Gabriele Dossena, Corriere della Sera, 2/11/2007, 2 novembre 2007
MILANO
Adesso è allarme petrolio. L’eventualità di una terza crisi energetica diventa sempre più concreta. E di conseguenza si profila un serio rallentamento dell’economia mondiale. La diagnosi dei maggiori esperti mondiali è concorde: dietro ai prezzi che galoppano al ritmo di 13 dollari in un mese (quasi il 90% in tre anni e ieri al nuovo record storico di 96,24 dollari) ci sarà anche la mano speculativa, ma soprattutto c’è l’incapacità dell’offerta nel soddisfare una domanda in crescita esponenziale. Soprattutto da parte di Cina e India.
Proprio quest’ultimo dato sarà al centro delle analisi nel rapporto che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) ha appena ultimato e diffonderà la prossima settimana. Fatih Birol, direttore degli Studi economici dell’Agenzia, lancia un avvertimento insolitamente duro per le tradizioni dell’organismo, mettendo sul banco degli imputati i due Paesi asiatici. Un’accusa che parte da una considerazione precisa: negli ultimi 18 mesi, più di due terzi dell’incremento dei consumi di petrolio è stato generato dalla Cina e dall’India.
Ma l’industria petrolifera - e qui scatta l’allarme - non sembra in grado di continuare a soddisfare tanta richiesta. Dalle analisi del-l’Iea, emerge che negli ultimi due trimestri di quest’anno la produzione complessiva non si è mossa dalla soglia degli 85,1 milioni di barili al giorno. A questo punto una cosa è certa: in quest’ultima parte dell’anno la produzione dovrà arrivare a 85,6 milioni di barili, solo per eguagliare il risultato dell’intero 2006. E dato che negli ultimi tre anni non si sono mai superati gli 85,5 milioni di barili, appare quasi scontato supporre che nel 2007, per la prima volta, la produzione di petrolio risulterà inferiore all’anno precedente. La «preoccupante stabilità» dei livelli produttivi è stata confermata anche da Sadad Ibrahim al Husseini, ex dirigente della Saudi Aramco, la compagnia di Stato saudita, alla recente conferenza «Oil & Money» che si è svolta a Londra: da tre anni a questa parte la produzione mondiale di greggio è praticamente immobile, e dal 2015 potrebbe addirittura cominciare una flessione. Tutto questo mentre i prezzi potrebbero salire di 12 dollari al barile ogni milione di barili aggiuntivi della domanda.
Ieri, dalle colonne del Financial Times, anche il numero uno della Total, Christophe de Margerie, ha lanciato il grido d’allarme: «Ben difficilmente tutti i produttori messi insieme potranno garantire un’offerta giornaliera superiore ai 100 milioni di barili. Sono state sbagliate le previsioni e ne dobbiamo prendere atto», ha detto, in estrema sintesi. E quasi a rincarare la dose ci sono anche le dichiarazioni fatte, sempre al Ft, daRex Tillerson, presidente della ExxonMobil, la compagnia petrolifera più grande del mondo, sullo scarso contributo che potrebbe arrivare dai produttori non-Opec.
A proposito di Opec, il presidente del cartello che raggruppa i 12 principali Paesi produttori di petrolio, Mohamed Al Hamli, tiene a sottolineare che l’organizzazione ha il «dovere» di assicurare le forniture a prezzi stabili. E ha anche aggiunto di non aspettarsi che il prezzo del barile possa crescere, almeno nel breve periodo, fino 100 dollari.
Da ieri è scattato l’aumento della produzione di 500 mila barili al giorno, deciso un mese fa all’ultimo vertice di Vienna. Nel frattempo, però, malgrado l’annuncio, le quotazioni hanno fatto un balzo del 20%. Il 17 novembre è in programma una riunione Opec a Riad, ma difficilmente, da quanto viene fatto trapelare, sarà decisa una ulteriore apertura dei rubinetti.
Gabriele Dossena