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 2007  novembre 01 Giovedì calendario

Il destino del risparmio tra gnomi e giganti. Il Sole 24 Ore 1 novembre 2007. Quanto sta costando all’azienda Italia la crisi dell’industria bancaria? Molto

Il destino del risparmio tra gnomi e giganti. Il Sole 24 Ore 1 novembre 2007. Quanto sta costando all’azienda Italia la crisi dell’industria bancaria? Molto. Troppo: e il boom di profitti degli intermediari del risparmio e del credito non fa che confermarlo. Il caso dei derivati venduti alla pubblica amministrazione è soltanto l’ultimo capitolo di una lunga serie di episodi che hanno profondamente segnato in questi anni il rapporto tra le banche e la loro clientela: cioè le famiglie e le imprese italiane. La lista è lunga. Prima le obbligazioni argentine, poi i crack Cirio e Parmalat, adesso l’indiscriminata vendita dei prodotti strutturati, passando per le anomale turbolenze provocate tra le banche e sui mercati delle scalate del 2005. E senza dimenticare che - sebbene non nella misura catastrofica del comparto subprime negli Usa - anche a parecchi italiani sono stati concessi mutui immobiliari incompatibili con gli standard di un sistema finanziario sano. Una banca troppo preoccupata dei suoi utili di breve termine può danneggiare una famiglia non solo gestendo male i suoi risparmi, ma anche spingendola a indebitarsi troppo e senza adeguate copertura dei rischi. Di molte di queste vicende - se non di tutte - ha puntualmente finito per occuparsi la magistratura. Ma l’allarme principale resta quello che proviene dai mercati: sull’inefficienza dei servizi finanziari, sulle deludenti performance dell’asset management fino all’alto costo del denaro per le imprese. La raccolta dei fondi comuni in Italia è negativa in modo quasi strutturale. Nei giorni scorsi il Centro studi della Confindustria ha documentato che l’onda della crisi dei subprime si è abbattuta su almeno la metà delle imprese italiane sotto forma di aumenti dei tassi d’interesse. Ora anche anche le massime autorità finanziarie nazionali hanno certificato che i rischi per la credibilità dell’intero sistema creditizio sono reali e potenzialmente gravi. E il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato al numero uno dell’Acri Giuseppe Guzzetti in occasione della Giornata mondiale del risparmio, è stato esplicito: «Il grande sviluppo dei mercati finanziari rende indispensabile l’adeguamento della tutela dei risparmiatori, che è prescritta dall’articolo 47 della Costituzione, attraverso un costante miglioramento del sistema di regole ed istituzioni». Sulla stessa linea d’onda, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa preme per rafforzare la cooperazione tra authority: in Europa una vigilanza coordinata «deve saper rispondere con prontezza alle sfide che si pongono nel medio e lungo termine, soprattutto in caso di crisi con effetti sistemici transfrontalieri». E il nodo può forse essere sciolto con l’istituzione di «un’autorità sovraordinata, che abbia la capacità di disporre, e se necessario anche di imporre, un coordinamento efficace e tempestivo». Ma il Governatore di Banca d’Italia ha idee non meno chiare in proposito. Sempre intervenendo alla Giornata del risparmio, Mario Draghi non ha usato mezzi termini: «Il rapporto predominante con il cliente italiano si è rivelato punto di forza. Occorre riconoscere il valore di questo rapporto e progredire ancora nella costruzione di una relazione trasparente e benefica per tutte le parti interessate». Ha poi aggiunto: «I fondi comuni aperti mostrano da tempo un andamento insoddisfacente. Dal 2002 al 2006, mentre il patrimonio dei fondi europei è aumentato del 76%, quelli collocati in Italia sono cresciuti del 31%, meno della metà». I prodotti esteri - ha spiegato il Governatore - godono di significativi vantaggi fiscali ma questo handicap non basta a spiegare la lentezza dello sviluppo complessivo del mercato: «La qualità delle gestioni, per esempio, non di rado è insoddisfacente rispetto ai costi». Insomma, l’Europa serve ma è opportuna anche una profonda riflessione interna. evidente che solo una maggiore trasparenza delle condizioni, la concorrenza fra banche, un’attenzione per la clientela e la consapevolezza di quest’ultima possono contribuire alla riduzione dei costi e consentire margini di miglioramento. L’applicazione della direttiva Mifid, per esempio, cambierà certamente il rapporto tra banca e risparmiatore rendendolo più adeguato ai cambiamenti avvenuti sui mercati finanziari e conforme agli obiettivi europei. Ma fermarsi qui sarebbe certamente sbagliato. Il sistema bancario italiano è reduce da un importante processo di privatizzazione e concentrazione: più radicale ed efficace di quello ad esempio realizzato in una realtà come quella tedesca. Questo ci ha consentito finora di reggere il confronto con altri sistemi concorrenti e di questo va dato merito sia ai banchieri più dinamici, sia (come ha riconosciuto ieri Draghi) alle grandi fondazioni. Ma la rincorsa ha avuto sicuramente un costo in termini di concorrenza domestica: Intesa Sanpaolo e UniCredit - le costruzioni finali di un quindicennio di riassetto - detengono oltre il 50% del mercato interno in molti segmenti. E questo sistema bancario sostanzialmente dualistico (duopolistico?) non ha praticamente confronti in Europa. Nella stessa Spagna il bipolarismo Santander-Bbva è competitivo ma non conflittuale ed è inframmezzato dal ruolo forte della Caixa di Barcellona. Sono non a caso Bbva e Caixa gli azionisti stabili di quella Telefonica che si è aperta un varco tra i soci bancari nazionali di Telecom, azienda strategica del sistema-Italia. Qui i dissensi tra Mediobanca (che ha UniCredit come socio-guida) e Intesa stanno bloccando l’assestamento del management ed è palpabile l’impressione che tra i banchieri la disputa sia di puro potere, lontano dalle questioni reali di strategia industriale. Peggio sarebbe poi se i due poli bancari adottasero politiche commerciali collusive a scapito di milioni di clienti, riservandosi poi lo scontro aperto solo sugli scacchieri della grande finanza e della politica. Credito e istituzioni che, una volta di più, sembrano sotto pressione giudiziaria. E questa è tradizionalmente la situazione meno indicata per top manager che debbano decidere con serenità il futuro di grandi istituzioni finanziarie. In un quadro dominato dall’incertezza - se non dalla confusione - questo sarebbe certamente lo scenario meno augurabile perché le guerre fratricide non sono mai sinonimo di quella concorrenza che resta l’unica medicina che può consentire all’Italia di uscire dal suo lento ma inevitabile declino. Edoardo De Biasi