Carlo Petrini, La Repubblica 2/11/2007, 2 novembre 2007
CARLO PETRINI
Lucio Battisti cantava «Che ne sai tu di un campo di grano» per evocare la mancanza di poesia di una sua amata. Direi che oggi il verso si potrebbe rivolgere tranquillamente a molti di noi, e resterebbe una domanda retorica, a sottolineare però la mancanza di informazioni proprio sulla questione in sé. La stragrande maggioranza di noi le spighe di grano le vede soltanto più in effigie. Vi ricordate le monete da dieci lire? Avete fatto caso a cosa c´è nel logo della Fao? Viviamo nell´abbondanza e forse non è un caso che oggi chiamare in causa quel simbolo possa ricondurre decisamente più alla fame o alla povertà che alla fertilità, al benessere, alla ricchezza. Lusso di un tempo andato, in cui il grano ritmava i tempi delle stagioni, stabiliva chi era ricco e chi no ("quello è uno che ne ha di grana"), entrava nei riti religiosi, valeva come moneta, accompagnava matrimoni e funerali, scatenava guerre o serviva come mezzo di propaganda (i signori di una certa età ricorderanno l´autarchica "battaglia del grano" e un Mussolini in canottiera, intento virilmente a mietere).
Di grano ne consumiamo tutti i giorni, quindi ci deve pur essere da qualche parte, e pure tanto, visto che le statistiche lo indicano come il principale cereale coltivato nel mondo. Ma che ne sappiamo noi di un campo di grano? ormai una commodity dell´economia mondiale (le commodity sono materie prime o altri beni assolutamente standardizzati, tali da potere essere prodotti ovunque senza che sia necessario l´apporto di ulteriore valore aggiunto) e come tale ce la ricordiamo soltanto - e vagamente - quando i suoi prezzi impazziscono così tanto da avere ripercussioni giù giù lungo la sua filiera fino alle nostre quiete vite. Come accade di questi tempi - giorni di semina tra l´altro - in cui sembra che il grano scarseggi così tanto da far aumentare i prezzi di pane e pasta. La nostra sacra base alimentare. Eh sì, perché possiamo tranquillamente affermare che il grano non solo è il principio delle nostre diete, ma racchiude anche il significato stesso del nutrimento. "Grano", da granum ha la stessa radice di grandis (grande) e rinvia al verbo grandio: "far sviluppare", "crescere". "Frumento", l´altra parola che usiamo per il grano, da frumentum, rimanda al verbo fruor, che oltre a "fruire", indica anche "godere", "trovare soddisfazione" o "trovare piacere".
Il grano ci nutre, ci fa "crescere", trovando "soddisfazione e piacere". Ed eccoci servito, dentro il nome di un alimento base, il legame tra cibo e cultura. «Non c´è tozzo di pane al mondo che non contenga tecnica, politica e religione» secondo H. K. Jacob: è sufficiente che si guardi alla propria vita per capirlo, è sufficiente guardare alla storia.
Ma se la parola "grano" contiene il significato del cibo è anche vero che da sola può essere riduttiva: ci sono tantissime varietà di grano, e già soltanto la divisione tra quello tenero e quello duro ci apre due mondi a parte: quello del pane e quello della pasta. E poi ci sono le singole varietà: mi viene in mente il "Red Fife" canadese, il grano flauto rosso che rischiava l´estinzione e con cui oggi pochi piccoli produttori danno origine a un pane fantastico.
Va da sé che ogni varietà racconta anche la storia del territorio in cui si è sviluppata, è stata impiantata dall´uomo, è diventata parte integrante dell´economia locale. Una miriade di storie, che hanno tutte origine dalla storia principale, quella che parla dello sviluppo dell´agricoltura nella mezzaluna fertile che va dalla Palestina orientale fino all´altopiano iraniano, oltre 10 mila anni fa.
Da allora il grano si è diffuso in tutto il mondo e continua anche oggi la sua espansione, tanto che pare che i popoli orientali, che hanno sempre usato come perno centrale delle loro diete il riso, oggi stiano gradualmente riconvertendosi al frumento. Perché evoca la moda occidentale, è ancora sinonimo di ricchezza e benessere per loro, esattamente come lo era per noi ai tempi in cui la classe sociale ed economica si misurava sul colore del pane che la famiglia poteva servire a tavola: bianco o nero.
Questo aumento di interesse dei Paesi emergenti e a più forte incremento demografico è probabilmente uno dei motivi forti per cui oggi il prezzo del grano è salito così tanto dopo anni di immobilità. Le riserve dell´Unione europea infatti non esistono più, i magazzini sono vuoti e pare che quelle riserve siano finite, vendute, proprio in Paesi come Cina e India.
Ecco quindi che dopo anni di silenzio mediatico il grano torna alla ribalta sul palcoscenico mondiale, e torna a proporsi per quello che in realtà è sempre stato: un ottimo strumento di controllo - sociale, politico e demografico - e quindi di potere. Ai tempi degli Egizi gran parte del potere del faraone poggiava sulle sue riserve di frumento; i Romani vi basarono buona parte del funzionamento della loro società: possederlo o gestirne la distribuzione e il commercio è sempre equivalso a comandare.
E noi, uomini moderni, che ci domandiamo "che ne sappiamo di un campo di grano", perché per anni, dal secondo dopoguerra in poi, non ci siamo mai più posti il problema? Sicuramente è un problema che invece si sono posti gli affamati delle ex-colonie occidentali, e non soltanto quando vedevano i mezzi con il logo della Fao e la sua bella spiga di grano portare loro gli aiuti umanitari. Ed è sicuramente anche un problema che si sono posti quelli che alcuni anni fa hanno cercato di introdurre sul mercato il frumento ogm (il Roundup Ready della Monsanto, nel 2003), prima che l´intero mondo insorgesse e il grano transgenico, nel 2004, tornasse ufficialmente da dove proveniva, ovvero nei laboratori di sperimentazione: per ora il pericolo del grano ogm si può dire sia scampato.
Ma che stia succedendo qualcosa sotto i nostri occhi e che nessuno riesca più a capirlo, visto che il grano sembrava sparito dai nostri interessi principali? Sarà interessante seguire gli sviluppi di questa vicenda che coinvolge tutto il pianeta e che, per ora, si limita a fare imprecare qualcuno per il prezzo di pasta e pane. Difficile prevedere cosa avverrà, intanto forse è meglio tornare a capire che cos´è il grano, quale importanza fondamentale ha: ridargli il giusto valore che ha avuto per millenni. Si tratta di ridare centralità al cibo, il cui segno ancestrale, almeno per una parte della popolazione del pianeta, è proprio quella spiga, che da simbolo del cibo rischia di diventare simbolo di inflitti e ingiustizie.