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 2007  novembre 04 Domenica calendario

Edward Hopper. la Repubblica, domenica 4 novembre In silenzio. «Parlare con lui», disse una volta sua moglie Josephine Nivison, «è come lanciare una pietra nel fondo di un pozzo, la senti andare a fondo»

Edward Hopper. la Repubblica, domenica 4 novembre In silenzio. «Parlare con lui», disse una volta sua moglie Josephine Nivison, «è come lanciare una pietra nel fondo di un pozzo, la senti andare a fondo». E il suo amico John Dos Passos, l´autore di Manhattan Transfer: «Stava seduto nello studio per ore bevendo tè. Ogni tanto sentivo che era sul punto di dirmi qualcosa, ma poi non lo faceva». In silenzio e lentamente. Edward Hopper ha guardato l´America e ha visto il cuore di noi che guardiamo. La luce dei suoi quadri, dilatata e obliqua - che immobilizza l´interno notturno di un bar, la casa isolata sull´oceano, la stazione di benzina, la stanza di un motel, lo scompartimento di un treno, uomini e donne che aspettano - racconta l´ombra che ci portiamo dentro. E la vertigine che la circonda. Il suo mondo di spazi e silenziose circostanze ci è familiare anche se non l´abbiamo mai visto prima. Ha i colori reali e la potenza dei sogni che ci svegliano, ma mai di soprassalto. lo sguardo che abbiamo provato in un addio. il lampo di un ricordo. la lontananza che rimpiangeremo. Hopper nacque e abitò in quella lontananza. Era il suo baricentro e il suo segreto. Venne su solitario e introverso - carattere di pietra e denti forti, occhi grigio azzurri, grosse labbra a sigillare la timidezza - in un paese da nulla, Nyack, tra il fiume Hudson e New York City, anno 1882, famiglia benestante, padre e madre proprietari di un negozio di tessuti, infanzia senza scosse e domeniche alla chiesa battista per ringraziare il Signore dei cieli tersi, del pane ben guadagnato, dei destini della bianca America. Edward sa disegnare. Il padre lo asseconda. Frequenta la New York School of Art. I ragazzi dipingono cavalli, grano appena tagliato, paesaggi d´acquerello, epopea della Frontiera. Lui incontra Robert Henry, il pittore, che gli insegna a copiare dal vero a rendere nitido il disegno, pulito il colore. Quando ha imparato il necessario su quello che si vede in superficie, parte per Parigi, a caccia di tutto il resto, quello che vive imprigionato nella luce. Ci arriva nell´inverno del 1906, malinconia da pioggia, e un atelier in rue de Lille. Ma senza bohème, senza incontrare Gertrude Stein o Picasso, senza abitare le notti di Montmartre con i suoi strascichi di assenzio. Indossa cravatte e non ha amici. Dipinge lungo i bordi della Senna e nei parchi. Cammina assorto. Disegna i ponti. Studia gli interni di Degas, le strade bagnate di Sisley, i cieli di Manet. Copia gli impressionisti, ma impara subito a fare correre altra luce per secretare di più il suo baricentro solitario. «A Parigi», racconterà, «la luce è diversa da tutti gli altri posti. Persino le ombre sono luminose». Ci viaggia dentro un anno intero e poi due altre immersioni, fino all´ultimo ritorno nel 1910: da quell´anno in poi mai più Europa o viaggi in altri mondi. Solo un pezzo di Messico e poi la vastità d´America, che girerà con la sua grossa Buick verde e bianca, in silenzio, con la moglie accanto, fino alla California, al bianco abbagliante del Texas, agli abissi disturbanti del Colorado. Guardare è il suo lavoro più puro, più faticoso. Il suo modo di mettersi in viaggio verso il cuore delle cose: «Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo». Detesta l´astrattismo che dall´Europa sgocciola fino alle tele di Pollock: « solo un freddo esercizio intellettuale». Non gli interessa il realismo, con i suoi troppi dettagli, perché il suo sguardo vede di più: «Se potessi esprimerlo con le parole, non ci sarebbe bisogno di dipingerlo». Negli anni della sua fama celebrata dalle grandi retrospettive del Modern Art e del Whitney Museum, la critica si inchinerà a quello sguardo di eyewitness, di testimone oculare. Alla sua capacità di parlarci di quel colpo di scena che ci riguarda: fronteggiare la vita, farsi piegare dalla vita, in un pomeriggio qualunque, inondato di sole, o in una notte al neon. Quando c´è appena il tempo di chiederci: cosa è successo? Cosa sta per succedere? Ma con Edward Hopper parlare di un prima - e di un dopo-fama non ha molto senso. Quell´implosione del tempo che ci spaventa e che ci attrae nelle sue inquadrature di specchio americano, è il maggiore dettaglio della sua lentissima esistenza, il perimetro che la contiene. Senza mai troppe interferenze. Nel 1913 affitta una casa studio all´ultimo piano del numero tre di Washington Square, cuore del Greenwich Village, e sarà il suo indirizzo per sempre: settantaquattro scalini per arrivarci, le ampie finestre, la stufa, un grosso cavalletto che si è disegnato e costruito a mano, pochi mobili intorno, niente disordine, un quadro da lavorare alla volta. Nel 1924 sposa Josephine e sarà sua moglie per sempre. La sola donna. La sola compagna di viaggi. La sola modella, declinata cento volte, in piedi sulla soglia, intravista da una finestra, nuda o vestita, mentre legge, mentre guarda, mentre aspetta un treno che non parte o qualcuno che non arriverà. Quell´anno vende il suo primo quadro. Smette di disegnare illustrazioni pubblicitarie, velenose per la sua ricorrente depressione. Legge Freud e Bergson. Nel 1930 scopre Cape Cod, le spiagge, la luce oceanica. Sceglie un rettangolo e dentro ci costruisce una casa, isolata dal resto del mondo, con le assi, il tetto spiovente, monumentali finestre su ogni lato, per tutte le sue estati a venire, fino alla fine. Un indirizzo, una donna, una casa nel nulla, una sola automobile. Tutto dentro i confini della propria esistenza. Dove concentrare le linee e la luce. Citando a perpetua memoria l´insegnamento di Goethe: «Riprodurre il mondo fuori di me, coi mezzi del mondo che è dentro di me». Seguendo la traiettoria di Degas: «Si dipinge solo quello che è necessario». Sbarazzandosi di tutto il superfluo: «Sono l´unica persona che mi ha influenzato». Un´estate viaggia lungo i confini messicani. Prende appunti, riflette, ma troverà materiale per un solo quadro, una locomotiva. «Guardo tutto il tempo per trovare qualcosa che mi suggestioni». Non lo sa mai prima e quando se ne accorge non lo sa spiegare: «Non so perché dipingo determinati oggetti». Per esempio Gas, la sua famosa pompa di benzina che sorprese come una rivelazione: «Su Gas non c´è niente da dire. Avevo in mente di dipingerla da un po´». Nulla è realistico anche se lo sembra. E in quel nulla i corpi hanno la stessa fissità dei paesaggi e forse la medesima sostanza. Dirà: «Tutto quello che volevo fare è dipingere la luce del sole sul lato di una casa». Lo ha fatto per 366 volte in una sessantina d´anni, dipingendo meno di cinque quadri l´anno. Nelle foto che gli scatta Bernice Abbott, a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, in cima ai settantaquattro scalini, nella casa studio, sta molto composto sulla poltrona, accanto alla stufa, con giacca, cravatta, panciotto, lo sguardo dritto, il vuoto intorno. Ed è più o meno tutto quello che serve a descriverlo, compreso il fatto che manchi Jo, la moglie, tanto inseparabile da scomparire allo sguardo del mondo. Cancellazione niente affatto involontaria che generò conflitti silenziosi e lunghissimi litigi, ma anche (come accade) abnegazione al reciproco dolore. Perché poi nel vero mondo a olio di Hopper lei gli sta sempre accanto, davanti al mare inondato di luce, o dentro la notte di Nigthawks, I nottambuli, quadro celebre e celebrato per purezza di notte americana, solitudine e cinema. Inizio di infiniti racconti e suggestioni per consonanza con altri tormentosi incanti che arriveranno fino all´inchiostro di John Cheever, fino a Raymond Carver, fino agli accordi lenti di Miles Davis. E che nessun giocattolo dell´imminente pop art saprà rendere con tanta immobile efficacia. La rivista Time nel Natale del 1956 gli dedica la copertina: «Il testimone silenzioso dell´America». L´apoteosi non lo scalfisce. Le quotazioni non incidono sulla sua vita spartana. Il suo ultimo quadro, anno 1965, si chiama Two Comedians, ha un palcoscenico in primo piano e sul nero che li circonda, due attori in costume bianco, lui e lei, che si inchinano per il congedo. Se ne vanno per davvero due anni dopo, prima lui, il 15 maggio del 1967, poi lei, dieci mesi più tardi. Uno alla volta, però insieme. Pino Corrias