Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  novembre 04 Domenica calendario

ROMA - Si sentono già i padroni. Per ultimi sono arrivati e sono dappertutto. Rubano dappertutto, si ubriacano dappertutto

ROMA - Si sentono già i padroni. Per ultimi sono arrivati e sono dappertutto. Rubano dappertutto, si ubriacano dappertutto. E assaltano, minacciano, accoltellano. Fanno paura quelli appena arrivati da Bucarest. Volete scoprire chi sono? Volete sapere dove e come sopravvivono, dove stanno conquistando metro dopo metro il loro nuovo regno? E allora prendete con noi la Casilina, superate sei ponti e poi la Palmiro Togliatti, lasciatevi alle spalle due discariche a cielo aperto e scavalcate il raccordo e quelle strade che portano tutte nomi di uccelli - via delle Rondini, via del Pellicano, via delle Cicogne, via dello Sparviero - e poi ancora gettatevi dentro una Roma che non è città e non è campagna, che non è borgata e non è rione ma è una Roma che sembra una fossa, una sacca, grigia, muta, ostile. Ecco, siete arrivati a Tor Bella Monaca, un pezzo d´Italia in provincia di Bucarest. E´ questa l´ultima frontiera. La più violenta, la più vicina. C´è ancora il loro sangue sul selciato, c´è ancora il sangue di quei tre romeni massacrati per vendetta sull´asfalto sporco di terra e cocci di vetro davanti al supermercato. Qualcuno ha imbrattato un muro: «Non passa lo straniero». Una croce celtica, simbolo nazifascista. E poi una firma: brigate Joe Pesci. Chissà perché proprio Joe Pesci, l´attore lanciato da Martin Scorsese in Toro Scatenato e in Quei bravi ragazzi. I carabinieri stanno lì, davanti al supermercato. Presidiano. Controllano. Con un carrello stracolmo di spesa esce un cubano che si chiama Juan. Farfuglia qualcosa. E´ infuriato, quasi urla. Si ferma e dice: «Oggi ci sono i carabinieri, ma quando ci dovrebbero essere non ci sono mai». A Juan martedì sera volevano rubargli tutto. Lui e sua moglie Linda erano fuori, qualcuno ha provato a entrare nella loro casa, la porta di ferro sfondata, le grida dei vicini li hanno fatti scappare. Capita ogni sera. In tutte le strade di Tor Bella Monaca. E ogni sera fanno le ronde fra i palazzi. E ogni notte fanno a turno la guardia sulle trombe della scale o affacciati ai balconi. Per non farsi sorprendere. Sentinelle che stanno sveglie sino all´alba. Ammassano armadi e casse piene di bottiglie d´acqua dietro le porte. Si barricano contro i ladri. Romeni. Sempre romeni. Solo romeni. Tutti accusano soltanto loro in questa sventurata periferia romana incastrata fra la Casilina e la Prenestina, 188 ettari di territorio che nel lontano 1983 la «giunta rossa» del sindaco Vetere voleva trasformare con 175 miliardi di lire in un «quartiere modello». Le cose non sono andate come dovevano andare. E Tor Bella Monaca è diventata linea estrema, confine. Prima sono arrivati i nordafricani. I marocchini e poi i tunisini. E sono arrivati i filippini e poi ancora i peruviani, i colombiani. E alla fine i romeni. Quelli che lavorano e quegli altri. «Quelli che stanno distruggendo le nostre vite», racconta Jousef, marocchino di Casablanca che fa vedere lo sfregio che sei mesi fa gli hanno lasciato sul collo tre che venivano dalla Transilvania. Era sera, aveva appena finito di vendere le sue scarpe e i suoi cd, stava smontando la bancarella quando gli sono scivolati alle spalle e hanno portato via 700 euro. Tutto quello che Jousef guadagna in un mese. Ma non si sono accontentati. Hanno spezzato la bottiglia e l´hanno lasciato a terra. Stava morendo dissanguato. Ricorda il ragazzo di Casablanca: «Li ho denunciati, ma sono sempre qui, li vedo sempre in giro». Jousef è come Abdu, un altro marocchino. E come il cubano Juan. E come l´italiana Elena che lavora al panificio del supermercato. Tutti ce l´hanno con i romeni. Quelli appena arrivati, quelli che non lavorano e non vogliono lavorare. Raccontano che sono più di 8 mila a Tor Bella Monaca. Si aggirano in branco. Scendono dalla Borghesiana, si accampano nelle case di Torre Angela, battono tutte le vie laterali e poi si riversano sul viale Ferdinando Quaglia. E attaccano. Attaccano tutti quelli che incontrano. Hanno imposto il coprifuoco. Dal tramonto in poi Tor Bella Monaca è soltanto loro. «Io scaverei una buca e ce li metterei tutti dentro, da quando sono entrati in massa in Italia qui non campiamo più», dice Emanuele che esce anche lui dal supermercato dove l´altra sera c´è stato il raid. Il capo della sicurezza è Ahmed, un marocchino di Rabat. Spiega che nel suo supermercato ci sono circa 200 furti al mese e «quasi tutti i ladri sono romeni». Romeni o zingari romeni. Gli altri - italiani, magrebini, sudamericani - sono tutti insieme contro quelli «appena arrivati», tutti incarogniti contro quei ragazzi sbarcati in massa da Bucarest. Hanno vent´anni, venticinque, i più grandi trenta. Ci dovevano vivere in 45 mila fra questi palazzi, nei primi Anni Ottanta. Sono più di 225 mila oggi. Di tutte le razze. Di ogni colore. I primi romeni che sono venuti qui si sono messi a lavorare. Tutti muratori. E poi piccoli imprenditori. «Ma gli altri, gli altri che sono arrivati dopo hanno portato violenza, solo violenza», risponde Ferdinando Serafini, un romano che ha sposato Grumaz Lenuta, la romena che ha accanto. Lei scuote il capo e conferma: «Vengono qui in Italia per fare quello non possono fare in Romania». Dietro di loro c´è un altro romeno, fa il fabbro, è qui da 9 anni, il suo nome è Nicolae Galea. Ha messo il suo motorino proprio nell´angolo dove quei tre suoi connazionali sono stati picchiati. I suoi piedi stanno calpestando il loro sangue. «E´ terribile», dice Nicolae. Ma aggiunge: «Noi romeni ormai siamo nel mirino di tutti, italiani ed emigrati, per colpa di altri romeni; vengono in Italia perché solo qui possono fare quello che vogliono, in questo paese tutti sanno che è difficile andare in prigione». Il cartello indica che siamo entrati a Torre Angela, qualcuno ha aggiunto con la vernice un´altra scritta: «Torre Angela Fascista». Un budello, una curva stretta e poi un vialone, un campo secco, un altro vialone e siamo all´Archeologia, via dell´Archeologia, neanche un chilometro e nemmeno un negozio. C´è un barbiere, c´è una bisca, c´è il bar Dalila chiuso alle quattro del pomeriggio. Sembra un quartiere di Mosca, edilizia in puro stile sovietico, palazzoni tutti uguali, sbarre alle finestre, gli isolati divisi a «blocchi» e senza nome, contrassegnati solo da una sigla: R 1, R 2, R 4, M 1, M2, M 6. Dalle parti di R 4 sta accadendo qualcosa. Una Mercedes luccicante si ferma, arriva un ragazzino su un motorino e fa un segnale a un altro ragazzino, in tre bivaccano sotto un portico, esce qualcuno da un portone. Sono spacciatori. Tatuaggi sulle braccia, ray ban scuri che nascondono gli occhi, movimenti furtivi. Passa lo «058», l´autobus che porta verso la Cassia, quello che di tanto in tanto all´Archeologia assaltano come la diligenza del West. Qui a R 4 quei romeni non ci sono ancora arrivati. E´ solo questione di tempo. Di mesi, forse anche di giorni. Si spingeranno anche all´Archelogia quando saranno più tanti e saranno più forti, invaderanno anche i territori dei piccoli malavitosi di Tor Bella Monaca, il «quartiere modello» che è nelle mani di quei romeni.