Francesco Grignetti, La Stampa 6/11/2007, 6 novembre 2007
FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA
Se non è una catastrofe, poco ci manca. Commissariati che chiudono, elicotteri che restano a terra, macchine senza benzina, organici in calo. E’ un quadro nero, anzi nerissimo, quello dei sindacalisti in divisa. Poliziotti, carabinieri e finanzieri sono stati invitati ieri della Camera per parlare di sicurezza. Alla presenza di Luciano Violante, presidente della commissione Affari costituzionali, le diverse sigle - che oggi scendono in piazza per una manifestazione unitaria, con volantini che saranno distribuiti davanti alle prefetture - hanno illustrato i tanti capitoli di un cahier de doléances che alla fine può essere sintetizzato così: altro che illudere gli italiani con il Pacchetto Sicurezza, qui uomini e mezzi sono costantemente in calo e quindi diminuiscono le pattuglie, diminuiscono i controlli, diminuiranno gli arresti. Proprio mentre c’è un’impennata di reati. O forse proprio per questo motivo.
«Siamo sotto organico di 6500 unità e il parco mezzi sta invecchiando oltremisura», così ha esordito il generale Nicola Raggetti, presidente del Cocer carabinieri. Un ufficiale che conosce bene la realtà dell’Arma dato che comanda i laboratori scientifici di tutt’Italia. C’è un problema di stipendi. «Il personale vive uno stato di profondo disagio e delusione. Il presidente Prodi si era impegnato a trovare una soluzione ai nostri problemi, ma basta guardare alla Finanziaria per capire come le promesse sono state disattese». Quanto ai mezzi, «è un problema dello stato maggiore, ma anche del singolo carabiniere quando deve lavorare su una macchina da dieci anni in servizio che ha fatto trecentomila chilometri». Raggetti ha riferito ai parlamentari che l’Arma, per problemi di bilancio, sta per mettere mano agli elicotteri e alle motovedette: non possono più permettersi tanti mezzi in circolazione. Specie per gli elicotteri è un problema serio di sicurezza.
«E’ un paradosso amaro», gli ha fatto eco il generale Domenico Minervini, della Guardia di Finanza. «Il governo sostiene di puntare al recupero dell’evasione e poi taglia sui bilanci della Finanza. Ma qual è l’azienda che non investe sui suoi fattori produttivi?». Nella Gdf non hanno dimenticato che l’anno scorso il ministero dell’Economia ha suddiviso un premio (per tasse recuperate) da 410 milioni di euro soltanto tra gli impiegati delle Agenzie lasciando fuori le Fiamme Gialle.
«In polizia è ormai questione di serbatoi a secco», gli ha fatto eco Claudio Giardullo, segretario della Silp-Cgil. «Con questa Finanziaria si è consolidato un taglio di 240 milioni al bilancio del ministero dell’Interno. E gli effetti si vedono. Il turn-over è coperto a metà: ci mancano già 5700 agenti, altri 3900 mancheranno entro tre anni. Non c’è la benzina per le volanti. Intanto si chiudono uffici: otto commissariati a Napoli, una cinquantina di distaccamenti tra Polstrada e polizia ferroviaria, sei scuole. E intanto il governo, con il Pacchetto Sicurezza, prevede un grande incremento di lavoro. Di questo passo si rischia il collasso».
I mezzi, insomma, scarseggiano. Come ammise lo stesso ministro Giuliano Amato, il Viminale è in imbarazzo quando c’è da decidere se pagare gli affitti dei commissariati o le riparazioni delle auto. «Un tempo la polizia aveva le sue officine. Oggi le riparazioni si fanno presso le officine convenzionate. Ma il ministero non paga le fatture e i meccanici sono stufi di lavorare gratuitamente», è la fredda analisi di Giorgio Innocenzi, segretario del Siap.
In ultimo c’è poi la questione degli stipendi (e degli aumenti che non sono in Finanziaria, nonostante gli impegni firmati) che ha fatto davvero imbestialire i sindacati. «Gli agenti sono ormai alla soglia di povertà», denuncia Filippo Saltamartini, del Sap. Il quale se la prende anche con l’ultimo decreto che regolamenta gli «allontanamenti» di cittadini comunitari. «Perché far firmare questi provvedimenti ai prefetti e non ai questori? E’ un controsenso. Sono le questure a istruire le pratiche fino alla firma finale che però si decide in un altro ufficio».
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