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 2007  novembre 06 Martedì calendario

«Entro il 30 aprile 2008, le amministrazioni pubbliche … predispongono, sentite le organizzazioni sindacali, piani per la progressiva stabilizzazione del … personale non dirigenziale a) in servizio con contratto a tempo determinato, b) già utilizzato con contratti di collaborazione coordinata e continuativa»

«Entro il 30 aprile 2008, le amministrazioni pubbliche … predispongono, sentite le organizzazioni sindacali, piani per la progressiva stabilizzazione del … personale non dirigenziale a) in servizio con contratto a tempo determinato, b) già utilizzato con contratti di collaborazione coordinata e continuativa». Recita così l’emendamento approvato nei giorni scorsi, con parere favorevole del governo, sulla cosiddetta stabilizzazione del personale precario della pubblica amministrazione. E, per la verità, non si ferma qui: basta scorrere le righe successive per registrare l’allargamento della stabilizzazione – questa volta via procedure selettive’ anche alle «tipologie contrattuali di lavoro flessibile diverse» dalle precedenti. In chiaro, i lavoratori interinali. Si farebbe molta fatica a scrivere una norma di legge dotata di una valenza diseducativa come quella appena citata. E bisognerebbe sudare sette camicie per immaginare una soluzione normativa altrettanto carica di iniquità. Passi (con difficoltà) per il personale in servizio con contratto a tempo determinato, non tutto assunto – si badi bene – attraverso regolari procedure concorsuali. Ma l’idea che la stabilizzazione riguardi anche i co.co.co (per non parlare poi degli interinali) è di quelle da incorniciare. Perché, delle due l’una. O quelle collaborazioni coordinate e continuative nascondevano rapporti di lavoro dipendente, e allora dovrebbe essere il giudice il destinatario della richiesta di stabilizzazione. O, invece, quelle collaborazioni erano autenticamente legate a un progetto e solo a quello, e allora non c’è motivo alcuno per procedere alla stabilizzazione. Ma le regole dello stato di diritto sono spesso un optional, tanto per la classe politica quanto per quella sindacale. E ambedue sembrano del tutto incapaci di sfuggire alla tentazione di fare della pubblica amministrazione il luogo dove è importante mettere anche solo un piede, in qualunque modo, perché tanto poi, presto o tardi, l’assunzione segue. Se si è entrati a tempo determinato – e quindi a fronte di una esigenza temporanea – ci sarà sempre un governo pronto, come quello in carica, a far slittare i termini per garantire la stabilizzazione. Se si è entrati grazie a un legame diretto con il potere politico – come collaboratori di sindaci, di assessori o di ministri – ci sarà sempre un governo pronto, come quello in carica, a trasformare con un tocco di bacchetta magica una prestazione di lavoro autonomo in lavoro dipendente. E se, ancora, si è entrati con altre e più esoteriche formule – come assegnisti, come lavoratori socialmente utili, come interinali – ci sarà sempre un governo pronto, come quello in carica, a inventare procedure selettive ma, beninteso, riservate, per consentirne l’assunzione. I giovani e il merito sono oramai ingredienti obbligatori di ogni discorso politico che si rispetti. Ma come potrà la politica parlare più di merito dopo l’approvazione dell’emendamento sulla stabilizzazione? E come potrà parlare più di giovani sapendo – come certamente sa – che la conseguenza pratica di quell’emendamento sarà precludere ai più giovani gli accessi alla pubblica amministrazione per tutta la prossima decade? Come non vedere che già oggi, su 100 posizioni vacanti nella pubblica amministrazione, 50 sono ricoperte dalle semplici progressioni di carriera e che quindi, se le restanti 50 saranno utilizzate per stabilizzare i precari, per i giovani outsider le opportunità saranno semplicemente precluse? Ultimo ma non meno importante, le risorse: se si è entrati con contratti di lavoro flessibili in amministrazioni diverse da quelle dello Stato, che cosa impedirà domani che di una norma di principio come quella citata in apertura venga richiesta l’applicazione anche alle altre amministrazioni (con buona pace di chi ha cifrato in 20 milioni di euro i maggiori oneri conseguenti all’approvazione dell’emendamento)? Nei giorni scorsi – proprio mentre il suo ministero dava parere favorevole all’emendamento – il ministro dell’Economia non ha mancato di ricordarci che «ogni scelta in senso contrario all’ordine dei conti è un cedimento alla forza primitiva degli interessi particolari che di quell’agire hanno fruito maggiormente e che oggi – più che mai – devono trovare un limite nell’interesse generale». Se proprio non si può evitare «il cedimento agli interessi particolari », si potrebbe evitare almeno la predica?