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 2007  novembre 01 Giovedì calendario

Oggi 29 Settembre. Seduto in quel caffè io non pensavo a te, guardavo il mondo che girava intorno a me

Oggi 29 Settembre. Seduto in quel caffè io non pensavo a te, guardavo il mondo che girava intorno a me. E oggi, quarant’anni dopo, eccolo seduto sotto un porticato, a ripercorrere il passato. A fare i conti con tutte le parole e i pensieri che si è lasciato dietro. E ci ha lasciato dentro. Facendo un bel po’ di prigionieri se, l’età conta poco, qualcosa è rimasto sulle labbra di tanti. Sia stata Riderà o Una lacrima sul viso, 29 settembre e le canzoni di Battisti - sia stato in gita (di solito, scolastica), nell’auto in coda o alla radio nel bagno di casa -, siano state Stessa spiaggia, stesso mare o La canzone del sole, be’, ognuno di noi ha mandato a mernoria un paio di versi o almeno qualche parola, sfuggita alle millecinquecento canzoni scritte dal signor Giulio Rapetti, in arte Mogol. Quelle che hanno fatto la storia (e la gloria) della musica popolare. E forse è per questo che in arte suona - anzi canta - cosi naturale. Questo signore che ho davanti, profilo aguzzo, occhi guizzanti, capelli bianchi, ha dato la parola, musicalmente parlando, a un bel po’ di sentimenti (sue, A chi e Se stasera sono qui, Perdono e Che colpa abbiamo noi), facendo canticchiare ritornelli a un sacco di gente, e non solo a quelli venuti su a Battisti e Sanremo. Emozioni per un paio di generazioni. Canzoni buone per far da paesaggio agli amori sperati, ai nostri E penso a te rimasti soltanto pensati. Ma canzoni buone, se il caso, anche per rischiare un palpeggio: amori ballati stretti, non solo sfiorati, ricambiati. Prendendo a prestito Carver, di cosa cantiamo, quando cantiamo d’amore? Ecco, Mogol, a modo suo, ce lo va raccontando da quasi mezzo secolo: da quando Giuliana Calandra e Lilli Lembo, dimenticati presentatori di Sanremo ”61, dichiararono vincitrice "la canzone Al di là di Donida-Mogol". La interpretavano Luciano Tajoli, melodico anni ”50, e Betty Curtis, urlatrice perbene, e nessuno poteva sospettare che quel verso, "Al di là del mare più profondo ci sei tu" sarebbe stato il padre di quell’altro, "O mare nero, mare nero, mare ne(ro)", venuto alla luce solo nove anni dopo e capace di far sembrare il genitore suo nonno-bisnonno. "Eravamo avanti di vent’anni, Lucio e io. E lui era speciale, aveva tecnica, il piacere della ricerca musicale e un perfezionismo maniacale che lo rendevano unico. Giusto ieri, rivedendo un vecchio filmato in tv, ho capito, perché i ricordi sfumano, quanto fosse potente nel comunicare, moderno: mi ha come fulminato, un fascino terrificante. Come nasceva una canzone? Lui arrivava con un motivo. E io, come d’abitudine, ascoltavo, mi rilassavo, mi facevo coinvolgere dal suono". La voce di Mogol, acuminata, è una puntina sul solco e le parole vanno: "Ho sempre lavorato cosi: io non sono creativo, ma ricettivo. E quando dicono, per farmi un complimento, che ho una bella fantasia, mi viene da ridere, perché non ne ho neppure un grammo. Ascolto, mi faccio il film di una storia, cerco il segno di una frase musicale e ne trovo il capo, mi aggancio al vissuto, ai ricordi, al pudore, alla gioia, alla mia fragilità. E il testo viene giù in un’ora, automatico, come guidare un’auto". Perfino "a fari spenti nella notte", par di capire. "Hanno detto che sono cinematografico e forse è cosi se storie come Fiori rosa, fiori di pesco le vedi scorrere, mentre le ascolti. Per scrivere una canzone bisogna lasciarsi andare". E poi, di volta in volta, dietro un motivo far scrosciare l’amore (Acqua azzurra acqua chiara), lasciarlo ticchettare (7.40), scegliere tra un incontro (Ancora tu) o una partenza (Sì, viaggiare). "Ho sempre composto così, da Al di là di Tajoli ad Arcobaleno di Celentano. E a Lucio quelle parole sono sempre suonate bene, non ha mai avuto da ridire". Cantando tutto quello che Mogol gli metteva sotto il naso, dal "sottile dispiacere" alle "discese ardite e le risalite", anche se, "quando avevo una parola sulla punta della lingua e non veniva e gli chiedevo aiuto, lui mi guardava e proponeva: ”cazzo?” Ogni volta la stessa doccia gelata per farmi restarc con i piedi in terra". Mica erano tutti così, però. Qualcuno davanti a un testo non ci stava: " accaduto di rado. Cocciante, per esempio, voleva che cambiassi Se stiamo insieme: non gli piaceva, ma poi accettò di cantarla lo stesso e ci vinse Sanremo. E poi Mina: doveva interprctare Il mio canto libero, ma chiedeva che fosse riscritto il testo. L’ha cantata Lucio ed è stato un successo. E pensare che alla Ricordi non volevano farlo cantare". Tanto che, quarant’anni fa, quel 29 settembre, firmato Mogol-Battisti, arrivò primo in classifica con la voce di Maurizio Vandelli e le schitarrate dell’Equipe 84. Seduto in quel ca,ffè, io non pensavo a te. Eppure Mogol ci pensava a Battisti cantante. "Sì, e alla fine, grazie anche a mio padre Mariano, che in Ricordi aveva una poltrona importante, riuscimmo a farlo esordire". Ma anche Giulio-Mogol era diventato, nel frattempo. uno che bisognava ascoltare. Aveva rivinto (Uno per tutte, Tony Renis ”63) e poi rivinto (Se piangi, se ridi, Bobby Solo ”65) Sanremo e quell’anno, il 67, aveva portato in finale ben tre canzoni, compresa L’immensità di Johnny Dorelli e La rivoluzione di Gianni Pettenati, capace com’era di trovare le parole sia per le romanticherie che per la rivolta yè-yè. "Mi adatto sempre a quel che sento, che ci posso fare". E infila nell’impianto, maestoso, di casa, un cd dove suona metallica la musica del figlio Francesco, alla quale ha appena regalato le sembianze parlanti di un automa. Titolo del brano, Robot. Era l’autunno di 29 settembre, quello, ma in realtà stava sbocciando la primavera di Mogol&Battisti. "L’idea dello speaker che legge il radiogiornale, datando la vicenda, mi era venuta per far subito capire che la seconda parte della storia si svolgeva il giorno appresso. Scelsi la data perché suonava bene. E solo più avanti mi resi conto che il 29 settembre era pure il conipleanno di mia moglie (la prima moglie, ndr): so che è difficile da credere, ma è andata proprio così. Mi è dispiaciuto molto, altritmenti gliela avrei dedicata". Seduto in quel caffè io non pensavo a te. "Era una canzone semplice, eppure efficace. Come dovrebbe essere sempre la canzone popolarc". Eccolo il cruccio di Mogol, sorta di Bartali della musica italiana - lui e Battisti a passarsi la borraccia per quindici incredibili anni di successi -, il cruccio cioè di veder ogni giorno più sbiaditi i contorni della musica italiana, in un panorama, discografico e promozionale, "che è tutto sbagliato e da rifare". Lo ripete ogni volta che può e con più forza quando è qui al Cet, al Centro europeo di Toscolano, la scuola di formazione per musicisti, che s’è inventato nel ”92 in Umbria, dove ha messo radici, lui milanese di Lambrate, che andava a nuotare all’Idroscalo sulla canna della bicicletta di suo padre. Velo di malinconia, ma non è nostalgia. Amarezza, piuttosto. Dice: "Ci aspetta un futuro triste e terribile, perché in questo Paese non c’è più una cultura popolare di qualità, neppure nelle canzoni, nelle emozioni condivise. Alta, ma buona per tutti. Si sta formando un tale callo di insensibilità che, anche tornando un giorno a toccare certe corde, vocali e no, non avrai alcun tipo di reazione, solo gelo e distacco. Lo vedo qui al Cet: ci sono ragazzi che studiano per diventare musicisti e compositori, arrivano a un livello altissimo, ma poi per loro non c’è posto, non c’è sbocco. Perché il mondo ormai è divorato dal profitto. E lo dico io che non sono certo di Rifondazione Comunista, ma un cittadino qualunque: si preferisce guadagnare facile con la spazzatura, anche nella musica. Nessuno è più disposto a passare in radio la canzone di un bravo sconosciuto. Nessuno ha più voglia di far crescere i giovani artisti". Spiega: "Ecco, se ho nostalgie, è per l’anima della gente di una volta, e penso al Dopoguerra. Era più pulito il mondo e più puliti eravamo noi. C’era un senso di soccorso collettivo e una morale popolare condivisa, mentre oggi questo Paese vive una situazione insostenibile: siamo un carrozzone che non sa dove va, senza punti di riferimento". Dice che tutti ormai la pensano come Grillo, "solo che lui è la febbre, il segnale che le cose non vanno, ma non è la cura". Dice che bisogna ricostruire un Paese e "c’é bisogno di gente che parli a tutti, non solo ai suoi. Di autorevolezza politica, non di autorità. Via gli egoismi personali: abbiamo bisogno di essere rassicurati". Utopia? "Ma no, basterebbe una grosse koalition di intenti capace di darci fiducia. Mi è piaciuto che Veltroni abbia citato la moglie di Berlusconi. Gli ho anche scritto una lettera, per dire che è questa la strada giusta: il dialogo. I leader politici si devono parlare e si devono rispettare". E si torna alla "morale popolare condivisa" da recuperare alla faccia dell’insostenibile apparire. "Penso a cosa è diventata la televisione. Ricordo ancora l’orrore della mia prima volta negli Usa. Ero con mio padre e un amico, primi anni ”60, davanti a una tv: la gente intorno a noi sembrava impazzita per una starlette da niente che faceva una mossetta e diceva due sciocchezze. ”Per fortuna, questo nel mio Paese non lo vedrò mai” dissi allora". Smentito con perdite, si direbbe. Così qualche nostalgia affiora, qualche Mi ritorni in mente della sua prima ora di scrittore. "Sì, il tre nel tema di italiano all’Esame di Stato di quinta elementare. Descrivete quali saranno, nelle città dei futuro, i mezzi di locomozione. Scrissi che il futuro sarebbe stato dei pattini a rotelle". Mica male: sempre un po’ troppo avanti Giulio Rapetti, oggi non più solo in arte Mogol, ché un decreto ministeriale gli ha concesso di allungarsi il cognome in Rapetti Mogol. Anche se gli sarebbe piaciuto di più, dopo cinquant’anni e una catasta di belle canzoni, avere un bel Sir davanti, una roba alla Beatles. "Ma da noi baronetti non ne fanno, né la musica porta titoli". Da sotto il porticato, dove Mogol libera i ricordi, lo sguardo si perde oltre la magione fortilizia su fino alle mura di Toscolano: "Quanto verde tutto intorno e anche più in là, sembra quasi un mare l’erba", mentre "un cavallo (uno dei venti che sono nel recinto, ndr) tende il collo verso il prato". Impressioni di settembre, la canzone che scrisse nel ”70 per la Pfm, che replica nella realtà. "II mio passato è senza copcrchio", fa, "e ci piove dentro". Chissà se è il verso di qualche canzone a venire, ma intanto diamo una sbirciata, a cominciare da Pensieri e parole, quel recitato di Battisti, quasi una seconda voce. "Che ne sai tu di un campo di grano". "Era davanti a casa nostra, via Clericetti a Milano, e noi bambini facevamo impazzire il contadino inventando sentieri tra le spighe". "Che ne sai della nostra ferrovia". "Era il laghetto dietro Lambrate, dove ripescavamo i proiettili della guerra". "E di un cinema di periferia". "Erano il Pacini e il Porpora: il film costava 100 lire, ma al Porpora noi bambini orinavamo in sala, una puzza tremenda". Film della vita? "Ho odiato Voce nella tempesta con Lawrence Olivier, mia madre mi portava a vederlo ovunque. A me piaceva Un albero cresce a Brooklyn". Già, gli amati alberi di Mogol: colline di ciliegi, viali di oleandri, fiori di pesco, anche se i fiori più belli restano quelli stampati sul vestito nero della madre "e non ancora appassiti". E ancora: "Sono figlio di due milanesi che sembravano i pronipoti di Radetzky: pieni d’amore ma rigorosi. Non ho mai pensato di bigiare una sola volta la scuola: per loro sarebbe stato come se avessi ucciso un uomo". E allora capisci perché quando "i ragazzi davanti alla scuola vendevano i libri io restavo a guardarli, cercando il coraggio per imitarli". Eppure è l’esempio dei padre, discografico alla Ricordi, a fare di Giulio un paroliere "da 5mila lire a versione". Il padre portava, in arte, il nome di Calibi e risulta l’autore, niente meno, che di "Vecchio scarpone/ quanto tempo è passato", "ma non era suo il testo: a volte si registrava il primo nome che capitava tra quelli della casa discografica". Che per Giulio sarebbe stato Mogol: "Ne avevo proposti altri venti, hanno scelto quello". Solo che il padre a un certo punto disse ”basta” a un figlio paroliere, "e fu mia madre che mi difese e s’impose: ”Continua a scrivere se vuoi”". Sicché continuò la dinastia: Mogol figlio di Calibi e padre (oltre che di Mario, Carolina e Francesco) di Alfredo, in arte Cheope, oggi paroliere della Pausini. Una dinastia di faraoni, delle canzoni. "Cominciò così". E non è ancora finita, 1.500 canzoni dopo. Canzoni come Amore caro, amore bello o Cervo a primavera. Tante ne ha scritte e tante ne ha tradotte, ma a modo suo, ché Blowin’ in the wind e Like a rolling stone persero i connotati "e io andai a Londra, invitato da Dylan: voleva capire perché lui aveva scritto una ballata e io, nella versione italiana, tutta un’altra cosa". E lo stesso capitò con i Procol Harum che avevano fatto A Whiter Shadow of Pale, di recente recuperata proprio da Veltroni come colonna sonora della sua discesa in campo. "Mi emozionò a tal punto quella canzone che presi una topica terribile. Composi come rapito ma al mattino mi resi conto che cosa orrenda avevo messo giù. Allora riscrissi tutto e decisi per ”son rimasto solo io” e ”cameriere lascia stare”: e diventò Senza luce dei Dik Dik". Pure questi strepitosi peccati di insubordinazione lessicale vanta il paroliere Mogol, che di lì a poco avrebbe scritto solo per Battisti: Insieme, che è pure il titolo di una canzone composta per Mina, dodici album e un mucchio di hit, da Balla Linda ad Amarsi un po’, da Non è Francesca a Una donna per amico, Insomma, la storia del pop italiano. Popolare al punto che le canzoni di Mogol&Battisti stavano anche nella prigione del popolo, allestita per Aldo Moro: "Nel covo romano delle Brigate Rosse, in via Gradoli, quando i carabinieri fecero irruzionc, trovarono tutti i dischi di Lucio". E dire che i due, allora, passavano per fascisti, visto che a destra - in risposta al cantautorato di sinistra - avevano messo loro il cappello sopra. "Già, e tutto era nato per quel verso, planando sopra boschi di braccia tese, che era solo uninvocazione al cielo, come la copertina de Il mio canto libero". E non un saluto romano. "Poi anche per quella trasmissione Rai, con Lucio che alzava il braccio durante E penso a te, per ottenere il silenzio dal pubblico, prima di intonare, tutti assieme, il ”para-para-pappa” che accompagnava l’orchestra". Era il 1974, un anno caldo sui palchi dei concerti. "A Milano gli autonomi avevano appena contestato De Gregori e io dissi a Lucio che forse era il caso di mostrarsi in pubblico il meno possibile. Lui decise di sparire del tutto. Nella stagione delle ideologie, noi raccontavamo il privato: eravamo avanti davvero, ma per questo ci misero in croce. Distintivi non ne portavamo ed era, a suo modo, una colpa. Quante speculazioni: se c’è uno al quale non ho mai sentito fare un discorso politico, quello era Lucio. Eppure sono uscite balle terrificanti in quegli anni". Alla fine, la separazione di cui ormai s’è scritto e detto tutto, la moglie di Lucio che firma i testi del primo disco dopo l’addio, il silenzio che cresce, "stalattiti sul soffitto i miei giorni" con lui. E Mogol tornò a scrivere canzoni per altri artisti. "Anche se lavorare con Lucio è stato il massimo. Eravamo un incastro perfetto. Io orizzontale, sulla superficie dei versi, lo sguardo sempre lontano. Lui verticale, formidabile musicista, diritto e diretto con le sue idee". Insomma, uno tirava su pareti di note e l’altro le pavimentava con le parole. E la canzone più bella? Mogol rifiuta, da sempre, di rispondere alla domanda. Dice che sono troppe e forse ha ragione. Ma un verso da mandare a mente per sempre, che so, "Prendere a pugni un uomo perché è stato un po’ scortese, sapendo che quel che brucia non son le offese"? Macché. Spiega:"Come può uno decidere fra tanti?". Già, "come può uno scoglio arginare il mare"? Dice che gli sarebbe piaciuto scrivere Che sarà di Feliciano. Che Vasco Rossi ha lasciato il segno sui suoi testi: "Sono diventato più asciutto, grazie a lui. un grande. Vasco e mi ha fatto piacere che abbia scelto di cantare La compagnia di Mogol&Battisti". Dice anche che le canzoni che ama di più sono sempre le ultime: "Quella che ho appena finito di scrivere per Morandi e quelle per il nuovo disco di Celentano". Dove torna a far capolino, 37 anni dopo, tra meli e ginestre, pure un fiore di pesco. Nessuna archeologia floreale, però: non suona affatto fuori posto. "Forse perché il segreto del paroliere è la sincerità. Lo ripeto sempre agli allievi dei corsi. qui al Cet: non mettetevi il vestito della festa quando scrivete, raccontate quello che siete e sentite, anche gli sbagli e le delusioni. Chi ascolta una canzone, vi riconosce solo se capisce che è sincera. Bisogna scrivere la verità e non una bella verità". Sarà per questo che I giardini di marzo continuano a calendarizzare da anni - e chissà da quanti governi - il potere d’acquisto perduto dalle famiglie: "Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti". Potere di versi mai andati perduti. Come quel "seduto in un caffè, io non pensavo a te" di quarant’anni fa, che oggi sembra la metafora di Mogol. Che non pensava, allora, di arrivare dov’è arrivato e a questo suo autunno dei patriarca: quattro figli, sei nipoti, la moglie Daniela e la scuola, seppure con i crucci che comporta. La morale della sua vita d’artista? Quel "Grazie alla vita" (il verso non è suo, stavolta) che ripete, nel congedarsi - mentre l’Umbria va a nanna e il verde scolora -, il signor Giulio Rapetti-Mogol, il paroliere che si è fatto Verso. A sua volta. Come fa Daniele Silvestri? "Amarsi è facile/ basta conoscere a memorial tutta l’opera di Mogol". E se da noi baronetti non ne fanno, un titolo lui lo ha avuto: Mogol e Battisti. Titolo per due che reincolla il binomio, perché saranno pure passati venticinque anni da quella Giornata uggiosa in cui ognuno prese la porta, ma per chi li ascoltava, e ancora li ascolta, quella separazione non c’è mai stata, non è mai avvenuta. Come canta Mina, su testo di Mingardi? "Sotto questo cielo solo tu resisti/s sei come una canzone di Mogol e Battisti". Una canzone popolare, beninteso. Alla faccia, vero Mogol?, di questi giorni preoccupati e tristi. Cesare Fiumi