Virginia Piccolillo, Corriere della Sera 6/11/2007, 6 novembre 2007
CON LO STIPENDIO DI QUALCHE BIG, UN’INTERVISTA A BAUDO E UN PEZZO DELLA STAMPA
ROMA – «Sarà un colpo pesantissimo per la Rai». Il presidente Claudio Petruccioli non usa mezzi termini. E rafforza l’allarme lanciato dal dg Claudio Cappon su quell’emendamento alla Finanziaria, approvato in commissione Bilancio il primo di novembre, che fissa un tetto ai compensi Rai (come a quelli di tutte le aziende pubbliche e partecipate). Un limite di 274 mila euro lordi l’anno, pari allo stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione, che, se approvato, costringerebbe la Rai, entro trenta giorni, a decurtare i contratti di quasi tutte le star. O, di fronte a un rifiuto, liberarle da vincoli contrattuali senza obbligo di penale. E il segretario Usigrai Carlo Verna che lo definisce «un cavallo di Troia contro la Rai» minaccia di chiedere lo sciopero.
«Apre una prateria a Mediaset e Sky», aveva avvertito il dg Cappon, paventando un esodo di artisti e manager.
Ieri è andato oltre: «L’assurdo è che se la Rai si rivolge all’appalto non ha limiti, se usa risorse interne sì. Noi vogliamo essere messi alla pari di tutte le altre aziende. Ma non è possibile mettere regole ad un solo competitore, perché così si perde la partita in partenza». Petruccioli rincara: «Non capisco bene che cosa si vuole dalla Rai perché abbiamo messaggi molto divergenti. Qualche tempo fa, il neosegretario del Pd, l’amico Veltroni, disse, opinione rispettabilissima, che il governo della Rai dovrebbe essere affidato ad una persona sola.
Un’opinione legittima, ma chi potrebbe mai prendere in considerazione un ruolo simile se si pensa di dargli un massimo di 274 mila euro lordi l’anno? Se si pensa questo, ci si illude ». Il presidente Rai ricorda le polemiche che seguirono casi in cui «qualcuno è andato via e noi non l’abbiamo trattenuto, magari per 60 mila euro in più l’anno». E a chi chiede di puntare sui giovani replica: «E’ vero che costano meno e magari lavorano anche gratis» ma «se gli dici in partenza che non arriveranno mai all’attico metti un limite anche ai giovani talenti. Insomma, per raggiungere risultati ci vogliono anche le risorse ». Mario Landolfi (An), presidente della vigilanza lancia una sfida: «Se la Rai si considera un’azienda come le altre rinunci al canone». E Maurizio Gasparri (An) chiede a Cappon, di «ridurre almeno gli stipendi dei manager a cominciare dal suo»: all’incirca 650 mila euro l’anno, contro i 300 mila del presidente Petruccioli e i 60 mila dei consiglieri. Condivide il tetto Silvana Mura (Idv).
Un grido accorato d’allarme contro la norma si leva dall’azienda. Per il consigliere Sandro Curzi «sarebbe una legge bellissima se valesse per tutti: Rai, Mediaset, Fiat, etc. Ma o il tetto agli ingaggi vale per tutti o la Rai si "dissolve". Come voleva Licio Gelli al terzo punto del suo programma». E a chi chiede di togliere il canone alla Rai Curzi replica: «D’accordo, ma allora togliamole anche il tetto pubblicitario e tutti gli impegni di servizio pubblico: sedi regionali e Rai Parlamento incluse». Per il collega Nino Rizzo Nervo la norma «farà finire gli artisti nelle scuderie delle case di produzione aumentando ancora di più i costi dei programmi e diminuendo solo il controllo editoriale». Per il conduttore Massimo Giletti «è facile e ipocrita colpire il conduttore, mentre si deve risparmiare sugli appalti». Il ds Giulietti chiede l’intervento «immediato dei ministri ». Per quello delle Comunicazioni Gentiloni la norma «va modificata» perché pur dettata da «buone intenzioni » c’è il rischio che metta le aziende coinvolte «fuori dal mercato».
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1.000.000
SIMONA VENTURA
Uno dei volti più noti dell’intrattenimento di RaiDue: la conduttrice avrebbe un compenso superiore al milione di euro l’anno
800.000
CARLO CONTI
Il presentatore toscano, in forza alla Rai da tanti anni, percepirebbe un compenso di almeno 800 mila euro all’anno
1.000.000
MILLY CARLUCCI
La conduttrice di «Ballando sotto le stelle», il reality show danzante del venerdì sera di RaiUno, guadagnerebbe più di un milione di euro l’anno
274.000
IL TETTO IN EURO Lo scorso primo novembre è stato approvato in commissione Bilancio al Senato un emendamento alla Finanziaria che fissa un tetto ai compensi Rai (come a quelli di tutte le aziende pubbliche e partecipate): un limite di 274 mila euro lordi l’anno, pari allo stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione. Se venisse approvato, costringerebbe la Rai, entro trenta giorni, a decurtare i contratti di quasi tutte le sue «star»
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GIOVANNA CAVALLI
ROMA – Pippo Baudo, vogliono mettervi un tetto ai compensi, anche al suo.
«Bloccare gli stipendi di artisti e manager è un concetto qualunquista, un atteggiamento da irresponsabili. Il calmiere sa di dittatura, di Paese non libero».
In Rai non si guadagna troppo?
«La mia qualità non deve essere riconosciuta e premiata? Ma questo è veterocomunismo, roba da dopoguerra. Allora non diamo più nemmeno il Nobel, ma tante patacche a tutti. E perché tagliare solo in aziende pubbliche? ».
Perché il privato dei soldi suoi fa ciò che vuole.
«E allora privatizziamo tutto. Così poi, senza più concorrenza, anche il privato vorrà ridurre i costi.
Pensino invece ad aumentare le paghe dei lavoratori che così non campano più. Il governatore della Banca d’Italia ha detto che i salari degli italiani sono i più bassi d’Europa».
Magari pensano di farlo proprio decurtando i vostri introiti.
«Togliamo ai ricchi per dare ai poveri? Facciamo il Passator cortese? Ipocrisia populista».
Il principio non sarebbe male.
«Questo è moralismo di facciata. Pagare le tasse è bellissimo, lo dicevo prima di Padoa-Schioppa. Ed io sono un grande contribuente. Cosa crede che mi resti in tasca? ».
Quanto?
«Se uno non fa gli inghippi, società fantasma e residenze di comodo, tra tasse dirette e indirette, il 20%. Il resto dei soldi li vedi solo passare».
E se davvero finite tutti a 274 mila non un euro di più?
«La Rai chiude. Manda in onda soltanto documentari, non la vede più nessuno e dice addio alla pubblicità. Usciamo dal mercato e diventiamo birmani».
Troveranno una scappatoia.
«Devono. Questa benedetta azienda subisce le angherie di ogni governo. A volte le merita, ma il legislatore cova una sorta di ossessione, il suo primo pensiero è: come posso rendere difficile la vita a Viale Mazzini? Che lo faccia Berlusconi magari si capisce, il centrosinistra no».
Certi cachet sono davvero alti.
«Le aziende non regalano soldi senza ricavi. Ma che io a Marchionne, che ha preso la Fiat quasi fallita, o a Montezemolo, gli metto il tetto? L’altra sera sentivo Crozza che chiedeva: sapete quanti stipendi deve prendere un operaio per guadagnare quanto Marchionne? Ed ho pensato: tu invece Crozza quanto prendi per dire queste idiozie?».
Se lo farebbe ridurre il compenso?
«Sono già il conduttore meno pagato d’Italia. Prendo un terzo di altri. Costretto. Dissero: o mangi questa minestra o non lavori».
In caso di ulteriore austerity, tornerebbe a Mediaset?
«No. Ormai la mia immagine è spostata sulla Rai, alla mia età non è più tempo di cambiare, chiudo così».
LA STAMPA 6/11/2007
FULVIA CAPRARA
Una Rai senza star, battuta in partenza dalla concorrenza Mediaset. L’emendamento alla Finanziaria che fissa il tetto dei compensi Rai, sia per le collaborazioni che per gli interni, a 274 mila euro lordi l’anno, metterebbe in ginocchio l’azienda di Stato: «Se la norma verrà applicata - avverte il presidente Claudio Petruccioli - le conseguenze saranno un colpo pesantissimo per la Rai». Per chi non la rispetta sono previste multe pari «a dieci volte l’ammontare eccedente la cifra consentita». I primi a saltare sarebbero programmi attesi e già annunciati come quello di Adriano Celentano e di Roberto Benigni impegnato a leggere la Divina Commedia, programmi che superano di molto il tetto della Finanziaria: «Ad avvantaggiarsi - dice Cappon - sarebbero diretti concorrenti come Mediaset e Sky che potrebbero accaparrarsi i migliori artisti a prezzi stracciati rispetto ai livelli attuali». Petruccioli chiama in causa Walter Veltroni: «Qualche tempo fa il neosegretario del Partito democratico disse che il governo Rai dovrebbe essere affidato a una persona sola. Un’opinione legittima, ma chi potrebbe mai prendere in considerazione un ruolo simile, con un massimo di 274mila euro lordi l’anno? Se si pensa questo ci si illude». Il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni parla subito di necessari aggiustamenti: «Pur comprendendo le buone intenzioni, penso che la norma, così come è stata proposta, vada modificata».
La questione verrà affrontata oggi durante l’audizione in commissione di Vigilanza Rai: «E’ una questione gravissima - ha dichiarato il direttore generale Cappon -, si impedisce alla Rai di entrare in competizione non solo con Mediaset, ma con tutto il mondo della produzione e dell’audiovisivo in generale. Non è possibile mettere regole a un solo competitore, perché così si perde la partita in partenza. E’ come se la Juventus fosse obbligata a giocare lo scudetto e vincere schierando solo la Primavera».
Contro l’emendamento si mobilita l’Associazione che raccoglie i dirigenti Rai: «E’ evidente che l’imposizione di un vincolo di questo tipo ai rapporti con le star, gli artisti, gli anchorman che caratterizzano il prodotto tv, avrebbe l’effetto di provocarne un impoverimento del tutto incompatibile con i valori in gioco nel mondo televisivo».
Il responsabile ds di editoria e informazione Roberto Cuillo dice che la nuova misura «costringerebbe la Rai a non essere competitiva sul mercato e darebbe un potere immenso alle società esterne quali ad esempio la Endemol». Il consigliere d’amministrazione Alessandro Curzi fa notare che «la Rai è sul mercato e sarebbe l’unica ad essere colpita da questo provvedimento straordinario». Curzi parla anche del canone («è vero, alla Rai c’è, ma è il meno costoso e il più evaso d’Europa»), lo stesso tema è affrontato dal presidente della commissione di Vigilanza Mario Landolfi: «Se la Rai si considera un’azienda come le altre rinunci al canone».
Maurizio Gasparri di An fa un distinguo: «Se qualche motivazione ci può essere per lo spettacolo, non ci sono giustificazioni per i megastipendi di tanti dirigenti». Il segretario Usigrai Carlo Verna osserva che «costringere la Rai su un ring a braccia legate è come decretarne la sconfitta irreversibile. Non significa solo non poter prendere i Benigni e i Celentano, ma anche, con metafora calcistica, non poter contrattualizzare Ronaldinho e neanche trattenere un Giovinco o un Lavezzi quando le loro quotazioni salgono». Di contratti disdetti e di «migrazione senza precedenti di autori e programmi verso il maggiore concorrente privato» parla Giuseppe Giulietti, membro della commissione parlamentare di vigilanza, ma le cose importanti, a suo parere, sono anche altre: «Dalla Rai ci attendiamo l’eliminazione di ogni spreco, l’immediato reintegro delle persone emarginate e lasciate senza lavoro, l’applicazione delle sentenze dei tribunali, l’allontanamento di quegli incapaci che hanno portato al semifallimento di alcune strutture aziendali».12
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