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 2007  novembre 08 Giovedì calendario

CON DATI RELATIVI A PETROCHINA


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO – La febbre sale e la Cina trema. La sua economia continua a viaggiare sull’11% di crescita, sostenuta dagli altissimi livelli degli investimenti e dal surplus commerciale, ma rischia di inciampare sul caro petrolio e di ammaccarsi pesantemente le ossa.
I GIGANTI DEL GREGGIO – Questa volta sono scricchiolii di struttura, non di aggiustamento, e impensieriscono il governo. Lo dimostra un vertice ad alto livello convocato all’improvviso per provare a uscire dall’impasse: le compagnie del settore, Petrochina e Sinopec, sono state chiamate a consulto e «ammonite» perché il gioco si fa davvero duro.
Il carburante in alcune zone della Cina scarseggia e la speculazione è in agguato. Davanti alle pompe della benzina, specie nelle province ricche della costa, si sono formate code lunghissime con tafferugli fra automobilisti, uno è morto. Brutti segnali. Se da un lato il Dragone non può fermarsi, dall’altro deve necessariamente diminuire la velocità di crociera per non trovarsi con le pile scariche. Però, più il tempo passa e più il rallentamento appare una operazione di natura complessa a causa delle sue implicazioni esterne e interne.
SETE DI ENERGIA – Le contraddizioni di sistema proprio in queste ore si manifestano con insolita evidenza nonostante il silenzio dei giornali e delle televisioni. L’industria cinese ha sete di energia e divora greggio (è il secondo importatore dietro agli Stati Uniti e avanti di questo passo fra 20 anni ne importerà tanto quanto Usa e Giappone messi assieme), di conseguenza la sua domanda sui mercati mondiali contribuisce alle oscillazioni delle quotazioni del barile e ciò determina l’irritazione di Europa e Stati Uniti. La Cina ha le tasche piene di valuta ed è sia in grado di sostenere l’impennata sia, grazie alla sua inesauribile diplomazia, di esplorare in ogni angolo del pianeta nuove fonti di approvvigionamento.
IL CARO-BENZINA – Il problema sorge dentro ai suoi confini: Pechino è costretta in patria a tenere sotto controllo il valore della benzina e del gasolio per non alimentare la spirale inflazionistica (il 6,2%), per non penalizzare quei settecento milioni di cinesi che ancora vivono sulle soglie della povertà, per allontanare i pericoli di tensioni sociali che sempre esplodono quando il costo della vita esce dai binari della programmazione. Ma con il barile vicino ai cento dollari l’imperativo di fermare qualsiasi ricaduta al consumo si trasforma in una sfida quasi impossibile. Le società del settore sono prese nel mezzo: non hanno possibilità alcuna di ritocco alla distribuzione (i prezzi sono determinati dallo Stato) e i loro bilanci rischiano di entrare in sofferenza per cui preferiscono chiudere i rubinetti delle pompe. Il popolo delle quattro ruote entra in fibrillazione. Alla fine è una spirale: la Cina che con l’India alza le quotazioni del petrolio ma non riesce a tenerne lontane le conseguenze e a scaricarle solo su Europa e Stati Uniti. Uno scenario inedito.
PAURA INFLAZIONE – Giovedì scorso il governo ha decretato un aumento del 10% della benzina. Decisione sofferta: il costo della vita, specie dei prodotti alimentari, è già in forte ascesa. Se si prospetta un rincaro pure del carburante le proteste rischiano di deflagrare. Il campanello d’allarme è suonato. Tanto più che, nonostante l’intervento, i distributori si sono ritrovati pressoché vuoti. Da qui il richiamo politico a Petrochina e Sinopec.
I due giganti del settore sono stati convocati dalla Commissione Nazionale che coordina le politiche dello sviluppo e delle riforme, l’organo che ha in mano le chiavi del potente motore cinese e che decide come azionare i pedali dell’acceleratore o del freno. La consegna ufficiale è quella di mantenere la calma e di non dare segnali di nervosismo così le notizie filtrano con il contagocce.
LE LOBBY – Ma una cosa è certa, la Commissione ha detto chiaro e tondo alle due compagnie di stare attente: benzina e diesel non devono essere imboscati in attesa di nuovi aumenti e chi violerà le regole «sarà punito». la prima volta che nei piani più alti dove si preparano le strategie economiche emergono problemi del genere. Uno scontro fra governo e lobby del petrolio che dimostra quanto il caro-barile stia producendo effetti indesiderati anche in Cina. Non è un testa- coda di lieve conto.

+163%
L’aumento del valore di Borsa di PetroChina nel primo giorno di scambi a Shanghai, dove è stata quotata lunedì. La capitalizzazione ha così superato Exxon Mobil


20,53
Miliardi di barili
di petrolio: l’entità delle riserve di greggio e gas di Petrochina, la major di Pechino.
Exxon Mobil, prima compagnia occidentale, ne ha 22,9 miliardi


70%
La quota del capitale
di PetroChina, prima compagnia al mondo per valore stimato di mercato, detenuta dal governo della Repubblica popolare cinese. Il resto è in Borsa


+11,5%
La crescita del Prodotto
interno lordo cinese nel terzo trimestre dell’anno, calcolata rispetto allo stesso periodo 2006. Secondo le stime, nel 2008 il tasso di sviluppo sarà del 10%. L’inflazione è al 6,2%


9,5%
Il tasso di disoccupazione
in Cina nel 2006 (ultime rilevazioni disponibili, riportate dall’Economist), due volte tanto il dato percentuale registrato negli Stati Uniti a settembre