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 2007  novembre 06 Martedì calendario

La credevamo sepolta per sempre. Uccisa dalla scienza. Sbriciolata dalla genetica, i cui primi risultati riducevano l’umanità intera a una sola grande famiglia

La credevamo sepolta per sempre. Uccisa dalla scienza. Sbriciolata dalla genetica, i cui primi risultati riducevano l’umanità intera a una sola grande famiglia. E invece la nozione di razza è stata rimessa in sella. E non da uno qualunque, ma dall’americano James Watson, co-scopritore - con Francis Crick e Rosalind Franklin - della struttura del Dna. Intervistato a metà ottobre dal Sunday Times per la promozione del suo ultimo saggio (Avoid Boring People, Oxford University Press), il Nobel per la Medicina 1962, che oggi ha 79 anni, ha spiegato senza mezzi termini di essere «profondamente pessimista sul futuro dell’Africa». Perché? Perché, ha spiegato, «tutte le nostre politiche di sviluppo sono basate sul fatto che la loro intelligenza sia come la nostra, mentre tutti i test dicono che non è così». E «chi ha a che fare con impiegati neri» sa come stanno le cose.  il ritorno di un «razzismo scientifico» che si credeva scomparso? O semplici elucubrazioni di un vecchio signore che, qualche giorno dopo, si è detto «mortificato» dalle sue stesse parole, mentre tutte le sue conferenze in Gran Bretagna venivano annullate e il suo istituto, il Cold Spring Harbor Laboratory, lo congedava su due piedi? Che Watson sveli oggi il suo pensiero, in maniera tanto cruda e disinibita, e su un argomento tanto sensibile, non è casuale. Il co-scopritore della doppia elica del Dna, spiega il genetista Axel Kahn, direttore dell’Istituto Cochin, «si colloca all’interno della destra determinista anglosassone, una vecchia corrente di pensiero inegualitario e scientista, che a volte flirta con il razzismo». Oggi, secondo Kahn, questo movimento ideologico conosce una nuova fioritura. I tabù cadono. Nel settembre 2005 Science - una delle più prestigiose riviste scientifiche - pubblica i lavori di un gruppo di ricercatori americani su due geni implicati nella microcefalia: ASPM e MCPH-1. Due sequenze che hanno subìto due mutazioni, rispettivamente 5.800 e 37.000 mila anni fa, e che, secondo loro, sono coinvolte nell’aumento della massa cerebrale. La rapida diffusione di queste mutazioni nella popolazione mostrerebbe, dicono, che queste due caratteristiche sono sottoposte a una forte «pressione selettiva». In altre parole: nel corso dei secoli la selezione naturale ha agito favorendo gli esseri umani portatori di questi due geni mutati, cioè delle loro migliori capacità intellettuali. E non è tutto. «Gli autori aggiungevano, senza rabbrividire, che queste due mutazioni erano largamente presenti nelle popolazioni europee e asiatiche, mentre erano rare in Africa - spiega Kahn -. Più tardi è stato dimostrato che era tutto falso, ma quel che dice oggi Watson non è che una nuova versione di quello che i ricercatori sostenevano, a torto, di aver dimostrato». All’epoca il turbamento - per altro modesto - provocato da Science, non trasparì sulla stampa generalista e rimase per lo più limitato ai dibattiti tecnici sulla fragilità delle statistiche. «Molti gruppi di lavoro hanno rianalizzato quei dati: non c’è nessuna prova delle conclusioni cui portavano», conferma François Balloux, ricercatore al Dipartimento di Genetica umana di Cambridge. Resta il concetto di razza. La genetica l’ha eliminato? O non tendono invece, gli ultimi metodi di analisi, a operare una distinzione tra i popoli, mettendo gli uni qua, gli altri là? Un buon numero di lavori scientifici da qualche anno è dedicato a rilevare le particolarità genetiche di questa o quella popolazione, in funzione della geografia o delle origini etniche. Nel dicembre 2002 un gruppo americano-russo pubblicava su Science uno degli articoli più citati a questo proposito: analizzando oltre 300 marcatori genetici in un migliaio di individui appartenenti a 52 popolazioni diverse, i ricercatori erano arrivati a isolare 5-6 gruppi umani, coerenti con i grandi insiemi geografici. Si può parlare di razze? Non esattamente. Si tratta, precisa il genetista Vincent Pagnol dell’Università di Cambridge, «di una semplificazione della realtà», perché in questo tipo di modello «nessuno appartiene al cento per cento a un gruppo, ma tutti appartengono a una combinazione di questi insiemi». Di colpo il concetto «scientifico» di razza dovrebbe restare una virtualità. O addirittura una inezia. «La nozione di razza non è scientificamente pertinente - ritiene Lluis Quintana-Murci, genetista delle popolazioni all’Istituto Pasteur -. impossibile isolare una razza: le variazioni delle popolazioni umane sono graduali e continue, dall’Europa del Nord al Sud della Cina. Non c’è mai un fossato genetico tra due etnie. Ammesso di poter accedere al genoma di un individuo, è impossibile collegarlo a una ”razza” nel senso ”popolare” del termine. Immaginiamo che io, Lluis Quintana-Murci, commetta un crimine e che sul luogo del delitto si trovi un campione del mio Dna. Si potrebbe dire, forzando un po’, che il criminale è originario del Medio Oriente, perché il mio cromosoma Y appartiene alla stirpe J, che lì è particolarmente frequente. Invece, per quanto ne so, la mia famiglia è spagnola da sempre». La recente profusione di studi che mira a segmentare e categorizzare geneticamente le popolazioni umane non nasce da una nevrosi classificatrice. E neppure da un razzismo latente. invece, e da poco, una posta importante della ricerca biomedica. La diffusione di patologie genetiche in alcune comunità e all’interno di certe etnie è ben documentata. Come lo è la predisposizione genetica ad alcune malattie multifattoriali. Per esempio la talassemia o l’emofilia in alcuni Paesi arabo-musulmani, dove il matrimonio tra cugini non è proibito. La malattia di Gaucher e la sindrome di Tay-Sachs negli ebrei dell’Europa dell’Est. I disturbi cardio-vascolari che negli afro-americani sono due-tre volte più frequenti che nelle altre comunità del Nord America. E così via. Una predisposizione alla malattia non fa una razza. Ma la genetica ormai va molto lontano nella differenziazione. Alcuni cercano i meccanismi genetici della tolleranza o la risposta a questa o quella molecola, che hanno maggiori probabilità di essere presenti in alcune comunità rispetto ad altre. Le motivazioni di questi lavori potrebbero essere economiche. «Ci sono, ahimé, poche nuove molecole terapeutiche che arrivano sul mercato perché molte presentano troppi effetti indesiderabili, anche se questi variano secondo gli individui - afferma François Balloux -. Dati i pesanti investimenti, è forte la tentazione di rimettere in gioco anche queste molecole, destinandole ad alcune categorie di popolazione». Aspettando l’annunciato arrivo di una medicina individualizzata, in cui ogni trattamento sarà somministrato in concordanza con le particolarità genetiche del paziente, alcuni laboratori farmaceutici potrebbero puntare su una medicina etno-razziale. Una medicina in cui il paziente, dopo aver descritto i suoi sintomi, dichiari anche la sua appartenenza a un gruppo. Primo segnale di questa tendenza: l’autorizzazione, nel 2005 negli Usa, del BiDil, un farmaco contro l’ipertensione arteriosa specificamente destinato agli afro-americani. Nel 1997 la sua commercializzazione era stata respinta dalla Food and Drug Administration. Questa medicina «razziale» non convince la comunità medica degli Stati Uniti. Tutt’altro. In un commento pubblicato alla fine di settembre sulla rivista PLoS Medicine un gruppo di medici americani ne contesta la pertinenza e critica la classificazione dei pazienti che, secondo loro, «può portare a errori diagnostici e a trattamenti inappropriati». Negli Usa la tentazione etno-razziale nella ricerca biomedica si ufficializza. A partire dal 2001 i ricercatori finanziati dagli Istituti nazionali americani della salute (Nih) devono dividere gli individui che partecipano agli esperimenti nelle cinque categorie etno-razziali predefinite dall’amministrazione: amerindi o nativi dell’Alaska; asiatici; neri o afro-americani; nativi delle Hawaii o delle altre isole del Pacifico; bianchi. Nessuno dubita che le variazioni genetiche, presenti e invisibili, così ribadite dalla biologia, saranno recuperate per fini ideologici di gerarchizzazione. Ma, ricorda Axel Kahn, la predisposizione a una malattia, così come la risposta a un trattamento medico, dipendono da variazioni relativamente semplici «su pochissimi geni». Mentre le capacità cognitive, conclude, «riposano su un equilibrio straordinariamente sottile tra ciò che è innato e ciò che è stato acquisito. Equilibrio di cui oggi non sappiamo quasi nulla». © Le Monde Stampa Articolo