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 2007  novembre 03 Sabato calendario

Papà, papà, libera le ragazze come me». Era maggio 2000. La prostituta nigeriana di 26 anni fece sgorgare come una tempesta di vento la sua preghiera a Giovanni Paolo II, e don Oreste Benzi accentuò appena il sorriso

Papà, papà, libera le ragazze come me». Era maggio 2000. La prostituta nigeriana di 26 anni fece sgorgare come una tempesta di vento la sua preghiera a Giovanni Paolo II, e don Oreste Benzi accentuò appena il sorriso. Davanti al Pontefice c’erano radici e foglie di tutta la sua fede, impasto di cielo e fango, palmi di mani giunte e caviglie insozzate. Il «papà» - con l’accento - di quella donna era la Chiesa che lo arpionava dalla strada e aspettava il traghetto. Don Benzi seminarista, poi cappellano, poi ancora stratega di una ragnatela di aiuti internazionali, don Benzi in tv, poi nei palazzi della politica, don Benzi indaffarato allo stremo e teso a commentare proposte di legge e don Benzi che appare, si fa fotografare tra viados e corpi da marciapiede. Instancabile per quasi tutti, troppo ovunque per i nemici sotterranei. La sua Associazione Papa Giovanni XXIII è in poco tempo un simbolo, un punto di riferimento, un ponte con mezzo mondo. La ragazza che chiama Wojtyla «papà» è un emblema. Cui è giusto lasciare lo scritto che il sacerdote aveva appena preparato prima di morire, commentando per il giorno dei morti Giobbe (19,1.23-27): «Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. La morte non è altro che lo sbocciare per sempre della mia identità, del mio essere con Dio». Questa identità - questo futuro «essere con Dio» lasciato scritto due sere fa - nasce il 7 settembre 1925 a San Clemente, provincia di Forlì, colline a venti chilometri da Rimini. I suoi sono operai. Lui è la settima creatura, ne verranno altre due. Entra in Seminario a Rimini a 12 anni, è ordinato sacerdote nel 49 1949 e quasi subito nominato cappellano nella parrocchia di San Nicolò a Rimini. L’anno dopo torna al Seminario come insegnante, è Assistente della Gioventù Cattolica. Lì alimenta l’interesse per il momento in cui gli adolescenti «elaborano i metri di misura definitivi dei valori di vita». Lì è l’humus di quella smaliziata strada della discoteca (lo si incontrerà nei più grandi templi musicali) per stupire e chiamare a un «incontro simpatico con Cristo». Dal ”59 Padre Spirituale, il suo cammino è nomadismo fra cattedre di licei, dove recluta i giovani che allestiranno i campi di vacanza, i soggiorni in montagna per i più infelici. Sta nascendo l’Associazione Papa Giovanni XXIII, riconosciuta con Dpr del ”72. Case-famiglia, comunità terapeutiche, e via via filiazioni in Albania, Australia, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Croazia, India, Kenya, Romania, Russia, Tanzania, Venezuela, Zambia. La motivazione comune è scolpita come monito imprescindibile: «Condividere direttamente la vita degli ultimi mettendo la propria vita con la loro vita, facendosi carico della loro situazione, mettendo la propria spalla sotto la loro croce, accettando di farsi liberare dal signore attraverso loro». Le case-famiglia diventano 200, sei di preghiera, sette di fraternità, quindici coop sociali dove sono inserite persone svantaggiate, sei centri diurni per chi ha handicap, trentadue comunità terapeutiche. Insieme, la guerra ostinata, ai mercanti di schiavi. Sono riprese tv e scatti di fotografi con don Benzi accanto ai falò, nelle periferie, nei parchi, tra i viados, le nigeriane. Vita accanto ai più infelici, rischio accanto a guerre di singola liberazione. Ma anche intervento più forte. Il dibattito con il ministro Livia Turco per l’idea di quartieri tipo Amsterdam. Gli incontri a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi: Natalia e Greta, bulgara una e albanese l’altra, che aspettano per un’ora in strada, finché non le fanno salire davanti a un Silvio «sconvolto e commosso fino alle lacrime» e - fine comunque lacrimevole per tutti - regala a ciascuna delle due figlie di Dio una busta con dentro cinque milioni di lire. Aveva scritto: «Gli ultimi sono coloro ai quali nessuno pensa. E se ci pensa, pensa male». Ma pure: «La devozione senza rivoluzione non basta». Ispirato a l’Abbé Pierre, Madre Teresa, Massimiliano Kolbe, era assiduo agli scritti di Henri-Marie de Lubac, Philippe Chevrier, Don Calabria. Di qui anche la sua istintiva, irrefrenabile partecipazione a qualunque scossone o semplice brezza sociale. Eccolo che interviene sui feti, sull’aborto minorile, il caso Welby («non è troncando la vita che si supera la sofferenza») e poi a quell’ultima serie di battaglie che diventano guerra: le «schiave del sesso». Scrive determinato: «Se non ci fosse la domanda non ci sarebbe l’offerta. Se gli italiani non chiedessero prestazioni sessuali a pagamento, non ci sarebbe la tratta delle donne che vengono schiavizzate e forzate da criminali singoli o associati». Voce religiosa e di umanità che viene da basso, da terra e marciapiedi. Dove miseria grida lui c’è. C’era ancora mercoledì sera a piangere la sorte dei rom travolti dalla loro emigrazione e travolgenti vite innocenti in Italia. Fino a quel monito fra altre dolenti parole - forse infelice per il momento - «I lupi feroci siete voi italiani». Il ruggito di chi forse l’altra sera già guardava oltre: «Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio». Stampa Articolo