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 2007  novembre 03 Sabato calendario

La questione salariale è stata rilanciata dal leader della Cgil, Guglielmo Epifani, e prima ancora dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che aveva sottolineato il divario del 30-40% tra le retribuzioni orarie italiane e quelle tedesche, francesi e britanniche, e aveva indicato nel recupero di produttività la strada maestra per colmarlo

La questione salariale è stata rilanciata dal leader della Cgil, Guglielmo Epifani, e prima ancora dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che aveva sottolineato il divario del 30-40% tra le retribuzioni orarie italiane e quelle tedesche, francesi e britanniche, e aveva indicato nel recupero di produttività la strada maestra per colmarlo. L’aumento dei salari, a dire il vero, era stata evocato dal banchiere centrale per rilanciare la domanda interna in un discorso non a caso intitolato Consumi e crescita in Italia. Diventasse il tema centrale di una riflessione, la questione salariale ci porterebbe anche più in là, verso la ridefinizione del ruolo del lavoro dipendente nell’Italia delle liberalizzazioni e tuttavia affezionata alla coesione sociale, cifra specifica del modello di sviluppo europeo. Nemmeno Epifani, del resto, sembra voler arrivare oggi alle conseguenze ultime della sfida. Ridistribuire 15 miliardi, ovvero un punto di prodotto interno lordo, come programma quinquennale equivale a dare, sono cifre sue, 100 euro al mese di detrazioni fiscali a rate successive, chiariamo noi, di 20 euro: troppo poco per avere effetto sui consumi e per correggere l’emarginazione del lavoro nella ripartizione del valore aggiunto generato dalle imprese. Benché sul lavoro si abbiano dati statistici assai meno freschi e sofisticati di quelli sul capitale, basta l’ultima rilevazione di Mediobanca ( Dati cumulativi di 2015 società italiane, agosto 2007) per rilevare come la quota di valore aggiunto destinata al lavoro cali dal 56,2% del 1997 al 48,4% del 2006. In questa diversa ripartizione della torta giocano molti fattori, tra cui spicca la delocalizzazione delle produzioni e l’aumento degli acquisti di semilavorati e servizi. E’ però un fatto che i profitti e la remunerazione del capitale sono aumentati di molto, seguendo un pendolo che in altra epoca aveva avuto un andamento opposto. La conseguenza è che, negli ultimi 15-20 anni, si sono dilatate le diseguaglianze tra il vertice della piramide sociale e la base dove sta non solo il lavoro dipendente, ma anche il lavoro autonomo di chi è giuridicamente un micro-imprenditore e, nei fatti, un lavoratore senza garanzie. L’incessante ricomposizione dei lavori costringe il sindacato a ripensare l’uso della leva fiscale come strumento redistributivo: da finanziatrice di servizi pubblici a sostenitrice del reddito privato più debole. Quella di Epifani è dunque una svolta, come ha rilevato ieri Dario Di Vico. Ma la consistenza della svolta dipende dal quantum, e questo sua volta dipende dalla politica del governo non meno che dalla capacità del sindacato di fare i conti con se stesso. Per abbattere le imposte serve certo il riequilibrio della tassazione delle rendite finanziarie; e però, dato il gettito atteso da tale misura, servirebbe ancor più il contenimento della spesa pubblica. Ed è su questo fronte che si snoda il sentiero stretto tra il welfare state da conservare innovandolo e le ipoteche corporative da superare comunque. La svolta della Cgil, che incontra quelle già avviate da Cisl e Uil, rischia tuttavia di arenarsi sulle scelte concrete sia di politica fiscale che di contrattazione. Nell’Italia precaria delle famiglie atomizzate, genera meno distorsioni la riduzione delle aliquote del meccanismo delle detrazioni, anche se la prima è di matrice liberale e il secondo di origine catto-socialcomunista. Nell’ Italia vincente, tornata a esportare negli anni dell’euro forte, la nuova bussola sembra essere il valore aggiunto dal lavoro di qualità, che fa quadrare i conti vendendo meno a prezzi assai più cari. La nuova produttività si misura più in margini operativi che in quantità prodotte. E, come ha fatto osservare Innocenzo Cipolletta sul Sole 24 Ore, è strutturalmente diversa e maggiore nell’industria rispetto ai servizi di supporto. La questione salariale andrebbe dunque reimpostata oltre gli schemi classici riordinando la contrattazione, e la politica, per rimettere in moto l’ascensore sociale. Che, certo, funziona poco anche a causa di quell’eccesso di diseguaglianze di cui dan conto gli studi di Bankitalia. E che, si vede a occhio nudo, non è sempre proporzionata al merito.