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 2007  novembre 04 Domenica calendario

ARTICOLI SUL COLPO DI STATO IN PAKISTAN

LA REPUBBLICA, 4/11/2007
RENATO CAPRILE
Tecnicamente è un golpe. Difficile definirlo altrimenti anche se il potere non passa di mano e Musharraf ribadisce solo che è lui l´uomo forte del Pakistan, piaccia o meno al suo potente alleato americano. E per la seconda volta in otto anni, senza spargimenti di sangue come già fece nel ”99, proclama lo Stato d´emergenza, sospende la Costituzione, mette il bavaglio ai giudici dell´alta Corte - risoluti a dichiarare illegittima la sua recente, controversa elezione a capo dello Stato - taglia le linee telefoniche, oscura le emittenti private e ordina raid della polizia negli studi televisivi. In una parola, isola il paese. E ovviamente manda i carri armati a presidiare strade e palazzi del potere. Una mossa obbligata, si preoccuperà poi di rendere noto in serata lo stesso generale. Dettata dalla necessità di porre un freno all´insurrezione islamica e alle interferenze dei giudici nella politica. A quella guerra non dichiarata contro Taliban e Al Qaeda che si combatte da mesi nelle aree tribali al confine con l´Afghanistan e, da qualche giorno, anche in zone fino a ieri relativamente tranquille.
«Alcune istituzioni giudiziarie - sembra giustificarsi il generale-presidente - lavorano contro il potere esecutivo e legislativo impegnati a contrastare terrorismo ed estremismo. Un´azione che indebolisce il governo e compromette la possibilità di avere ragione di questa minaccia».
Ecco spiegato il perché. La stabilità secondo Musharraf passa per un solo punto: se stesso. Che il Pakistan, l´unico paese islamico dotato di armi nucleari, sia in preda a violenze senza precedenti (420 morti solo nell´ultimo anno) è noto, ma questo non giustifica quanto accaduto ieri. Che non solo non sta bene alla Casa Bianca, che lo giudica addirittura «deplorevole», ma che compromette la stessa possibilità che a metà gennaio possano tenersi libere elezioni. Oltre a far naufragare, prima ancora che sia stato celebrato, il matrimonio politico su cui Washington tanto faceva affidamento, tra Musharraf e Benazir Bhutto. Quello che avrebbe dovuto garantire stabilità e democrazia in Pakistan.
Poche ore dopo la notizia, la Bhutto era già a Karachi, dopo essere partita d´urgenza da Dubai senza nemmeno sapere se all´arrivo l´avrebbero fatta sbarcare, o se invece l´avrebbero arrestata o espulsa. Arrivata a casa sua, Benazir si è subito schierata: «Invece di muoverci verso la democrazia stiamo tornando indietro verso una dittatura ancora più pesante. Sono contro a questa legge marziale, incontrerò altri leader politici e discuterò con loro quali azioni intraprendere per far cancellare la decisione di sospendere la Costituzione», ha detto ai microfoni di Sky News.
Ma le voci di una possibile ricorso al pugno di ferro correvano già da settimane a Islamabad. Lo stesso Musharraf non lo aveva escluso, sperava che la Corte ratificasse la sua elezione, ma quando ha avuto sentore che così non sarebbe stato ha accelerato i tempi - tra pochi giorni, il 15 di novembre, il suo mandato sarebbe scaduto - e ha ribadito: sono io che comando. La prima mossa è stata quella di far circondare da un nugolo di paramilitari l´edificio dell´alta Corte nella capitale. Il covo dei suoi nemici giurati. E mettere in un angolo il presidente di quell´istituzione: Iftikhar Muhammad Chaudhry, da mesi spina nel fianco del regime e che lui invano aveva già tentato di esautorare. Ma che ieri è riuscito a destituire senza troppi complimenti per far posto a un suo uomo, Hameed Dogar.
Storia vecchia quella che contrappone Musharraf e Chaudhry. A marzo il generale ha tentato di estrometterlo con l´accusa di illeciti. Cosa che scatenò proteste di piazza culminate in luglio con il reinsediamento del magistrato. Da allora la massima assise ha emesso una serie di deliberazioni contro l´esecutivo. L´ultima, martedì scorso, contro il premier Shaukat Aziz, accusato di avere ignorato la disposizione favorevole al ritorno dall´esilio anche dell´ex premier Nawaz Sharif, destituito da Musharraf nel 1999.
Troppo, per uno abituato a vincere facile come Musharraf. Meglio mettere in quel posto un amico. Dogar, appunto, la cui nomina è stata però subissata di critiche. « un burattino», « un corrotto che non può assumere quell´alto incarico». L´associazione magistrati promette battaglia («Ci opporremo a qualsiasi azione anticostituzionale»), il partito degli avvocati pure. Come dire che da domani la situazione in Pakistan minaccia di farsi incandescente. Che è esattamente ciò che auspicano gli uomini di al Qaeda.

LA REPUBBLICA 4/11/2007
GUIDO RAMPOLDI
POSTO di fronte all´alternativa se restare un dittatore vivo o diventare un politico morto, il generale Pervez Musharraf ha scelto, com´era prevedibile, di sopravvivere. Per impedire che la Corte suprema dichiarasse nulla la sua recente elezione a capo dello Stato, il generalissimo ha proclamato lo stato d´emergenza.
E ha spiegato alla nazione, in un titubante discorso televisivo, che «la stabilità e l´integrità del Pakistan sono in pericolo». Quel rischio è reale, ma lo è ancor più da ieri pomeriggio, da quando cioè i soldati hanno arrestato i giudici che spogliando Musharraf del suo potere minacciavano di ridurlo alla condizione di privato cittadino, nella quale un ex dittatore, già sfuggito a nove attentati, non conserva a lungo la libertà e la vita: certo non in Paskistan. Così ieri sera la frase drammatica che il generale ha pronunciato in tv, «non posso permettere che questo Paese commetta il suicidio», suonava come un «non posso suicidarmi».
Proclamando lo stato d´emergenza Musharraf ha sospeso una transizione alla democrazia che doveva condurre in gennaio alle elezioni, le prime davvero libere dal 1999, quando il generale, all´epoca capo di stato maggiore, spodestò un governo corrotto ma regolarmente eletto e lo sostituì con un´amministrazione di tecnici controllata dalle Forze armate. La differenza con il putch di otto anni fa sta nei sentimenti della nazione. Nel 1999 la gran parte della popolazione accolse con sollievo quell´ufficiale sobrio e moderato che prometteva di ripristinare la democrazia appena avesse rimesso in sesto il governo della cosa pubblica. Ma oggi tanti lo considerano una minaccia allo Stato di diritto. Lo ha danneggiato soprattutto lo scontro con la Corte suprema.
Musharraf pretendeva che quei giudici chiudessero un occhio sulla dubbia correttezza della seduta parlamentare conclusa con la sua elezione a presidente della Repubblica. In quel caso avrebbe abbandonato la divisa e chiamato il Paese alle urne. Questo era il suo piano, e questa la speranza degli occidentali. Ma si è messa di traverso la magistratura. Nel nome della legalità, certo non del realismo politico.
Musharraf non ha rinunciato al suo progetto, come dimostra il fatto che ieri, appena proclamato lo stato d´emergenza, ha insediato una nuova Corte suprema, questa assolutamente incline a riconoscerlo come legittimo presidente del Pakistan. Ma ora è solo. Gli è molto più difficile trovare un accordo con qualsiasi forza politica. E gli occidentali, Washington in testa, cominciano a considerarlo un alleato troppo problematico. In patria gli rimane ancora un consenso, ma adesso inferiore a quel 21% che gli attribuivano i sondaggi in estate. Per il ceto medio che vuole il ritorno alla democrazia, è un dittatore. Per i fondamentalisti, che ha vezzeggiato a lungo ma ieri sera ha accusato di spingere il Paese nel caos, un traditore.
In altre parole da ieri il Pakistan è ancora più fragile di prima. E non ci sorprenderemmo se per un´estrema precauzione in queste ore Pentagono e comando Nato a Kabul abbiano estratto dalle casseforti i piani militari nel caso che tutto volgesse al peggio, e divenisse urgente scaraventare commandos nei siti in cui le Forze armate pakistane detengono armi atomiche che per nessuna ragione devono cadere nelle mani sbagliate. Il Paese rischia di precipitare nel caos che già ha inghiottito le province a ridosso del confine con l´Afghanistan, ormai in mano ad un islamismo armato che aiuta i Taliban, e talibanizzandosi scende a patti con al-Qaeda, che pure avversa. Per ricostituire una parvenza di sovranità sui territori in mano ai Taliban pakistani Musharraf ha lanciato varie offensive, l´ultima in corso nello Swat, e perso almeno duecento soldati, però senza costrutto. Il nemico ha contrattaccato piazzando un avamposto perfino nella capitale, nella Moschea rossa di Islamabad, riconquistata in luglio dall´esercito con una battaglia sanguinosa. Da allora è dubbio che Musharraf abbia il pieno controllo delle Forze armate, dove gli ufficiali islamisti formano consorterie agguerrite, una delle quali nel 2003 fu ad un passo dal riuscire ad ucciderlo.
Se a tutto questo aggiungiamo che il Pakistan confina con l´Iran attraverso la turbolenta regione del Beluchistan, non è difficile immaginare che cosa si sta rischiando nella regione. Ve n´è abbastanza perché perfino l´Italia scopra che questi sono tempi interessanti, e la politica può essere cosa più coraggiosa di una mediocre rincorsa al marketing, ai sondaggi, ai sentimenti più bassi dell´opinione pubblica. Così magari qualcuno, sia pure non tanti, potrebbe aver la curiosità di conoscere i pensieri che percorrono la maggioranza e l´opposizione. Nel Partito democratico, dentro An, c´è consapevolezza che il mondo è più largo della Romania? I comunisti d´Italia sono in grado di formulare un´idea più complessa del solito ”ritiriamo i soldati´?
Berlusconi riesce a produrre un´opinione che non sia già stata pensata a Washington almeno tre settimane prima? Attendiamo fiduciosi. E anche consapevoli che l´intensità tragica del Musharraf nerovestito apparso ieri in televisione è distante anni-luce dalla nostra garrula chattering society giornalistico-politica.

CORRIERE DELLA SERA, 4/11/2007
LORENZO CREMONESI
Se la notizia non fosse tanto preoccupante, per un Paese instabile e armato di atomica come il Pakistan, verrebbe da dire un po’ ironicamente che Pervez Musharraf perde il pelo ma non il vizio. Perché è la seconda volta in 8 anni che il presidente- militare organizza un golpe. Ieri ha voluto parlare in tv alla sua gente. Quasi scusandosi ha spiegato che l’ha fatto per difendere la democrazia, l’economia, garantire la lotta contro il terrorismo islamico. Si è persino rivolto in inglese alla comunità internazionale per rassicurare che ha «bisogno di tempo», che non si deve essere troppo duri nel giudicarlo, perché la cultura democratica del Pakistan non è ancora alla pari con quella un Paese occidentale, ma grazie a lui ci arriverà. Continua a promettere libertà e democrazia, ma intanto occupa il potere «manu militari».
L’aveva voluto quando era capo di stato maggiore dell’ esercito nell’ottobre nel ’99 per deporre e mandare in esilio l’allora premier Nawaz Sharif. E ci ricade adesso. Un passo in qualche modo atteso questo di imporre lo stato di emergenza, la sospensione della costituzione, le dimissioni del presidente della Corte suprema, giudice Chaudhry. Oltre alle disposizioni tipiche del golpe: i soldati davanti agli edifici pubblici, le interruzioni dei telefoni, gli arresti domiciliari per i leader politici più in vista.
Atteso, poiché già un paio di settimane fa lui stesso si era lasciato scappare ufficiosamente che, se la Corte suprema non avesse approvato la sua conferma in Parlamento per il terzo mandato consecutivo a presidente, sarebbe ricorso alla legge marziale. Anche a Benazir Bhutto aveva consigliato di attendere a tornare nel Paese, dopo nove anni di esilio auto-imposto. Non soltanto perché temeva attentati, come del resto è puntualmente avvenuto con il terribile massacro di Karachi nella notte tra il 18 e 19 ottobre (costato 140 morti e quasi 500 feriti). Ma soprattutto preoccupato che il massimo organo legislativo bocciasse il suo progetto politico, comprendente tra l’altro il condono delle accuse di corruzione alla leader del Partito Popolare, la loro cooperazione in vista del voto parlamentare tra la fine di dicembre e la metà di gennaio e quella che lui definisce «la transizione progressiva alla democrazia ». Così Musharraf si era riservato la prerogativa di agire con la brutalità decisionista che lo caratterizza sin da quando, poco più che ventenne, era ufficiale tra i corpi scelti dell’esercito. E il giudice Chaudhry sembrava proprio deciso a non fargliela passare liscia.
La Corte aveva scelto di non esprimersi venerdì scorso, data fissata inizialmente per il verdetto. A Islamabad si sussurrava che la cosa sarebbe slittata al 12 di novembre. E sarebbe arrivato un «no» deciso. Due giorni dopo Musharraf avrebbe dovuto comunque annunciare le proprie dimissioni da capo dell’esercito in vista del voto.
Ora l’intero progetto è sospeso, se non cancellato del tutto. Il Paese trattiene il respiro. Si registrano già disordini in quel covo di violenza criminale e terrorismo politico che è da sempre Karachi. Arrivano echi di manifestazioni a Rawalpindi, Lahore e persino nei viali ampi e alberati attorno ai palazzi del governo a Islamabad. Ma la difficoltà nelle comunicazioni, i telefoni a singhiozzo, le pattuglie per le strade, rendono difficile distinguere le voci dai fatti.
Si sa per certo che l’amministrazione Bush ha protestato contro la mossa del suo alleato nella lotta al terrorismo nella regione sin dall’11 di settembre 2001. «Gli Usa sono contrari a misure anticostituzionali, allontanano il Pakistan dalla via della democrazia», ha dichiarato Condoleezza Rice da Istanbul.
Non è affatto detto però che seguano provvedimenti più duri. In questo momento a Washington si guarda con approvazione alla campagna militare voluta da Musharraf contro le milizie filo-talebane nella vallata di Swat e lungo le «zone tribali». Anche la Bhutto sembra spiazzata, ma decisa a dare battaglia. Tornata in fretta e furia ieri pomeriggio a Karachi da Dubai, ha subito detto che vede nella mossa un «trucco per ritardare le elezioni »: «Oggi è il giorno più nero della storia del Pakistan».

CORRIERE DELLA SERA, 4/11/2007
L.CR.
Difficile giocare a fare l’equilibrista tra dittatura e democrazia. A un certo punto, inevitabilmente, l’equilibrio si spezza e devi scegliere: o ricorri alla forza e al sopruso per restare in piedi a ogni costo, oppure accetti le regole della maggioranza e minoranza, rispetti la società civile, anche al prezzo di lasciare il tuo posto. Ecco che cosa rappresenta il giudice Iftikhar Muhammad Chaudhry per Pervez Musharraf: la contraddizione che gli fa perdere l’equilibrio, la forza della giustizia che a un certo punto svela i trucchi di un presidente-militare teso a restare al di sopra della legge che lui stesso si è dato, pur cercando di vendersi come democratico illuminato.
«Chaudhry, l’uomo che smaschera le contraddizioni, la vera alternativa ai funambolismi di Musharraf», sostengono in termini molto simili Zaffar Abbas e Owais Tohid, rispettivamente direttori del quotidiano Dawn
e della nuova rete televisiva privata
Geo. Professionisti che, al pari di Chaudhry, sono figli della nuova società civile pakistana, cresciuta immensamente all’ombra di Musharraf dopo il colpo di Stato militare del 1999. «Il fatto è che Musharraf ha permesso lo sviluppo di una rete di media locali molto più liberi ed emancipati di quelli precedenti. E allo stesso tempo ha facilitato la crescita del potere legislativo a spese dell’esecutivo. La stessa nomina di Chaudhry nel 2005 alla presidenza della Corte Suprema, il massimo organo giuridico dello Stato, ne è la prova più lampante. Ma ora tutto questo gli è sfuggito di mano. E cerca di ricondurlo sotto il proprio controllo », affermano.
Ecco spiegato l’accanimento determinato con cui il presidente mira adesso a mettere fuori gioco quello che considera ormai da almeno un anno il suo avversario numero uno, più pericoloso persino dei talebani e di quello stesso estremismo islamico qaedista che pure dal 2003 cerca di eliminarlo a colpi di attentati.
Perché Mushrarraf vede Chaudhry alla stregua di un traditore, un ex protetto che gli si sta rivoltando contro. Ma ormai il giudice appare troppo potente, non basterà certo un semplice decreto di licenziamento per annientarlo. La sua esperienza è oramai di lunga data. Nato nel 1949 a Quetta, una delle città di frontiera con l’Afghanistan, centro delle tensioni che dalle «zone tribali» si allungano al Balucistan, ha percorso le tappe principali della carriera giuridica nel sistema pubblico per approdare nel Duemila alla Corte Suprema. Sino alla sua nomina di presidente della Corte era sembrato funzionale a Musharraf, convalidandone la conferma per il secondo mandato presidenziale e lasciando credere di condividere con lui quella visione di Stato laico modellato sulle riforme di Kemal Ataturk in Turchia che hanno caratterizzato le frizioni con il fondamentalismo musulmano nel Pakistan contemporaneo. Poi però il suo atteggiamento è via via mutato. Ha cominciato ad ascoltare i gruppi di pressione per la difesa dei diritti umani, ha dato forza all’ordine degli avvocati, si è fatto paladino delle nuove pulsioni democratiche, alimentate tra l’altro dalla nascita di una trentina di radio e televisioni private, oltreché dallo sviluppo dei giornali di opposizione.
La sua campagna in difesa delle centinaia di «desaparecidos» - attivisti politici, sindacalisti, mullah, giornalisti - sembra rapiti e alcuni di loro assassinati per mano dei servizi segreti locali (c’è chi accusa anche gli americani in lotta contro Al Qaeda) non è piaciuta a Musharraf. E men che meno il presidente ha apprezzato l’impegno di Chaudhry contro la sua rielezione per il terzo mandato, in barba alla costituzione. Da qui la scelta di licenziarlo lo scorso 7 marzo. Ma la reazione delle piazze ha colto Musharraf totalmente alla sprovvista. Giudici, magistrati, giornalisti e avvocati hanno inscenato manifestazioni a Islamabad, Lahore, Peshawar, Rawalpindi. A Karachi ci furono 40 morti negli scontri con esercito e polizia che cercavano di imporre il coprifuoco. E il 5 maggio Chaudhry ha assunto una dimensione ancora più minacciosa per Musharraf, quando per recarsi in auto da Islamabad a Lahore per partecipare ad un’ assemblea impiegò 25 ore perché rallentato dal bagno di folla. Un viaggio che in condizioni normali non necessita più di 5 ore. Tali e tante furono le proteste che il 20 luglio Musharraf fu costretto a riammetterlo al suo posto tra il plauso del Paese. Una mossa sostenuta anche dai massimi ranghi militari. Ora la sfida per il presidente è continuare a mantenere la simpatia dell’esercito, a ogni costo.

CORRIERE DELLA SERA, 4/11/2007
L.CR.
«Non resisterà a lungo. Musharraf non può durare, è destinato a cadere presto», reagisce a caldo Ahmed Rashid.
Il noto giornalista e commentatore pakistano, autore di numerosi libri sul fenomeno talebano e la crescita del fondamentalismo islamico in Asia centrale, già da tempo critica quella che chiama «la mania golpista di Musharraf ». Un mese fa Rashid si era scagliato contro la decisione di Musharraf di restare presidente per un terzo mandato e non aveva esitato ad usare parole forti anche contro Benazir Bhutto. «La leader del Partito Popolare fa male ad accettare di collaborare con Musharraf. Dovrebbe invece opporsi in nome della democrazia», aveva detto. Adesso le sue critiche sono ancora più dure e le spiega al telefono con il
Corriere.
Quali saranno gli esiti del passo di Musharraf?
«Ha fatto autogol. Musharraf non può restare in piedi. Questo passo rappresenta la classica ultima goccia che fa traboccare il vaso. Negli ultimi tempi era diventato via via più impopolare sia tra la popolazione che l’esercito ».
Come lo spiega?
«Non so perché abbia compiuto un passo tanto drastico. Forse è stato consigliato male, lui e i suoi fedeli hanno sbagliato a leggere la situazione interna del Paese. Certo è che ora neppure i ranghi tradizionalmente più fedeli dell’esercito sono con lui. E senza l’esercito non può andare lontano. Deve capire che il Pakistan non è più una dittatura priva di società civile come la Birmania. Islamabad e Rawalpindi non sono come Rangoon. Un governo- mafia da noi non può durare: ci sono gli avvocati, i giornalisti, i giudici. Negli ultimi anni è cresciuta la coscienza democratica del Paese. La ribellione contro questo secondo golpe di Musharraf è alle porte».
 proprio certo che l’esercito non sia con lui? Dopo tutto Musharraf è militare per cultura e tradizione...
«Staremo a vedere. Ma ci sono sempre più ufficiali e soldati che credono nella democrazia. Mi aspetto forti opposizioni tra quegli stessi ranghi che nel 1999 sostennero il colpo di Stato. I tempi sono diversi da allora».
 possibile la guerra civile?
«Non so, è troppo presto per dire. Però mi attendo le proteste della comunità internazionale con l’Europa in prima fila».
Gli Stati Uniti vedono in Musharraf il baluardo contro Al Qaeda, i talebani e il fondamentalismo islamico. Pensa che non lo sosterranno più?
«Staremo a vedere. Per ora il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha lanciato un appello per il ripristino delle regole democratiche. Spero che a Washington siano anche più duri e passino dalle parole ai fatti, magari imponendo l’embargo economico. Gli americani sanno bene che il Pakistan resta al centro del braccio di ferro con l’islamismo radicale, non possono permettersi di perderlo o di lasciarlo nelle mani di un leader impopolare e debole quale è oggi Musharraf, specie dopo il colpo di Stato. A loro potrebbe fare da sponda anche Benazir Bhutto con il Partito Popolare, che resta la più forte formazione politica del Paese. Me lo auguro di cuore. Alla fine non credo proprio che Musharraf potrà durare».

CORRIERE DELLA SERA, 4/11/2007
BILL EMMOTT
Il colpo di Stato del generale Pervez Musharraf in Pakistan è davvero molto strano: si tratta, infatti, di un colpo di Stato contro se stesso. Quando si impadronì del potere nel 1999, rovesciando il governo di Nawaz Sharif, corrotto e incompetente, seppur democraticamente eletto, il generale metteva in atto un classico esercizio militare pachistano: il capo delle forze armate assumeva il controllo del Paese, come era già accaduto due volte dalla fondazione del Pakistan nel 1947. Le misure adottate, quali la dichiarazione dello stato di emergenza, la sospensione della costituzione e la destituzione dei giudici della Corte Suprema, dimostrano che il generale Musharraf è stato un fallimento nel suo ruolo di presidente della nazione. Questo è un gesto disperato, il segnale che ormai non gli restano alternative. il segnale che è giunto il momento di farsi da parte.
Il generale Musharraf ha fallito nel suo intento anche perché, assieme ai colleghi militari, non ha mai deciso se fare il dittatore fino in fondo oppure no. Un vero dittatore militare non fa finta di collaborare con la costituzione del Pakistan, conservando un Parlamento democraticamente eletto e un sistema giudiziario a quanto pare indipendente. Ma è quello che Musharraf ha tentato di fare.
Forse si è illuso nel ritenersi semplicemente un presidente provvisorio e che queste fossero davvero le sue intenzioni quando prometteva di riportare la democrazia nel Paese nel giro di breve tempo. Forse diceva la verità, quando affermava che avrebbe presto rinunciato alla divisa militare, anche se l’ha fatto dopo otto anni dalla presa del potere. Forse pensava che l’esercito sarebbe stato incapace di controllare il Pakistan e ha fatto ricorso al Parlamento e ad altri escamotages superficiali del governo costituzionale al fine di impedire al suo Paese, notoriamente diviso e instabile, di precipitare nella guerra civile. Per questo motivo ha reintrodotto le elezioni parlamentari nel 2002, ma non si è fatto scrupolo di manovrarle a suo favore.
Forse è stato l’11 settembre a scombussolare i suoi piani, con l’arrivo dell’esercito americano in Afghanistan, che ha spinto Osama bin Laden e altri capi di Al-Qaeda a rifugiarsi al di là del confine, nelle regioni tribali ingovernabili del Pakistan, rafforzando allo stesso tempo le forze del fondamentalismo islamico nel Paese. Forse avrebbe governato come un vero dittatore militare anche a dispetto di quelle pressioni, se i suoi nuovi alleati americani non l’avessero costretto a rispettare la costituzione e a mantenere in vita le speranze di riportare la democrazia in Pakistan.
Forse. Ma la verità è che, per molte ragioni, il governo del generale Musharraf è stato un insuccesso. Gli attentati suicidi sono all’ordine del giorno, come quello che ha accolto il ritorno dall’esilio del capo dell’opposizione, Benazir Bhutto, facendo 140 morti. La grande provincia occidentale del Pakistan, il Belucistan, che confina con l’Iran e l’Afghanistan, è a tutti gli effetti sconvolta dalla guerra civile. Le zone tribali nel nord-ovest, dove si ritiene che Osama bin Laden abbia trovato un nascondiglio, sono ingovernabili come sempre. Musharraf ha allontanato il presidente della Corte Suprema quando questi si è opposto alle sue direttive, è stato costretto a reintegrarlo nel suo ruolo dopo le proteste popolari e le pressioni della magistratura, e adesso l’ha licenziato un’altra volta. Questa non è neppure una dittatura. E’ una pagliacciata.
Che sarebbe anche divertente, se la situazione in Pakistan non fosse così critica. E’ un Paese instabile, travagliato da terrorismo e ribellioni, e per di più in possesso di armi nucleari. Se dovesse verificarsi un altro 11 settembre, un nuovo attacco terroristico contro l’America pianificato ed eseguito da Al-Qaeda, gli Stati Uniti non esiterebbero a invadere le aree tribali del Pakistan – e non importa chi sarà alla Casa Bianca in quel momento, Bush o il suo successore – a meno che il Pakistan non abbia un governo sufficientemente affidabile per affrontare il problema con le sue proprie forze.
Più a lungo si protrarrà la presidenza del generale Musharraf, più rischia di aggravarsi la situazione. Il terrorismo si inasprirà, le province come il Belucistan diventeranno ancor più intrattabili, i fondamentalisti islamici raccoglieranno attorno a sé nuovi consensi e appoggi, e alcune fazioni dell’esercito o dei servizi segreti potrebbero tentare di rinfocolare il conflitto con l’India nel Kashmir, magari come diversivo, riportando i due Paesi sull’orlo dello scontro armato. Le alternative possibili non promettono nulla di buono: un altro capo militare, o una battaglia democratica tra Benazir Bhutto e Nawaz Sharif, che hanno dimostrato tutta la loro corruzione e incompetenza in passato, mentre i partiti islamici contribuiscono a complicare la situazione.
Ma aspettare ancora rischia di essere l’opzione peggiore. Che sia l’esercito, gli americani, i vecchi alleati cinesi del Pakistan o gli amici nelle forze armate britanniche, insomma qualcuno oggi deve dire al generale Musharraf che è venuto il momento di abbandonare il campo. Al suo ritiro dalla scena politica, il Pakistan dovrà fare uno sforzo per ristabilire un governo democratico. Sarà una sfida ardua e rischiosa, ma l’alternativa è catastrofica.
© Bill Emmott, 2007
Traduzione di Rita Baldassarre