Panorama 05/11/2007, Stefano Lorenzetto, 5 novembre 2007
Panorama, 5 novembre 2007. La prima volta che incontrai Renato Farina, nel 1995, mangiava. L’ultima volta che l’ho visto per caso, ad agosto di quest’anno, mangiava
Panorama, 5 novembre 2007. La prima volta che incontrai Renato Farina, nel 1995, mangiava. L’ultima volta che l’ho visto per caso, ad agosto di quest’anno, mangiava. Renato Farina mangia sempre. Venerdì scorso mangiava a Ornago, 20 chilometri da Milano, all’Osteria della Buona condotta, scelta che denota, se non altro, un fermo proposito di ravvedimento. Mangiava e soffriva. Chi fa la spia, si sa, non è figlio di Maria, e lui, che ha per madre la Madonna e per padre don Luigi Giussani, a passare per agente segreto sta malissimo. Il pretesto per l’incontro a tavola era il suo nuovo libro, Maestri, in uscita dalla Piemme il 12 novembre, dove in 256 pagine ha raccolto 14 dialoghi con santi, mezzi santi e atei: Joseph Ratzinger, Oriana Fallaci, Riccardo Muti, Giovanni Testori, Hans Urs von Balthasar, l’amico di gioventù Angelo Scola, patriarca di Venezia, e Madre Teresa di Calcutta, che fu, poveretta, sua direttrice spirituale. Un tempo Farina compariva in tv tutti i giorni con la sua faccia da curato. Era ospite fisso di Gad Lerner all’Infedele sulla 7 e nei programmi più astiosi. Fingeva di spalmare burro e miele, in realtà diceva cose tremende. Siamo stati compagni di banco al Giornale, entrambi vicedirettori, per cui sono portato a fidarmi. Magari sbaglio. Il 5 luglio 2006 la casa di Farina e il suo ufficio a Libero, dov’era il vice di Vittorio Feltri, furono perquisiti. I magistrati lo accusavano di favoreggiamento nei confronti del Sismi, il servizio segreto militare, per la vicenda del sequestro di Abu Omar, l’ex imam di Milano che un lunedì di febbraio del 2003 fu rapito da agenti della Cia vicino alla moschea di viale Jenner, caricato su un aereo militare nella base americana di Aviano e trasferito in Egitto, dove finì subito in galera. Betulla, questo il nome in codice di Farina, avrebbe cercato di depistare l’indagine del pm Armando Spataro, che puntava al generale Nicolò Pollari, all’epoca capo del Sismi. Il riferimento di Farina era Pio Pompa, assistente di Pollari, per conto del quale ha recuperato le immagini dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi e ha cooperato alla liberazione di Giuliana Sgrena, l’inviata del Manifesto catturata in Iraq dall’Organizzazione della jihad islamica. Farina ha patteggiato sei mesi di reclusione, tradotti in una multa di 6.800 euro, che non ha pagato perché la giustizia è lenta e non gli è ancora arrivato il conto. Il 28 marzo è stato radiato dall’Ordine dei giornalisti per "aver tradito i lettori e la professione". Più volte minacciato di morte, viaggia su una Bmw grigia blindata, con due finanzieri di scorta. Perché tiri sempre in ballo il segreto di stato? Non sei un inquirente, né un militare, né un rappresentante delle istituzioni. Eccone un altro cresciuto con la teoria del doppio stato. Guarda che il segreto di stato non è una latrina dove occultare cose vergognose. Rivelare dei fatti può danneggiare delle persone. Mai sentito parlare di dovere morale? Il Consiglio superiore della magistratura mi ha chiamato "giornalista Farina alias agente Betulla". Non c’è in nessuna carta processuale questa definizione, se l’è inventata la Repubblica, che dev’essere la bibbia del Csm. Volevo querelare, ma gli avvocati mi hanno spiegato che i componenti del Consiglio superiore della magistratura sono davvero esseri superiori, si sono fatti approvare una legge che li erge al di sopra di tutti noi mortali: non puoi denunciarli. Allora ho scritto al capo dello Stato, che dell’organo di autogoverno dei giudici è il presidente, perché rettificasse: nessuna risposta. Dunque, essendo io un agente del Sismi per designazione del Csm, potrei fare causa di lavoro, chiedere arretrati, contributi, liquidazione, pensione ed essere tenuto al segreto di Stato. Che ruolo hai avuto nella liberazione degli italiani rapiti in Iraq? Pochi gesti che mi hanno tolto il sonno per tanto tempo. Per Giuliana Sgrena ho garantito moralmente e fisicamente una persona che si fidava di me e basta, e solo per questo ha accettato di diventare la fonte decisiva del Sismi. Per Simona Torretta e Simona Pari ho attivato canali che hanno portato aiuti umanitari ai bambini feriti di Falluja tramite la Regione Lombardia, e non ne ho informato il Sismi. Gente di laggiù mi aveva riferito che era un gesto necessario, poteva essere utile anche per recuperare la salma del giornalista freelance Enzo Baldoni. Per Quattrocchi, ahimè, non sono riuscito a far niente, l’ho saputo troppo tardi, ma per i suoi tre compagni (Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana) ho collaborato all’individuazione del luogo di prigionia. C’è stato un momento che dovevo partire per Baghdad. Mia moglie, un sabato notte di maggio, mi preparò la borsa in lacrime. Poi il Sismi non se la sentì di farmi rischiare, o non si fidava ancora di quel canale, e restai a casa. Di Baldoni scrivesti sul tuo giornale che era un "pirlacchione". Per stornare da lui il sospetto che fosse filoberlusconiano. Libero veniva letto tramite emissari islamici presenti in Italia. E io sono qui che ancora non mi do pace, perché ho comunque offeso i suoi cari. Ma il network che avevo messo in piedi fra Italia e Medio Oriente ha avuto una parte anche nella liberazione di Georges Malbrunot, l’inviato del Figaro, e di altri ostaggi francesi, di un’americana, di tedeschi e di polacchi. E perché tutte queste persone che hai contribuito a salvare non hanno mai preso le tue difese? Ho trovato il nome di un paio di loro, Stefio e Cupertino se non ricordo male, fra i 12 mila che hanno sottoscritto un appello a mio favore. Sgrena e le due Simone, figurarsi... Forse non lo sanno. O forse non lo vogliono sapere. Magari mi credono un nemico ideologico, e fa loro un po’ schifo chiedere a qualcuno del Sismi o del governo o persino a un giudice se ho avuto qualche parte nella loro salvezza. Ci provino. Sembri affetto da delirio di onnipotenza, te ne rendi conto? Bene, vedo che anche tu mi credi un mitomane. Chiedo una perizia psichiatrica e la macchina della verità. Ma sono un mitomane o alias Betulla? Decidetevi. Mi sono trovato a un crocicchio dov’erano in gioco molti destini. Ho cercato di fare quello che chiunque avrebbe fatto al posto mio. Non sarà che la tua unica fonte nel mondo arabo era Imad el-Atrache, capo degli esteri di al-Jazeera, un libanese che ha lavorato con te al "Sabato" e che hai fatto invitare al Meeting di Rimini? A Imad l’Italia dovrebbe dare una medaglia. Quando in procura a Milano saltò fuori il suo nome (c’erano intercettazioni che lo riguardavano), temevo di danneggiarlo, parlandone. Mi tranquillizzarono. Lo descrissi come uno che ha rischiato la sua vita per salvare altre vite. Mi assicurarono che il nome non sarebbe uscito. Risposi: lo spero, ma temo che fra due giorni compaia su un giornale. "No, è tutto secretato" ribadì il pm. Infatti uscì sulla Repubblica dopo due giorni. Comunque ha preso le distanze da te anche el-Atrache. Ha fatto bene. Ha preso le distanze dalla fuga di notizie. Rovinando me e rischiando di condannare a morte lui, La Repubblica ha pubblicato un’intervista che cominciava così: "Farina sostiene che lei ha lavorato per il Sismi con nome in codice Cedro". Mai detto. La storia è ben diversa. Tra noi c’era un patto: diversissimi per religione e cultura ma amici, avremmo cercato d’impedire con ogni mezzo delitti orrendi. Se vedo che un uomo viene rapito e io posso fare qualcosa, non è che mi limito a prendere appunti perché sono giornalista. Muovo le mani, chiamo qualcuno. Ho chiamato anche el-Atrache. La prudenza ora mi tiene lontano da Imad. una vittoria dei terroristi, che mi ferisce. Ti senti prima giornalista o prima aderente a Comunione e liberazione? Don Giussani è mio padre, porto quel nome inciso in me. Sono un povero ciellino ex giornalista. Chi, quando, come e perché ti arruolò nei servizi segreti? Ma allora sei scemo. Ci sei o ci fai? Io non sono mai stato arruolato! Di uno che fa il testimone contro la mafia dici che è arruolato? Ero e sono amico di Pollari. Andavo a chiedergli roba di interesse giornalistico. Mi dava poco o niente. Finché mi trovai a essere l’italiano più vicino ai sequestrati e ai sequestratori in Iraq. Mi prestai a fare da ponte. Vuol dire essere arruolati? Ho dato una mano. Forse anche un po’ le budella. Il nome Betulla te lo sei inventato tu o te l’hanno scelto loro? Non sapevo d’avere un nome in codice. Ma poi, a che sarebbe servito? Per Pompa ero Renato o René. Nessuno mi ha mai chiamato Betulla, tranne quelli che mi hanno messo una bomba finta sotto casa e spedito per posta tre proiettili veri. Firmai a nome Betulla una ricevuta. Ma perché proprio la betulla? una pianta del Nord. Persino il cancro della betulla, leggi Reparto C di Solgenitsin, fa guarire il cancro degli uomini. Mi pareva bello. Pensa che uno psicoanalista vi ha letto una mia nascosta natura femminile. Tu telefonavi e dicevi: "Pronto, sono Betulla"? Non ti veniva da ridere? Nessuno ha mai pronunciato il nome Betulla in mia presenza. E niente negli atti processuali dimostra un rapporto di dipendenza dal Sismi. Anzi, mi ero convinto del contrario, che Pollari dipendesse dalla mia intelligenza. " come se mi fossi innamorato di Pollari" hai confessato ai pm. Gli chiesi se era possibile essere cattolici e nel contempo direttori di un servizio segreto, se c’era una morale superiore. Mi rispose di no, che lui non era disponibile a compiere azioni contro le persone e che per questo gliel’avrebbero fatta pagare. Appunto. Davvero sei andato in un bosco di betulle in Finlandia a scrivere le tue memorie? Sì, e ho pure mangiato montone arrostito sul legno di betulla. Andavo in cerca della mia identità. Nomen omen, no? Comunque faranno tremare un po’ di gente. I tuoi colleghi ricordano che ti davi già molto da fare all’epoca della guerra nell’ex Iugoslavia. Ho raccontato tutto al Copaco, e naturalmente è uscito sui giornali in maniera da rendermi ridicolo. Quando l’ambasciatore Riccardo Sessa fu dichiarato indesiderabile, divenni il canale tra la cricca di Slobodan Milosevic e il governo italiano. Posso provarlo in modo inconfutabile. I nostri politici sono di una miseria pazzesca. Dico inconfutabile perché i pm mi hanno sequestrato un file scritto a Belgrado nel maggio 1999 in cui racconto un drammatico colloquio con uno dei capi iugoslavi. Mi disse Liubisa Ristic: "Faccia sapere a Massimo D’Alema che se l’Italia continua a bombardarci, dopo aver promesso il contrario, abbiamo 2 milioni di serbi in Europa, e molti disposti a fare attentati". Da inviato del "Giornale", all’insaputa del tuo direttore, fungevi da tramite fra Milosevic e il governo D’Alema, ma Lamberto Dini, ex ministro degli Esteri, e Giulio Andreotti, tuo estimatore, hanno smentito. Leggi bene. Non hanno smentito un bel niente. Andreotti ha detto che nelle mie analisi ero avanti di sei mesi rispetto agli altri, Dini che non ha mai parlato personalmente con me. Il prudentissimo Giulio non ti ha tirato le orecchie? Andreotti mi ha mandato una lettera che conservo gelosamente: "Non c’è nulla di disonorevole se un giornalista aiuta i servizi del proprio paese". Ha sottolineato "proprio paese". Lui sa bene chi sono quelli che hanno collaborato con i servizi segreti di altri paesi. Chi è Pio Pompa? Parlami di lui. Pompa adesso è un uomo solo, abbandonato da tutti, licenziato a grande richiesta e collocato a riposo senza che il ministro della Difesa ne sapesse nulla, è stato lo stesso Arturo Parisi a confessarmelo pochi giorni fa. Ha solo un assegno alimentare di 1.000 euro. La prima volta che lo incontrai, presentatomi da Pollari, mi sembrò Renato Rascel nel film Il cappotto. Lavorava giorno e notte ad analizzare testi trovati su internet. Pollari mi ha detto che lo si deve a Pompa se il Sismi poté informare Madrid di un attentato previsto subito prima delle elezioni del 2004. Nessuno è mai stato sbertucciato come quest’uomo, figlio di contadini. Lo hanno impiccato al suo cognome, che è una forma ancora più ignobile di lombrosianesimo. Io gli voglio molto bene. La storia delle schedature e dei dossier è una panzana comica. Però riciclava voci di corridoio. Qualche volta. Chi non ha millantato qualcosa per averne dei meriti? L’ha fatto anche con me. Più visto o risentito Pompa? Mai più visto. Lo sento al telefono per tenerlo su di morale. Quanti soldi hai preso dal Sismi? I magistrati mi contestarono 8 mila euro. Li corressi: 30 mila. In realtà poi ho rifatto mentalmente i conti: 22 mila. Vuoi sapere se erano la mia paga? No. Erano rimborsi per spese vive, soldi usati per scopi che sono coperti dal segreto di stato. Comunque sono contento di una cosa brutta: Pollari e Pompa sono indagati per peculato a causa di questi versamenti. Se li condanneranno, vorrà dire che la magistratura ritiene che i rimborsi fossero una paga. Chi ti versava i quattrini? Pompa. Firmavo per regolarità amministrativa. Io anticipavo i soldi e lui mi restituiva a rate quel che avevo sborsato per conto del Sismi. Ma non hai testimoniato d’aver destinato quei soldi a "liberalità", d’accordo con tua moglie? In parte. Ripeto: i soldi sono serviti per le spese. Punto. Dicono che Feltri volesse licenziarti in tronco ma ti abbia difeso solo per andare controcorrente, com’è nel suo Dna. Il suo intimo non lo conosco. Con me è stato un vero amico. Mi ha difeso molto ma molto di più di quanto non appaia. Senza rinunciare a darmi del pirla. Ho letto che tuo figlio Tommaso, giornalista a "Libero", adesso in redazione lo chiamano Betullino. Non mi risulta. Non umiliarlo anche tu. da vili. Ho rimproverato al telefono Paolo Mieli dopo che sul suo giornale era apparsa questa infamia. E la vuoi sapere una cosa curiosa? Nei verbali delle intercettazioni compare solo il numero di telefono del direttore del Corriere della sera, mai il nome. Interessante. Idem quando parlo col suo vice, Pierluigi Battista. O con Angelo Rinaldi, vicedirettore della Repubblica. Trascrivono solo i numeri dei cellulari, mai i nominativi. Invece tutte le utenze in uso al Giornale, a Libero e al Foglio sono state identificate. Continui a lavorare per "Libero". Con quale contratto? Nessun contratto. Sono impiegato. la mia nuova professione: impiegato di azienda editoriale. Che si prova a essere declassati da vicedirettori a impiegati? Sic transit gloria mundi. Perlomeno non sono viceimpiegato. Hai ammesso d’aver fatto delle "cazzate". Quali? Mi sarei potuto risparmiare troppo zelo nel cercare di capire che cosa stava meditando la procura contro il Sismi. Mi dispiace d’aver messo in mezzo un inconsapevole redattore, Claudio Antonelli. Non ho valutato i danni che questi slanci potevano arrecare alla mia famiglia e a Libero. Quella di chiedere una finta intervista ai magistrati per depistare le indagini sul sequestro Abu Omar a me sembra un reato, più che una cazzata. Non era un’intervista, bensì un colloquio informale. Tant’è vero che non ho preso appunti e non ho registrato. In compenso hanno registrato i pm, senza avvertirmi. Chi ha spiato chi? Dimmelo tu. Allora perché hai patteggiato? In Maestri riporto un dialogo che ebbi con Giuseppe Prezzolini. Mi disse: "La giustizia è solo rapporto di forza". Ti eri già dimesso dall’Ordine. Perché ti hanno anche radiato? Un caso di accanimento terapeutico? Ho presentato reclamo. Siamo solo al terzo dei cinque gradi di giudizio. Vediamo che cosa decide il tribunale di Milano. Fra cinque anni chiederai d’esservi riammesso? Non lo so. Ho capito: ti candidi alle elezioni. Sì. inevitabile. Lo vivo come un dovere sociale: al Senato gli impiegati sono poco rappresentati. Pensi che ti voteranno in molti? L’istituto Piepoli ha svolto un sondaggio. Sono conosciuto dal 28 per cento degli italiani e, dopo Feltri e Ferrara, risulto la firma di riferimento del centrodestra. Chi ti ha bastonato di più per ciò che hai fatto? Gad Lerner, Filippo Facci, Marco Travaglio. E pensare che Travaglio era la mia gola profonda dentro La Voce quando sul Giornale raccontavo l’agonia del secondo quotidiano fondato da Indro Montanelli. Lerner non era tuo amico? Nello spot sulla 7 ti ha ridicolizzato. Spirito di patata. Non sembrava neanche un ebreo. Qualcuno ti è stato vicino? Oltre a Feltri e a suo figlio Mattia, Giuliano Ferrara, Aldo Cazzullo, Magdi Allam, Giampaolo Pansa, Stefano Folli, Mario Giordano, Emilio Fede, Gianni Baget Bozzo, Toni Capuozzo, Luigi Amicone, Andrea Marcenaro, Adriano Sofri, Luigi Manconi. Persino Luciano Camprincoli del Tg3. Ma non Oriana Fallaci. Oriana sapeva quel che facevo ma disapprovava. "Con i musulmani si può solo mettere l’elmetto e combattere" mi dissuadeva. Solidarietà dai politici? Anche da chi non mi sarei aspettato, come Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano. Ma no! Un diessino. Francesco Cossiga ha chiesto a Piero Fassino perché la sinistra ce l’avesse tanto con un giornalista che in fin dei conti s’era solo dato da fare per salvare vite umane. La risposta, riferitami da Cossiga, è stata: "Renato Farina avrà notato che da me e dai Ds non è giunta alcuna critica". Hai mai pianto per ciò che ti è accaduto? Non ne avevo neanche la forza. Patisci conseguenze fisiche? M’è venuto il diabete. Però me ne frego. C’è nessuno a cui devi chiedere scusa? Non per l’immoralità, ma per l’imprudenza: a mia moglie, a Feltri, agli editori, ai colleghi di Libero, a Comunione e liberazione. Forse anche a me stesso. Ero molto bravo, sai? Stefano Lorenzetto LORENZETTO Stefano. 51 anni, veronese. Prima assunzione a L’Arena nel ”75. stato vicedirettore vicario di Vittorio Feltri al Giornale, collaboratore del Corriere della sera e autore di Internet café su Raitre. Scrive per Il Giornale, Panorama, Monsieur e Quattroruote. Sei libri: Fatti in casa, Dimenticati, Italiani per bene, Tipi italiani, Dizionario del buon senso e Vita morte miracoli. Ha vinto i premi Estense e Saint-Vincent di giornalismo. LORENZETTO Stefano. 51 anni, veronese. Assunto a L’Arena nel ”75. stato vicedirettore del Giornale e autore Rai. Scrive per Il Giornale, Panorama, Monsieur e Quattroruote. Sei libri: Fatti in casa, Dimenticati, Italiani per bene, Tipi italiani, Dizionario del buon senso e Vita morte miracoli. Ha vinto i premi Estense e Saint-Vincent di giornalismo.