Paolo Baroni, La Stampa 1/11/2007, 1 novembre 2007
Guai a chi scrive che gli Angelucci vogliono comprare «l’Unità» per «coprirsi a sinistra, dopo la copertura a destra acquisita con Libero» come ha fatto nei giorni scorsi «il Giornale», perché loro querelano subito
Guai a chi scrive che gli Angelucci vogliono comprare «l’Unità» per «coprirsi a sinistra, dopo la copertura a destra acquisita con Libero» come ha fatto nei giorni scorsi «il Giornale», perché loro querelano subito. E in effetti chi conosce un poco Giampaolo Angelucci, il giovanissimo leader del gruppo romano, sa che per la Tosinvest quella dell’editoria è una passione che viene da lontano. Che risale a quasi 10 anni fa, quando la famiglia guidata da papà Tonino iniziò a fare affari col Pci-Pds, prima rilevando proprio una quota di minoranza del quotidiano della Quercia e poi comprando parte degli immobili che Botteghe oscure aveva dato in pegno alle banche. Quella prima esperienza editoriale finì male ed il foglio fondato da Antonio Gramsci chiuse per diversi mesi, ma servì alla Tosinvest per fare esperienza e porre le basi di quello che ora potrebbe diventare un piccolo impero editoriale. Un «polo» bipartisan con un occhio rivolto all’istituzione più Alta, composto dal giornale degli ex Ds (che ora veleggia attorno alle 50 mila copie), dal quotidiano diretto da Vittorio Feltri (decisamente orientato sul centrodestra e lanciato oltre quota 130 mila) e dal «Riformista» diretto da Paolo Franchi, accreditato di circa 5 mila copie di vendita e ponte ideale con l’area «migliorista» del vecchio Pci impersonata da Emanuele Macaluso e soprattutto da Giorgio Napolitano. Abili giochi di potere? Gli Angelucci, che con la politica e le amministrazioni pubbliche si devono misurare quotidianamente, hanno sempre negato questa tesi: «Per quanto mi riguarda - ha dichiarato nel 2003 Giampaolo Angelucci a ”Prima Comunicazione” - personalmente cerco i giornali perché mi piacciono, mi interessano». Sanità, immobili ed editoria: ecco i tre business del gruppo nato per iniziativa di papà Antonio, Tonino per gli amici, passato nel giro di vent’anni da semplice portantino d’ospedale a «re della sanità privata». Il cuore dell’impero è rappresentato da Tosinvest Sanità, società che fattura 173 milioni di euro e conta ben 26 cliniche (concentrate prevalentemente nel Lazio) con circa 3500 posti letto, mille medici ed oltre 2000 dipendenti. Una realtà di assoluto rilievo, che grazie ai buoni uffici di Mediobanca (dove nel frattempo alla presidenza è arrivato l’«amico» Cesare Geronzi), entro il 2008 potrebbe approdare in Borsa. Sempre sotto l’ombrello della Finanziaria Tosinvest ci sono poi una miriade di altre attività, società e partecipazioni e ben 500 milioni di euro di liquidità, in gran parte frutto della cessione dello 0,4% di Unicredit ricevuto in cambio delle quote detenute da tempo in Capitalia. Dei tre figli che lavorano nel gruppo, i gemelli Andrea ed Alessandro di 38 anni e Giampaolo di 37, il preferito dal capofamiglia è senza dubbio il più piccolo: è lui l’uomo forte della famiglia, il volto pubblico del gruppo, il più «esposto». Anche al prezzo di finire agli arresti domiciliari (poi revocati) per una storia di tangenti pugliesi venuta a galla nel 2006. Col mondo politico i rapporti del gruppo Tosinvest sono gioco-forza molto intensi: spaziano da An ai Ds passando per l’Udc, vanno da Gianfranco Fini (suo fratello Massimo lavora alla Tosinvest dall’86) a Francesco Storace, sino a Massimo D’Alema. In particolare col ministro degli Esteri la conoscenza risale alla fine degli Anni 90 coinvolgendo da allora tutta la «tribù» dalemiana. Sia quando si è trattato di finanziare la fondazione Italianieuropei, sia quando andava salvata la squadra di basket di Reggio Calabria cara a Marco Minniti o quando il «fido» Claudio Velardi ha fondato «il Riformista» offrendo il 35% (poi diventato 51%) agli Angelucci. Che ora ci riprovano con l’Unità, mettendo sul piatto ben 17 milioni di euro in contanti per subentrare alla compagine guidata da Marialina Marcucci ormai stremata da sette anni di gestione non sempre facile. Il contratto preliminare sarebbe stato firmato il 24 ottobre, pochi giorni prima dell’«intronizzazione» di Veltroni alla guida del Pd, ma la presidente della «Nie» nega che l’operazione sia stata chiusa e parla semplicemente di «contatti». Il grosso della redazione, soprattutto i più giovani, però è subito scesa sul piede di guerra chiamando in causa i Ds e lanciando un accorato grido d’allarme: «Aiuto, ci compra Angelucci». Dal partito una prima risposta è arrivata per bocca del vicepremier D’Alema, che i boatos indicano come uno degli sponsor dell’operazione organizzata ovviamente in funzione anti-Veltroni. Il vicepremier agirebbe «in cordata» con Geronzi, il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti e l’avvocato Guido Rossi (che però ha già negato ogni coinvolgimento). Nel corso di una videochat il ministro degli Esteri ieri ha cercato di gettare acqua sul fuoco, di rassicurare lettori e giornalisti: «L’idea che l’Unità si possa trasformare in un giornale di destra è troppo sciocca» ha spiegato. Ovviamente queste parole non bastano a tranquillizzare la redazione, dove il pensiero prevalente coincide con la tesi proposta dal «Giornale», ovvero gli Angelucci stanno «cercando solo di accreditarsi politicamente col Pd». Vero, falso? Forse, visti i trascorsi, gli Angelucci non hanno bisogno di comprare l’Unità per «accreditarsi» col Pd. Oppure ha ragione Macaluso quando sul Riformista scrive che «l’Unità non è più un giornale di partito e il Pd l’ha mollato». Stampa Articolo