Ennio Caretto, Corriere della Sera 6/11/2007, 6 novembre 2007
Non fu amore a prima vista. Quando s’incontrarono, anzi, l’8 settembre del 1907, Gertrude Stein trovò Alice B
Non fu amore a prima vista. Quando s’incontrarono, anzi, l’8 settembre del 1907, Gertrude Stein trovò Alice B. Toklas «sordida, priva di scrupoli, infima, meschina». Gertrude era la musa della «Generazione perduta », la intellighenzia americana di Parigi, ed era già stata immortalata da Picasso in un famoso ritratto oggi al Metropolitan Museum di New York: una donna giunonica di sensualità prorompente e di straordinario fascino. Alice era l’ultima venuta, dura, tesa, esile, bruttina. Ma di lì a pochi mesi, tra la madre del modernismo e la sconosciuta nacque un rapporto che durò l’intera vita, il rapporto saffico più celebre del secolo. Malgrado i ripetuti tradimenti di Gertrude, la coppia non si separò mai. Nel loro salotto letterario e nella loro galleria d’arte, sfilarono i grandi poeti, romanzieri e pittori del tempo, da Thornton a Hemingway e a Pound, e da Picasso a Matisse e a Braque. E dal loro sodalizio scaturirono libri, non si sa quali scritti a quattro mani, considerati ancora capolavori della letteratura ermetica. Nel centenario del loro incontro, Janet Malcolm ha pubblicato una biografia, Two Lives, («Due vite »), edita dalla Yale University Press, che getta nuova luce sulla loro relazione e sulla loro condotta nella Seconda guerra mondiale, quando, durante l’occupazione tedesca, ripararono nella loro residenza estiva di Culoz. Gertrude e Alice, riferisce la Malcolm, avevano molto in comune: la passione lesbica, il femminismo, l’appartenenza a due ricche famiglie ebree di San Francisco, i gusti artistici, persino la cucina. Gertrude era felice di fare il maschio e di essere adorata come un genio, anche se il suo capolavoro, The Making of Americans, (tradotto da Einaudi con il titolo C’era una volta gli americani) del 1911, appariva incomprensibile al grosso pubblico, ed Alice era felice di fare la femmina e adorarla come una icona culturale. Ma entrambe, sottolinea l’autrice di Two Lives, glissarono sullo «scandaloso » legame gay e sulle loro origini ebraiche. Il bestseller di Gertrude, Autobiografia di Alice B. Toklas (Einaudi) del 1933 – in realtà le memorie della sessantenne Stein – contiene solo accenni al connubio e all’ebraismo, quasi fossero temi secondari. probabile che Two Lives scateni le polemiche più accese sull’aspetto meno noto della coppia, la loro militanza politica. Gertrude si era schierata per Franco nella guerra civile in Spagna, e sotto i tedeschi aveva appoggiato il collaborazionista Pétain. Nel 1945, un anno prima di morire, pubblicò The Wars I Have Seen ( Guerre che ho visto, Mondadori), denunciando «gli spaventosi avvenimenti del nazismo». Ma Janet Malcolm si chiede come «due ebree anziane, che avevano rifiutato di rifugiarsi in Svizzera», fossero sopravvissute all’Olocausto. E risponde che a salvarle furono le loro simpatie per la destra francese, e soprattutto la protezione di Bernard Fay, un amico e scrittore gay, direttore della Biblioteca nazionale. Fay fu arrestato e processato alla fine della guerra, ma nel 1951 Alice lo aiutò a fuggire dal carcere e a riparare in Svizzera, e per farlo vendette alcuni disegni di Picasso. Lo scrittore rimpatriò nel 1958, quando fu graziato, e in un libro del 1966, Les précieux («I preziosi »), raccontò di avere salvato la Stein. La Malcolm non accusa Gertrude di essere stata una seconda Ezra Pound, il cantore americano del fascismo, ma svela che era disposta a tradurre in inglese gli scritti di Pétain, e che difese Fay al suo processo. Quest’ultimo, precisa, fu più che un collaborazionista: incaricato delle retate dei massoni, ne fece imprigionare seimila e mandare 540 a morte. E aggiunge che quando il giornalista americano Eric Sevareid si recò a Culoz nel settembre del 1944, Gertrude e Alice gli dissero di essersi sempre trovate bene. Secondo l’autrice di Two Lives, la responsabilità maggiore della cecità reale o apparente della Stein di fronte agli orrori del conflitto fu di Alice B. Toklas. Nella vera autobiografia, What is Remembered, («Ciò che ricordiamo»), uscita nel 1963, Alice descrisse una visita ai parenti in Polonia senza indicare che erano ebrei e che il bisnonno era un rabbino. Anche l’analisi del rapporto amoroso della coppia potrebbe destare controversie. La Malcolm lo colora di sadomasochismo, e di nuovo per colpa di Alice. La compagna di Gertrude, racconta, era follemente gelosa e aggressiva. Quando scoprì che all’università, e quindi prima di conoscerla, la Stein aveva avuto una sofferta relazione con May Bookstaver, una studentessa, le impose di sostituire il verbo may («potere») dal suo ultimo libro «perché le ricordava un nome odiato ». Dalle pesanti righe tracciate sul manoscritto, Gertrude si infuriò, ma obbedì, e alcuni frasi risultarono prive di senso. Alice reagì allo stesso modo quando nel 1952, a sei anni dalla scomparsa della Stein, Leon Katz, uno studioso del modernismo, le portò le lettere della Bookstaver da lui appena ritrovate all’università: gliele strappò e le distrusse. Conclude la Malcolm che gli scontri tra le due partner erano frequenti, ed Hemingway, che assistette a uno, disse di avere sentito «parole irrepetibili». La loro vita privata, commenta, ebbe spesso il sapore della guerra. Il motivo, stando alla Malcolm, è che per Alice, più che di un amore, si trattò di un’ossessione. Per quarant’anni, Alice si prese cura di ogni bisogno di Gertrude, letterario, domestico, finanziario che fosse, senza mai staccarsi dal suo fianco. Ne tollerò l’egocentrismo e il narcisismo intellettuali, gli appetiti falstaffiani e le crisi nervose, «la curò come una moglie innamorata cura il proprio marito». A lei dedicò Alice B. Toklas Cookbook ( Il libro di cucina di Alice B. Toklas, La Tartaruga) un manuale che fu subito un bestseller, e che incluse la cannabis in alcune ricette. Per lei infine si convertì al Cattolicesimo nel 1957, dieci anni prima di morire: era convinta che Gertrude fosse consegnata al limbo, ma che sarebbero andate assieme in Paradiso per l’eternità. E nel ventennio che le sopravvisse, fu la propagatrice e la custode del suo mito. Un ritratto psicologico conturbante, di cui Janet Malcolm è maestra. La giornalista e studiosa di letteratura ha alle sue spalle altri libri del genere, tra cui uno su Cechov, uno su Freud, e uno sulla poetessa Sylvia Plath. Libri che suscitano interrogativi sul ruolo della coppia nella cultura e nelle arti. In Two Lives, la Malcolm dimostra una certa ammirazione per le qualità di Gertrude: l’intelletto, l’umorismo, l’indipendenza, la perseveranza nel seguire la sua strada, la forza innovatrice. Elogia anche The Making of Americans, giudicandolo una meditazione sulla vita e sulla morte dopo il decesso della madre, sebbene, affermi, sia una di quelle opere «davanti a cui tutti s’inchinano, ma che non costituiscono una lettura obbligata». La Malcolm è critica verso la maggioranza dei lavori della Stein, che ritiene «crudelmente noiosi», e le rimprovera che siano monotematici, perché l’autrice parla sempre ed esclusivamente di se stessa. Se il libro ha un limite, pertanto, è che pur riconoscendo alla Stein la funzione di pioniere, non scioglie ancora il mistero del suo successo e della sua gloria. A oltre 50 anni dalla morte, rimane una delle figure più avvincenti e difficili della letteratura, come indicò negli anni Settanta la pièce teatrale di Marty Martin Gertrude Stein, Gertrude Stein, Gertrude Stein ispirata alla sua frase «Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa».