Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  novembre 08 Giovedì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

TIMISOARA – «Porco schifoso, usurpatore». Per una banale questione di parcheggio nella città vecchia, anche l’imprenditore virtuoso e acculturato finì nel calderone degli «italiani puttanieri». Succedeva qualche settimana fa, un banale alterco, una questione di precedenze.
Ma Gianluca Testa ha preso quell’episodio come il segnale della mutazione in atto nei rapporti tra «noi» e «loro». «Io ho sempre ripetuto a tutti che il nostro più grande errore è stato l’atteggiamento del colonizzatore. Molti italiani sono venuti qui fregandosene di tutto, imponendo le proprie regole. Per tacere della vita notturna».
Ai tempi non lontani della delocalizzazione selvaggia Timisoara venne definita l’ottava provincia del Veneto. Adesso che la festa è finita, gli imprenditori mordi e fuggi sono andati verso lidi ancora più sfortunati, in cerca di manodopera e strutture a costi sempre più bassi. E hanno lasciato in eredità una bella dose di rancori a covare sotto la cenere. «Yankee go home» è la scritta che fino a ieri campeggiava sul muro davanti ad una discoteca dove gli italiani in trasferta sono soliti divertirsi. Gli yankee siamo noi. Sui vetri di una filiale della Banca SanPaolo ad Arad, la città «gemella» di Timisoara, è apparso un «Farà italieni», via gli italiani, in vernice rossa.
Il clima di intolleranza bilaterale seguito alla morte di Giovanna Reggiani in questo angolo d’Italia romeno può assumere la forma di una resa dei conti. Seduto ad una scrivania spoglia, il capo dell’Ufficio del lavoro Stefan Erdely se la ride. «Voi italiani avete molto da farvi perdonare da queste parti» dice, con tono ammiccante.
Certi segnali di fumo che si intravedono all’orizzonte non sono buoni. Nell’edizione locale di ieri, il quotidiano Evenimentul Zilei, il primo giornale romeno, aveva a tutta pagina l’equivalente giornalistico di un ramoscello d’ulivo. Titolo: «Gli italiani di Timisoara sono con i romeni». Svolgimento: parole pacate e di buon senso da parte di Testa e Carlo Marcheggiano, presidente della Norad. Due delle figure imprenditoriali più rispettate da queste parti. A metà pomeriggio la sezione con i commenti all’articolo è stata chiusa, causa troppi insulti. «Romeni unitevi, cacciate gli italiani», «Ladri, bugiardi e perversi, non vi lasceremo più comandare», «Boicottate le loro aziende, rifiutatevi di lavorare per loro», per citare i pochi post che non cadevano nell’osceno.
La festa della delocalizzazione magari è finita, ma Timisoara è tutt’altro che una landa desolata. La città resta ancora una piccola Padova, abitata da diecimila italiani, con 2.300 aziende presenti sul territorio, con un capitale sociale complessivo da 180 milioni di euro, che fanno del nostro Paese il primo investitore straniero nel distretto di Timis. Sono cambiate le attività, e anche gli intenti. «Adesso – racconta il trevigiano Aldo Roccon, titolare di un’azienda di autotrasporti – non si esporta più, ma si scommette sulla Romania, un Paese in crescita, dove c’è quel lavoro che da noi scarseggia». L’immobiliarista genovese Claudio Capitanio, un altro di quelli che qui sono riusciti a inventarsi imprenditori, fa un ragionamento diverso: «La colpa di quel che succede in Italia è anche di quelli pagavano poco e sfruttavano. Il lavoro c’era, ma perché un romeno sarebbe dovuto restare a casa, se in Italia guadagnava dieci volte di più?».
Gianluca Testa, uno che c’è stato fin dall’inizio, in proprio, come amministratore delegato di Zoppas e Flextronics, adesso da consulente aziendale, non nasconde amarezza e preoccupazione. «Il nostro stato d’animo non è dei più tranquilli, e non da ieri. Molti italiani sono venuti e si sono comportati da stranieri, con l’arroganza dei dominatori. C’è il timore che la tragedia di Roma possa essere il pretesto per presentarci il conto. Anche se, ovviamente, i veri cattivi se ne sono andati da un pezzo».