccome. Dieci milioni - incluse quelle inservibili, ma escluse le clandestine di malavita - secondo i calcoli approssimativi della polizia. Magari perché «sono una protesi che rassicura» come dice Picozzi. Oppure perché vengono intese come un "diritto naturale" secondo il vangelo della (molto insanguinata) frontiera americana, e certi onorevoli della Destra, per esempio Melchiorre Cirami: «Bisognerebbe riconoscere a ogni cittadino il diritto naturale all´autodifesa, restituendogli la sovranità almeno nel proprio domicilio». Era il dicembre del 2002, si era appena accesa l´ennesima emergenza per gli assalti alle ville, stavano al governo, ma non accadde nulla. Il nulla, adesso sta sulla linea di tiro. Dritta fino al bersaglio. Primissimi rudimenti del CQB, Close Quarter Battle, battaglia in un spazio chiuso, che poi sarebbe «come muoversi in tutta sicurezza, con un´arma in mano, dentro a un ambiente potenzialmente ostile: casa propria durante un assalto». Come è accaduto tre settimane fa, in provincia di Padova, nella villa del gioielliere Sinopoli, fratello del celebrato maestro d´orchestra, banditi messi in fuga dal cameriere filippino con dieci colpi esplosi, nessun ferito. Muoversi con il dito sul grilletto, le sicure disattivate, ma l´intenzione di non sparare mai, se non "come ultimissima ratio". Il difficile sta proprio qui. Niente a che vedere con i campi legali di addestramento - molti in Lombardia, Veneto, Toscana - dove "si ingaggia all´aperto", contro sagome fisse o mobili, dove conta il volume di fuoco, il tiro di precisione e i molti appassionati assaporano il brivido acido della guerra in banda, che talvolta chiamano gioco. Qui conta la solitudine. Imparando come tenere un´arma vicino al petto. La canna verso terra. Lo sguardo mobile a percepire movimenti. Per poi puntare veloce. Un attimo, solo. Tornando subito alla posizione di attesa. «Vuole provare a sparare?». Adesso la Heckler & Koch è carica, tre colpi in sequenza. «Così vediamo che effetto le fa». Come no. Scarrellando il primo colpo in canna. Sapendo che tra un attimo la carica esplosiva del proiettile, colpito dal cane, entrando nel vivo di culatta, passerà dallo stato solido a quello gassoso. In una frazione di secondo. Con un lampo che acceca. Con una rotazione nella canna rigata a stabilizzare il tiro. Con una spinta d´uscita da 390 metri al secondo. Con il tuono che arriverà subito dopo, quando è già troppo tardi. Pino Corrias