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 2007  novembre 08 Giovedì calendario

Facendo il cambio tra ducati ed euro, calcolando l’inflazione di mezzo millennio, forse non saremmo ancora alla cifra record contestata a Valentino Rossi

Facendo il cambio tra ducati ed euro, calcolando l’inflazione di mezzo millennio, forse non saremmo ancora alla cifra record contestata a Valentino Rossi. Ma se Visco fosse vissuto nel Cinquecento avrebbe colto in fallo un altro vip: Tiziano. Il pittore che incarnò la gloria e lo splendore della Serenissima, l’artista corteggiato dall’Impero e dal Papato, non pagava le tasse. O almeno non come avrebbe dovuto. Il grande critico d’arte tedesco Erwin Panofsky definiva le sue dichiarazioni dei redditi «un capolavoro dell’evasione». Non c’è dubbio che la disinvoltura con cui Tiziano eludeva il fisco imbarazzò a lungo i Dieci savi della Magistratura veneziana. E oggi alimenterebbe la polemica tra il viceministro dell’Economia e il governatore Galan sull’antistatalismo dei veneti. La mostra Tiziano – L’ultimo atto, aperta fino al 6 gennaio a Belluno e Pieve di Cadore, fa riemergere con due documenti questo aspetto poco conosciuto. Il primo è la dichiarazione dei redditi del 1566, il secondo, risalente al 1573, è un’accorata lettera di contestazione dell’artista per le numerose multe inflittegli. Multe, peraltro, non pagate. E che costringeranno il figlio Pomponio, dopo la sua morte nel 1576, a un patteggiamento. «Non c’è dubbio che Tiziano fosse molto ricco – spiega il curatore Lionello Puppi, che ha ritrovato e messo a confronto i due documenti ”. Le ricerche sono ancora agli inizi, si sa che diede all’amatissima figlia Lavinia una dote di 1500 ducati, trattandola al pari di alcune giovani esponenti delle grandi dinastie veneziane. Si può stimare un reddito annuo tra gli 800 e 1200 ducati. Come il Veronese, che però pagava regolarmente le tasse; di più del Tintoretto, molto di più del Palladio. Ma la sua ricchezza non veniva principalmente dall’attività di pittore che peraltro la Serenissima non tassava. Certo, i patrizi e i mercanti pagavano bene le tele e inoltre lui avviò, incitato dalle piazze del Nord Europa, un business di incisioni sui soggetti che dipingeva. Ma gli imperatori Carlo V e Filippo II, pur adorandolo, lo fecero lavorare praticamente gratis». Perfidi i Farnese, famiglia a cui apparteneva il papa Paolo III del celebre ritratto: gli promisero i benefici di una ricchissima abbazia presso Vittorio Veneto, ben sapendo che non avrebbero potuto far nulla per rimuovere l’abate a cui spettavano. Comunque Tiziano godette di altri benefici ecclesiastici. Che però, sempre con l’intento di dichiarare di meno, aveva fatto intestare a Pomponio. Un vero prestanome. «Il grosso del patrimonio veniva dalle proprietà che sfruttava ed espandeva da vero imprenditore – spiega Puppi ”. Sorprendente come fino a tarda età Tiziano sia riuscito a far convivere la frenetica attività artistica con questo secondo lavoro. Possedeva numerosi campi e boschi tra Cadore, Comelico e Pusteria, due segherie a Perarolo, un magazzino per la raccolta della legna a Venezia, altri immobili nel Trevigiano, una casa a Conegliano, un’altra a Colle di Manza e naturalmente un bellissimo appartamento in Laguna a Cannaregio, con grandi dipinti, libri preziosi, reperti archeologici, tessuti damascati». Molti dei possedimenti non sono dichiarati e per quelli denunciati all’erario Tiziano minimizza il loro effettivo valore. Così ad esempio dalla casa natale di Pieve non trae alcun profitto e le segherie di Perarolo sono cadenti e messe a rischio dalle piene del Piave. I documenti su Tiziano aprono un nuovo filone di ricerca sulle situazioni patrimoniali di grandi artisti di altre epoche. «Non si tratta di fare gli sceriffi della storia – spiega Puppi ”, ma di dimostrare che dovevano "sporcarsi le mani" nella società». Anche con l’antico vizio italico dell’evasione.