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 2007  novembre 02 Venerdì calendario

L a riflessione avviata dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, sulle differenza retributive fra noi e i principali concorrenti europei ha destato grande attenzione e contiene ampi spunti di discussione

L a riflessione avviata dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, sulle differenza retributive fra noi e i principali concorrenti europei ha destato grande attenzione e contiene ampi spunti di discussione. Draghi è partito dal fatto che il reddito pro capite disponibile in Italia è fermo dal ’90, rilevando che solo negli ultimi anni ciò si è riflesso in una stasi dei consumi; questi erano, invece, saliti negli anni precedenti, per la crescita dei valori di case e azioni, e per il calo dei rendimenti sulle attività finanziarie dovuti all’euro. Il Governatore, dopo aver ricordato la mutazione demografica in atto e le conseguenze sui consumi (le famiglie con meno figli consumano meno), ha rilevato che le retribuzioni nel nostro Paese sono inferiori, a volte parecchio, a quelli correnti nei Paesi nostri concorrenti in Europa. Il divario è più marcato per le età più giovani, le quali soffrono anche del fenomeno della precarietà, che dipinge come «autonomi» molti giovani che in realtà sono dei dipendenti, che non hanno visibilità sul futuro. Come il Governatore ha sottolineato, ciò si riflette nell’impossibilità di programmare decentemente la vita, e quindi di metter su casa e avere figli; questa è una rottura, importante, rispetto ai modelli di consumo precedenti. Come rimediare, facendo sì che il reddito disponibile torni a crescere in modo stabile, e con questo i consumi? Il punto chiave sta nella produttività; anch’essa, dice Draghi, deve tornare a crescere. A tal fine egli fa proposte sull’istruzione, sul mercato del lavoro e sulle pensioni. Una riforma dell’istruzione superiore dovrebbe indurre i giovani a investire su se stessi, accrescendo le proprie competenze; i costi derivanti da un aumento della flessibilità sul mercato del lavoro, poi, dovrebbero essere più equamente distribuiti, e non gravare solo sui precari. L’aumento dell’età pensionabile, infine, oltre a liberare risorse pubbliche utili ai provvedimenti suddetti, dovrebbe far salire i consumi di chi ha una maggior aspettativa di vita. Il quadro disegnato da Draghi è arduo da decrittare, come è logico in una società caratterizzata da interrelazioni aggrovigliate, ma c’è la sensazione che ad esso manchi qualcosa. fin ovvio che abbia anche contato, su scala mondiale, una fase di prolungato calo della quota di valore aggiunto destinata al lavoro, con la crescita, per converso, di quella che va a remunerare il capitale sotto forma di profitti aziendali. Proprio questa notazione, però, fa intravedere una prospettiva diversa su cui riflettere. Una volta si imparava che la crescita dei profitti induce ad aumentare gli investimenti, tesi a trarre vantaggio dai maggiori margini. In tal modo il saggio di profitto non può che scendere, e ciò porta a un riequilibrio della situazione col ritorno a margini «normali». Per molte ragioni, questo complesso meccanismo di ribilanciamento diretto e automatico si è come bloccato. Non va dimenticato, poi, che un aumento del «capitale umano» dei dipendenti non avrebbe molto senso se esso non fosse a gran voce richiesto dalle nostre imprese, la più parte delle quali pare invece accontentarsi di quel che passa il convento. Una delle ragioni di ciò sta nelle ridotte dimensioni di molte di esse, il che a sua volta porta a combinazioni prodotto/mercato meno remunerative, e a un minor volume di investimenti, rispetto a quanto sarebbe possibile con dimensioni maggiori: lo dimostrano molte ricerche proprio di Banca d’Italia. Per mutare il quadro disegnato da Draghi c’è dunque bisogno del contributo di un attore fondamentale, l’impresa. Un aumento durevole della produttività può solo venire da un nuovo scatto di orgoglio e di fantasia delle imprese, che decidano di aggregarsi fra loro puntando su prodotti e processi che necessitino di input di lavoro più qualificati. Se l’occasione non la coglieranno i nostri giovani, colmerà il vuoto l’immigrazione, questa grande – checché ne pensino tanti con la testa volta indietro – risorsa del futuro. Tutte le tessere del mosaico, così, andrebbero davvero a posto.