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 2007  novembre 01 Giovedì calendario

Chi frena i cervelli stranieri. Il Sole 24 Ore 1 novembre 2007. Il vero sintomo dei problemi dell’università italiana non è tanto la fuga dei ”cervelli” nostrani, quanto piuttosto il mancato arrivo dei ”cervelli" di altri Paesi

Chi frena i cervelli stranieri. Il Sole 24 Ore 1 novembre 2007. Il vero sintomo dei problemi dell’università italiana non è tanto la fuga dei ”cervelli” nostrani, quanto piuttosto il mancato arrivo dei ”cervelli" di altri Paesi. Se i nostri atenei funzionassero bene, sarebbero una meta attraente per docenti e studenti stranieri, e lo scambio nei due sensi sarebbe perfettamente fisiologico, anzi mutualmente benefico, ma così non accade. A chi però prova in Italia a costruire isole d’eccellenza che possano attrarre studiosi dall’estero sembra che lo Stato e i suoi burocrati si divertano con meditata perfidia a rendere il compito impossibile. A Bologna ha mosso i primi passi la Laurea Magistralis in Economics i cui corsi, in inglese, hanno già attirato le domande di 24 stranieri da quattro continenti e 32 italiani (http://lmec.economia.unibo.it/). Soltanto informare la platea internazionale di questa opportunità è stata un’impresa difficile perché i burocrati sono convinti che tutti, a Pechino, Stoccolma o Buenos Aires, comprino ogni mattina la Gazzetta Ufficiale e sappiano interpretare il burocratichese dei bandi italiani. All’estero, verso dicembre di ciascun anno, gli studenti dell’ultimo corso di un ciclo di studi fanno domanda per il ciclo successivo quale sono ammessi ad aprile sotto condizione che ottengano il titolo a giugno. Questa pratica ragionevole consente di evitare agli studenti di perdere un anno tra un ciclo e un altro e di prepararsi per tempo a un trasferimento in una città o addirittura un Paese diversi. Ma da noi, come recitano le 37 pagine (in italiano) delle istruzioni ministeriali, il burocrate vorrebbe che le domande per il ciclo successivo fossero presentate durante l’estate in modo da poter controllare 1’’equipollenza" del titolo inferiore, che deve essere già stato conseguito. Non solo, ma pretenderebbe di comunicare il 28 settembre, ad esempio a un danese, che è stato ammesso e che il 1° ottobre può presentarsi a Bologna, ore 9.00, per la prima lezione. E il danese dovrebbe solo considerarsi fortunato di non essere un extracomunitario cinese, perché in quel caso dovrebbe recarsi fisicamente (nell’era di internet) all’ambasciata italiana del suo Paese, probabilmente non dietro l’angolo, per chiedere il visto entro una data ahimè incompatibile con il tentativo di non perdere l’anno. Proprio non si capisce perché in Italia le procedure di ammissione debbano aver luogo a settembre invece che durante il precedente anno accademico. Forse perché il burocrate pensa che gli studenti debbano andare all’università sotto casa e possano quindi decidere all’ultimo, ma se vogliamo attirare gli studenti stranieri, soprattutto quelli bravi, non possiamo non adeguarci al calendario internazionale. Non parliamo poi delle borse di studio, che sono poche, difficili da bandire per stranieri anche in caso di fondi privati e che avrebbe senso allocare agli studenti meritevoli, i quali altrimenti andrebbero altrove: non stiamo parlando di diritto allo studio nella scuola primaria! Purtroppo il burocrate sembra assai poco interessato alla qualità del candidato, mentre vorrebbe obbligare gli stranieri ad ottenere la certificazione Isee del loro reddito familiare: è difficile capire come ottenerla in Italia, figuriamoci dall’Azerbaijan! E a complicare le cose ci si mette anche la Questura che vuole garanzie sul sostentamento degli extracomunitari: tra le occupazioni elencate nel formulario, quella di ricercatore non è nemmeno menzionata, mentre modelle e giocatori di calcio sono ovviamente previsti. Si potrebbe continuare a lungo, ma il messaggio è uno solo: se vogliamo attirare studenti e docenti stranieri, come sarebbe utile e naturale, dobbiamo smettere di soffocare le università in una rete di vincoli formali che impediscono di realizzare ciò che peraltro viene loro chiesto di fare. Piuttosto, lo Stato abbia il coraggio di sostituire i controlli formali ex ante con seri controlli ex post sul raggiungimento di obiettivi preventivamente dati. Ad esempio, invece di imporre assurdi requisiti di uniformità tra discipline, senza peraltro riuscire a limitare la proliferazione di corsi di laurea (come l’obbligo di suddividere il sapere nel numero - chissà come scelto - di 12 insegnamenti per tutte le lauree magistrali da astronomia a biologia, da legge a medicina), il ministro Mussi lasci libere le facoltà di organizzarsi come meglio credono e abbia invece il coraggio di tagliare ex post i fondi ai corsi di laurea che non meritano sulla base del giudizio di esperti internazionali. Da ultimo, e qui lo Stato non c’entra, qualcuno si leverà a difesa dell’italiano, ma dobbiamo rassegnarci al fatto irreversibile che non è in questa lingua che si discute nella comunità scientifica internazionale. Possiamo decidere di isolarci autarchicamente, ma se vogliamo attrarre stranieri non abbiamo alternativa. E, a ben vedere, in questo modo aiuteremo assai di più la diffusione della nostra lingua, perché gli studenti stranieri impareranno con piacere l’idioma di Dante fuori dalle aule. Andrea Ichino