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 2007  novembre 01 Giovedì calendario

Il ragazzo di Lotta continua e l’assassino che non pagherà. Corriere della Sera 1 novembre 2007. MILANO – La primavera del 1975 fu terribile

Il ragazzo di Lotta continua e l’assassino che non pagherà. Corriere della Sera 1 novembre 2007. MILANO – La primavera del 1975 fu terribile. A marzo un ragazzo di 19 anni viene ucciso a colpi di spranga e i cortei dell’estrema sinistra scandiscono: «Tutti i fascisti come Ramelli/ con una riga rossa tra i capelli». Il 16 aprile un nero uccide a colpi di pistola Claudio Varalli, 17 anni. Nel corteo del giorno dopo muore un altro giovane di sinistra, Giannino Zibecchi, travolto da una camionetta dei carabinieri. A maggio Alberto Brasili viene accoltellato a morte in piazza San Babila. Il 5 giugno si spara alla cascina Spiotta dov’è sequestrato l’industriale Gancia: muoiono l’appuntato Giovanni D’Alfonso e Mara Cagol, fondatrice delle Brigate rosse. La sera del 12 giugno 1975, a Reggio Emilia, Alceste Campanile, 22 anni, militante di Lotta continua, esce di casa per incontrare altri ragazzi che lo attendono in macchina. Dopo pochi chilometri, sulla strada tra Montecchio e Sant’Ilario, viene fatto scendere in un viottolo che porta al fiume Enza. Un colpo alla nuca e uno al cuore. Un’esecuzione. L’inizio di un giallo politico, di un lungo tormento che per la giustizia ha avuto il suo epilogo l’altro ieri, ma nella realtà non si concluderà mai. Perché il reo confesso non sarà punito. Anzi, lo Stato lo premia per la confessione, per quanto tardiva, stabilendo di «non doversi procedere per intervenuta prescrizione». Paolo Bellini, 54 anni, estremista di destra già condannato per altri due delitti, è processato per omicidio aggravato dalla premeditazione e quindi imprescrivibile. Che però, grazie alla confessione, diventa omicidio volontario, che si prescrive in vent’anni. Quindi è cancellato da tempo. Scrivono la madre e il fratello di Campanile: «Un colpevole è stato trovato, non riusciamo a comprendere perché non possa essere condannato». In effetti comprendere non è facile. Per trent’anni, la morte di Alceste è stata un mistero. Oggi è diventata un caso di giustizia incompiuta, di incertezza della pena, di male impunito. A Reggio arrivarono gli inviati dei giornali, per raccontare un funerale politico, pianti, grida, slogan al cimitero: «Compagno Campanile, sarai vendicato/ dalla giustizia del proletariato». Alceste era studente del Dams, suonava la chitarra, piaceva alle donne. Era stato un adolescente di destra, iscritto alla Giovane Italia. Poi il suo ribellismo aveva trovato sfogo sul fronte opposto. Da qui l’accusa: sono stati i fascisti. Qualche settimana dopo, in città arrivò anche Adriano Sofri. «Qui c’è qualcosa che non va» commentò il leader di Lotta continua, secondo la recente ricostruzione del Giornale di Reggio. Lo pensava anche Vittorio Campanile, il padre di Alceste, funzionario statale che dedicherà il resto della vita a una controinchiesta sull’assassinio del figlio. Scrive il giornale di Lc, nel settembre del ”75: «A noi, non meno che a chiunque altro, sta a cuore di arrivare a sapere tutta la verità. E quando la verità si rivelasse diversa da quello che noi fermamente crediamo, noi resteremo i primi a volerla conoscere e a volere giustizia». Vittorio Campanile va oltre e accusa: i fascisti non c’entrano, gli assassini sono gli amici di Alceste, sono militanti dell’estrema sinistra. Lotta continua e il padre della vittima continuano le loro indagini parallele. Nel febbraio 1979 il giornale scrive: «Non crediamo più nella versione del delitto fascista. Nel corso del 1977, all’interno dell’area dell’Autonomia sono cominciate a filtrare voci che attribuivano a una matrice di sinistra l’assassinio di Alceste. Si aggiungeva in qualche caso una sorta di implicita rivendicazione del suo assassinio, fino al punto di minacciare qualche compagno di stare attento a non fare la fine di Alceste Campanile ». Viene minacciato anche uno dei giornalisti che conduce l’inchiesta, Giorgio Albonetti: «Ti scanneremo». Lotta continua pubblica una lettera firmata Erri: «Scanneremo gli scannatori». Parole molto dure, riconosce oggi Erri De Luca, «ma forse non inutili. Per fortuna, Albonetti è vivo». Vittorio Campanile si spinge ancora più in là. Indica gli assassini del figlio nel gruppo dell’Autonomia che ha sequestrato e fatto morire Carlo Saronio. Sostiene che Alceste ha visto le banconote del riscatto ed è stato zittito. Nel gennaio del 1980, i primi arresti. Bruno Fantuzzi, laurea in sociologia a Trento, che nel ’75 era stato espulso dal Pci come estremista. Un suo amico, Mario Nutile, fotografo. Le confessioni in cella di un pentito calabrese mandano in carcere anche Antonio Di Girolamo, accusato di aver premuto il grilletto. Si indaga pure su Toni Negri. Si evoca il triangolo della morte. Si ipotizza che il giudice Emilio Alessandrini sia stato eliminato da un commando di Prima Linea, composto da ex militanti di Lotta continua, perché aveva scoperto la «pista rossa » del caso Campanile. Otto mesi dopo, tutti gli arrestati tornano in libertà per mancanza di indizi. La Camera concede l’autorizzazione a procedere contro Toni Negri, che è già fuggito in Francia. Arrestano Sofri e Pietrostefani e Vittorio Campanile collega la morte di Alceste al caso Calabresi: «I leader di Lotta continua sanno chi ha ucciso mio figlio, ma tacciono». Marco Boato querela. L’accostamento viene ripreso nell’aula del processo dall’avvocato Ligotti: «La storia di Lc è piena di strane morti...». Vittorio Campanile scrive a Curcio per chiedergli di raccontare quel che sa. Va in tv da Augias a domandare giustizia. Muore nel 1996, tre anni prima della svolta. Il 10 giugno 1999 Paolo Bellini, estremista di destra, arrestato per due omicidi commessi nel Reggiano nei mesi precedenti, accetta di collaborare con i magistrati e confessa di aver ucciso altri due uomini, molti anni prima. Il suo socio in affari, il mobiliere fiorentino Giuseppe Fabbri. E Alceste Campanile. «Per un banale diverbio» è la prima versione. Poi si corregge: «I camerati mi ordinarono di ucciderlo perché aveva tradito». I magistrati prestano fede alle sue parole, il pm chiede 32 anni di carcere, ma l’altro ieri arriva la sentenza di prescrizione. Resta valida la lapide che Vittorio Campanile ha fatto collocare sul viottolo che scende all’Enza: «In questo posto, la notte del 12 giugno 1975, vigilia elettorale, una mano assassina ha barbaramente ucciso a tradimento con due colpi di pistola alla nuca e al cuore Alceste Campanile, studente universitario di anni 22. I genitori, il fratello, gli amici ricordano la sua giovinezza spezzata, la sua generosità tradita, la sua umanità calpestata in questo mondo dove non vi è traccia di alcuna pietà». Aldo Cazzullo