Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 4/11/2007, 4 novembre 2007
C’è una grande potenza nel sistema bancario italiano che non riesce a essere tale e che, proprio per questo, ha già perso occasioni irripetibili
C’è una grande potenza nel sistema bancario italiano che non riesce a essere tale e che, proprio per questo, ha già perso occasioni irripetibili. Si tratta delle banche di credito cooperativo, le Bcc, discendenti delle casse rurali e artigiane fondate dai parroci e dai filantropi cattolici di fine Ottocento, giacimento rilevante di quello che i sociologi chiamano «capitale sociale»: 438 banche con 3.713 sportelli, una raccolta di 102 miliardi di euro, impieghi per 91 e mezzi propri pari a 14,4 miliardi. Per patrimonio, rete e raccolta, costituiscono il terzo raggruppamento bancario nazionale, sia pure a una notevole distanza da Unicredito e Intesa Sanpaolo. E il primo per solidità come rivelano i coefficienti patrimoniali: il total capital delle Bcc è pari a 15,8 contro il 10,8 del sistema; il tier 1 medio, parametro più restrittivo, è pari a 7,9 mentre quello delle Bcc è di 15,1.
Il patrimonio di vigilanza delle Bcc supera i 15 miliardi, dei quali quasi 11 non sono investiti in immobilizzazioni, partecipazioni e «sofferenze». Questi 11 miliardi, che a fine 2007 saranno 12 o 13, sono capitale libero. Il sistema bancario nel suo complesso ne ha molto meno, circa il 44% del patrimonio di vigilanza. Forse è il caso che gli amministratori del credito cooperativo si chiedano se la gestione conservativa attuale sia davvero il miglior modo di amministrare risorse che, nelle Bcc, non servono ad arricchire i soci né a coprire rischi inesistenti ma a sviluppare l’impresa ricevuta dalle generazioni passate a beneficio di quelle future. Come insegna la parabola evangelica dei talenti, anche l’eccesso di prudenza può diventare un peccato.
A questo proposito vale la pena di riflettere ancora sull’esempio francese.
Le prime Casse locali francesi vengono fondate nel 1894. Cinque anni dopo il ministero dell’Agricoltura vara le Casse regionali che, federando le locali, diventeranno le vere banche. Nel 1920 lo Stato istituisce la Caisse nationale de Crédit Agricole. Nel 1988 lo Stato regala il 90% dell’Agricole alle Casse regionali e il 10% a dipendenti e a pensionati trasformando così questo soggetto pubblico in una società di capitali controllata, attraverso la holding Rue La Boétie, dalle Casse regionali, oggi ridotte a 39 dopo una serie di fusioni e a loro volta possedute da 2573 Casse locali. Il Crédit Agricole, infine, detiene un quarto del capitale delle Casse regionali.
L’incrocio azionario può non piacerci, ma regge il primo gruppo bancario di Francia che ha salvato il sofisticato Crédit Lyonnais dal fallimento. Un gruppo che conta più di 9 mila sportelli, attività totali per 1.380 miliardi e profitti netti per 7 miliardi e che in Italia ha appena comprato il gioiello Cariparma, la Friuladria e 202 sportelli di Intesa.
Ebbene, se avessero imitato le consorelle d’Oltralpe, magari facendo leva sulla società per azioni comune, Iccrea Holding, le Bcc avrebbero potuto giocare un ruolo di primo piano nelle concentrazioni bancarie italiane. La storia non si fa con i se, ma oggetti come la Bnl, la Popolare di Lodi o le centinaia di sportelli messi in vendita da Intesa e Unicredito sarebbero stati alla portata, senza per questo diminuire il radicamento delle Bcc nel territorio. In Francia il sistema Casse-Agricole, frutto dell’azione dei governi e della banca centrale, resta per tutti la banque verte. Da noi, i governi della Prima e della Seconda Repubblica e la Banca d’Italia non hanno mostrato la stessa lungimiranza. E le Bcc non hanno nemmeno sperimentato il gruppo cooperativo paritetico reso possibile dalla riforma Vietti, che consentirebbe il primo passo per rendere reale quel terzo gruppo bancario che oggi è soltanto virtuale. Forse è il caso che le Bcc più moderne rompano gli indugi.
(con la consulenza tecnica di Miraquota)