Piergiorgio Odifreddi, la Repubblica 1/11/2007, 1 novembre 2007
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Esce in questi giorni il primo volume della Grande Opera Einaudi La Matematica, curata da Claudio Bartocci e , che qui racconta come è nato il progetto.
Il terzo millennio si è aperto, nel 2000, con un Anno Mondiale della Matematica, quasi a voler indicare una metaforica radicale inversione di rotta rispetto all´irrazionalismo del secondo millennio, iniziato con i secoli bui del Medioevo e terminato con il secolo tetro dei totalitarismi e delle Guerre Mondiali.
L´Einaudi ha dimostrato negli anni un concentrato ma elevato interesse per la materia, testimoniato da capolavori del suo catalogo Il pensiero matematico di Morris Kline e la Teoria dei numeri di André Weil, curata da Claudio Bartocci. Quelle iniziative si inserivano comunque in un più generale flusso di attenzione verso la matematica che stava crescendo in quegli anni, stimolato in parte da notizie quali l´assegnazione nel 1994 del premio Nobel per l´economia a John Nash, protagonista del film A beautiful mind, o la dimostrazione nel 1995 del teorema di Fermat da parte di Andrew Wiles, il primo matematico a finire sulla copertina del New York Times per un risultato matematico.
Il timore del pubblico e, diciamolo pure, il disgusto degli studenti per una materia fino ad allora considerata disumana e ostica incominciava a essere eroso anche da romanzi di successo quali Il mago dei numeri di Hans Magnus Enzensberger (Einaudi, 1997), o da convegni che miravano a mostrarne il lato umanistico e artistico, quali gli annuali incontri "Matematica e Cultura", organizzati a Venezia a partire dal 1997.
Fu in quell´anno di svolta che nacque l´idea di creare qualcosa di diverso e speciale rispetto alle imprese più tradizionali di taglio umanistico: una Grande Opera che sapesse comunicare al pubblico più vasto, dagli specialisti ai curiosi, l´immensa varietà culturale della disciplina che sta alla base delle scienze e della tecnologia, e dunque del sapere del mondo contemporaneo.
A questo punto fummo reclutati Bartocci ed io, come "matematici di casa (editrice)": ciascuno con i propri background specifici e generici, ma con una visione comune della matematica come della Regina non solo delle Scienze, ma anche dell´Umanesimo. Determinati, dunque, a mostrarne non soltanto gli aspetti tecnici, puri e applicati, ma anche quelli culturali, letterali e metaforici.
Naturalmente sapevamo entrambi che, per parafrasare Beaumarchais, le Grandi Opere sono per i curatori come i bambini per le donne: concepiti nella voluttà, portati avanti nella gestazione con fatica e partoriti nel dolore. Il momento del voluttuoso concepimento ci vide presto convergere su una struttura quadripartita che rendesse giustizia alle scuole e ai risultati della matematica da un lato, e alle sue applicazioni umanistiche e scientifiche dall´altro: questa struttura è rimasta invariata nei quattro volumi di cui alla fine si comporrà l´opera, in una sorta di laico Vangelo (nel senso letterale di "buona novella") per il nuovo millennio.
Sempre nel momento della voluttà fu concepita un´ulteriore sovrastruttura di cento capitoli, equanimamente ripartiti in venticinque per volume, ispirata idealmente alle opere di due matematici di elezione, poi divenuti letterati di professione. Da un lato, quel Raymond Queneau che nel 1960 fondò insieme a François Le Lionnais l´Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle, Opificio di Letteratura Potenziale), una singolare congrega di matematici-letterati e letterati-matematici dediti alla produzione di opere letterarie dalla struttura matematica, il miglior esempio delle quali sono forse i Centomila miliardi di poemi dello stesso Queneau. E, dall´altro lato, quell´Aleksandr Solgenitsyn che dichiarò, nella sua Autobiografia per la Fondazione Nobel, che la matematica gli aveva salvato la vita due volte, e che organizzò in "nodi" il suo sterminato testamento letterario, Krasnoe Koleso, La Ruota Rossa, che narra gli eventi della storia russa negli anni cruciali della Rivoluzione del 1917.
Anche la struttura in nodi è rimasta, in questa Grande Opera, e ci ha permesso di intrecciare i grandi momenti della storia della matematica pura e applicata in quello che nel gergo tecnico si chiamerebbe un "grafo dalle connessioni multiple". stata invece leggermente fluidificata la rigida struttura dei "venticinque per quattro" capitoli, in omaggio al principio di "rottura della simmetria" della fisica moderna: una simmetria perfetta è infatti tipica del vuoto e dell´instabilità, e solo la sua rottura permette a un sistema di raggiungere l´equilibrio e mantenere la stabilità.
L´equilibrio, nel caso in questione, è stato raggiunto anche grazie al contributo dei membri del Comitato Editoriale che abbiamo avuto la fortuna di coinvolgere in questa nostra avventura. Non è un´iperbole (un vocabolo di derivazione matematica, detto tra parentesi), perché del Comitato fanno parte ben quattro vincitori di quelle medaglie Fields che costituiscono l´analogo dei premi Nobel per la matematica, e vengono assegnate ogni quattro anni ai Congressi Internazionali di Matematica: sir Michael Atiyah (1966), Steven Smale (1966), David Mumford (1974) e Alain Connes (1983).
Rimane, in generale, il grande problema di come la matematica si insegna. Nel 1993 Howard Gardner, psicologo americano, elaborò la «teoria delle intelligenze multiple»: tutti noi ne avremmo a disposizione diverse tipologie. Oggi sappiamo che il primo tipo che si sviluppa nei bambini, verso i 3-4 anni, è l´intelligenza musicale. Chiunque di noi ha avuto modo di osservare i bambini sul seggiolone, in procinto di mangiare: spesso si mettono a percuotere il piattino con il cucchiaio seguendo un certo "ritmo". L´ultima forma di intelligenza che si sviluppa è quella logico-deduttiva e matematica: compare verso i 13-14 anni, quindi alla fine delle scuole medie inferiori. Ciò significa che per i primi 8 anni di insegnamento sia lo studente che l´insegnante fanno molta fatica. Sicuramente occorrerebbe tenerne conto nei piani di studio e nei metodi di insegnamento. Purtroppo lo si fa poco: per questo c´è spesso una reazione di rigetto tra i ragazzi.
In assoluto non credo che l´insegnamento delle discipline scientifiche sia negativo. L´insegnamento della matematica, però, è ancora molto noioso e meccanico. Prevale il metodo mnemonico, per cui a lezione si insegna un teorema e poi all´esame si pretende che l´allievo ne abbia imparato a memoria la dimostrazione. In altre realtà, come gli Usa, si batte molto più sul chiodo della risoluzione dei problemi e sul fare esercizi. Così, mentre negli Stati Uniti all´Università si danno i compiti agli studenti ogni settimana (corretti e giudicati dagli assistenti dei professori), da noi la verifica della preparazione si risolve in un´unica prova a fine anno (magari un esame orale).
stato spesso citato il rapporto dell´Annuario 2007 dell´Associazione Observa, in cui si legge che «l´atteggiamento dei giovani italiani verso la scienza appare improntato a un´ambivalenza quasi schizofrenica» per cui da un lato impazziscono per il sudoku e smanettano con disinvoltura su pc e cellulari, ma dall´altro si iscrivono sempre meno alle Facoltà scientifiche. D´altronde ad avere questo problema non sono solo i ragazzi, ma un po´ tutti gli italiani: vivono in una società tecnologica, che di per sé richiede conoscenze scientifiche e tecniche, e allo stesso tempo non sono interessati a quello che la scienza fa, ai suoi risultati e alle sue problematiche. Per quanto riguarda la questione più specifica del calo delle iscrizioni alle Facoltà di matematica, purtroppo la tendenza è comune a tutto il mondo occidentale: negli Stati Uniti già 25 anni fa gli iscritti ai corsi di matematica, informatica e altre materie scientifiche erano per lo più cinesi o indiani; gli americani preferivano andare a fare i medici o gli avvocati. Credo che oggi la situazione in Italia sia più o meno simile.