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 2007  novembre 02 Venerdì calendario

MILANO

Prima della crisi d’agosto, Ben Bernanke non disdegnava di tanto in tanto una partita di basket fra colleghi nel campo della Federal Reserve. Da allora molto è cambiato: nei rari tempi morti, il presidente della banca centrale americana si limita a qualche tiro a canestro da solo. Ma niente avversari sul campo. Basta e avanza la sfida che l’euro sta portando ogni giorno di più al dollaro come àncora internazionale nelle sale operative.
 anche per questo probabilmente che i cambi alla routine della banca di Washington non si limitano alla palestra. Lo sforzo che Bernanke sta compiendo per portare nella Fed abitudini nuove, emerge in realtà anche da una frase del comunicato che mercoledì ha accompagnato il taglio dei Fed funds al 4,5%. «L’inflazione di base è migliorata leggermente quest’anno - scrive la Fed - ma i recenti aumenti nei prezzi dell’energia e delle materie prime potrebbero mettere nuova pressione al rialzo». Forse per il pubblico americano è una constatazione ovvia, ma per Bernanke frasi come queste segnalano l’avvio di una rivoluzione di velluto. Fino ad oggi, ufficialmente la Fed fissava i tassi guardando soprattutto al livello dei prezzi depurato del costo di petrolio e alimenti: ossia dei fattori che incidono di più sul carovita da almeno un anno. Guardare in faccia l’inflazione per ciò che è, senza ignorare spesa al supermarket, pieno e riscaldamento, in America significa fare i conti con una «bestia» che si avvia a superare il 3%. I tassi reali americani in realtà sono già bassi, difficilmente la Fed può ridurli ancora senza destabilizzare quel che resta dell’equilibrio dei prezzi e del dollaro.
 qui che s’innesta il pungolo dall’Europa che sta cambiando le abitudini anche a Washington. Bernanke deve tener conto del peso delle materie prime sul suo paniere, anche perché in dollari il prezzo del petrolio è salito quasi del 60% nell’ultimo anno. La spia della sfiducia verso il biglietto verde lampeggia anche altrove: l’oro, tradizionale bene rifugio quando i mercati temono il dollaro debole e l’inflazione, viaggia sui massimi da 28 anni attorno agli 800 dollari l’oncia. Visto dall’Europa, lo choc sulle materie prime è stato invece meno violento: il greggio è a 65 euro al barile contro i 50 di inizio anno e l’oro corre su livelli già visti circa due anni fa. La vecchia àncora gialla di Bretton Woods, quella che assicurava nel suo rapporto con il dollaro la tenuta del sistema, oggi ha una relazione più stabile con l’euro. E anche il petrolio tende a aggiustarsi alla caduta del biglietto verde per non perdere terreno sulla moneta unica.
In queste condizioni, la Fed si ritrova vincoli sconosciuti fin qui. Tagliare ancora i tassi da ora in poi significa rischiare una caduta più seria del dollaro e, a catena, un aumento immediato delle materie prime e dei prezzi. Oggi solo nel recinto della Fed Bernanke può tirare a canestro senza avversari.