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 2007  novembre 04 Domenica calendario

BUCAREST

Il tempo d’impacchettarli sull’aereo, e subito si addormentano. Stesi da due giorni filati in Questura: il fermo, l’attesa, i controlli, l’attesa, nuovi controlli, l’attesa, il decreto legge, e finalmente fine con l’attesa. Espulsione. Per emigrare, ci avevano messo 38 ore in pullman. Per rimpatriare, ai primi quattro romeni cacciati, bastano 110 minuti con un Alitalia Malpensa-Bucarest.
Le 20.50. L’altro ieri. Li accompagnano in fondo all’aereo. Ultima e penultima fila. Uno sdraiato sull’altro. Che ronfata. Nessun agente a bordo a controllare. «Oddio, saranno pericolosi?» si domanda lo steward. Certo. Pericolosi per le scorte alimentari: quando passa con lo snack, chiedono il bis e il tris, alzano la mano, «scusi c’è una birra? No? E un bicchiere di vino?». All’arrivo in aeroporto, li fanno uscire di nascosto dagli ingressi degli addetti alle pulizie, per evitare l’assalto dei giornalisti in massa nemmeno aspettassero lo sbarco dei marziani. Caricati su due auto della polizia, i quattro vengono accompagnati alla Gare du Nord, la stazione ferroviaria, e lì infilati nella sala d’attesa-dormitorio dei barboni. Senza saluti, senza ulteriori indagini, senza un soldo. Arrangiatevi.
Non si conoscevano e fanno capire di non piacersi, i quattro. Però questa notte a far l’elemosina per mettere insieme il biglietto del treno e a scoprire che il ritorno a Milano – «Torneremo, torneremo» – è nelle mani dello stesso avvocato, Massimiliano Leonetti, che presenterà ricorso, ecco questa notte l’han vissuta uno per tutti e tutti per uno. Uniti nelle parole, «è colpa dei rom, maledetti», loro che rom non sono. E uniti nei gesti: la mano sul cellulare scarico «devo avvisare a casa» e i piedi che calciano una lattina di coca cola «se la sono presa con i primi che capitavano». Vediamoli, i terribili criminali – come li hanno dipinti alcuni, comprese massime cariche istituzionali milanesi – sbattuti oltre confine in quanto mine per l’ordine pubblico, in quanto immigrati con precedenti contro la giustizia, in quanto da anni in Italia eppure privi di casa e lavoro regolari. Stefan Chirila, 46 anni, baffuto, parlata italiana meglio d’un liceale nostrano, elettricista in nero, sposato con Marianna (badante), due figli, domiciliato, sempre in nero, in un bilocale, «siamo in cinque, 250 euro a testa d’affitto», tre mesi di galera in Spagna, «ho prestato la macchina a un amico che, ubriaco, ha ammazzato un pedone». Florin Gratian Groza, 35 anni, residente nel cimitero Maggiore di Milano, «mi sdraio sopra le tombe», sorriso perenne, vestito come uno zingaro, «mi piace la moda gitana », in passato ladro d’uno scooter. Christian Radu, 23 anni, condannato per furto di un giubbotto, «avevo freddo », è un ex panettiere, è molto contento «è tre anni che non vedevo mamma e papà», è molto timido. Costantin Mangaria, 46 anni, come casa «una baracca nei boschi», muratore dalle manone zeppe di tagli, stipendio di «30-40 euro al giorno», con turni «dalle 12 alle 18 ore», è uno di quelli che ci hanno tirato su la Fiera di Rho-Pero (un cantiere con il 70% della manovalanza romena), già arrestato e invitato a smammare, «c’era l’ordine del questore di lasciare l’Italia», lui se ne fregò, «devo guadagnare soldi».
Dice l’avvocato Leonetti: «C’è l’impressione che sia stato fatto tutto di fretta». Per i quattro, il giorno del (non) ritorno è stato il primo novembre. Chirila: «Stavo fuori dal McDonald’s. Passano due poliziotti.
Chiedono i documenti. Mi sistemano in auto, e via». Groza: «Stavo in un bar di viale Certosa. Esco a fumare. Mi fermano, e via». Radu: «Stavo in corso Buenos Aires. Guardo i negozi. Si avvicinano gli agenti, e via». Mangaria: «Stavo per strada, non mi ricordo la via. Mi bloccano, e via».
Passa un senzatetto nerissimo in viso, «vedi, è uno zingaro, si riconoscono lontano un chilometro». Ragionano i quattro: «Tra aguzzini e trafficanti, con i rom avevate l’imbarazzo della scelta». Invece no. Abbiamo scelto voi. «Attendiamo il ricorso. Se vinciamo, di nuovo Italia. Se perdiamo, pure». Lo sapete che se vi beccano fate tre anni di carcere? Prende parola Chirila, e Groza smette di ridere, e Radu si fa meno timido alzando gli occhi, e Mangaria si frega le manone: «Finirà, l’assalto ai romeni. E torneremo, torneremo, torneremo».
Torneranno. Per intanto, sono arrivate le sei di mattina, ha aperto la biglietteria. In precedenza, fallito un tentativo d’infilarsi in un hotel da tre soldi battuto dalle prostitute. «Niente camera» dicono alla reception. «Siete pieni?». No, una stanzetta c’è. che dei quattro, due non hanno né carta d’identità, né passaporto, «li abbiamo persi». Amen. In coda in biglietteria. Comprano tre tagliandi. Chirila per Craiova, e Groza e Mangaria per due suoi paesini satelliti, Caracal e Iancu Jianu Olt, sud della Romania, terra povera. Manca il quarto. Cristian Radu sceglie il bus. Va a Cluj-Napoca, ci si sono trasferiti i genitori. «Ma sono nato ad Avrig, dove ha vissuto Nicolae Mailat, l’assassino di Roma. Sì, sono un concittadino di quel macellaio. Forse ho capito perché m’hanno cacciato».