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 2007  novembre 01 Giovedì calendario

MASSIMO LIVI BACCI

Le migrazioni sono state, dall´Unità del paese in poi, uno degli aspetti più controversi della questione meridionale. Esiste in proposito una letteratura sterminata che però, forse sopraffatta dal tema delle migrazioni internazionali, si è alquanto attutita negli ultimi anni. Non c´è dubbio che l´emigrazione dal mezzogiorno sia da sempre un sintomo evidente del disagio, della mancanza di lavoro, dell´inadeguato sviluppo, del ritardo rispetto ad altre aree del mondo o d´Italia. Ma sulle conseguenze del fenomeno le teorie divergono. L´emigrazione allevia il ritardo - per le rimesse, i contatti con realtà più evolute, i ritorni, la circolazione di innovazione – oppure lo aggrava – per la perdita selettiva di risorse umane e la destrutturazione sociale che ne conseguono?
Non sarebbe male che il dibattito riprendesse, magari con approfondimenti che per ora mancano. Recentemente la Svimez, nel suo rapporto annuale, ha ricordato che l´emigrazione interna sud-nord (iscritti nelle anagrafi del centro-nord provenienti dal sud-isole al netto degli iscritti nelle anagrafi del sud-isole provenienti dal centro-nord) ha ripreso a salire: era scesa ad un minimo storico alla metà degli anni ´80 (una perdita netta di poco più di 20.000 persone all´anno tra il 1982 e il 1986), per risalire negli anni ´90 (60.000 in media nel 1996-98 e 80.000 nel 1999-2000). La Svimez ha anche notato che se ai trasferimenti di residenza verso il nord si sommano coloro che vanno a lavorare fuori regione (una sorta di pendolarismo di lunga percorrenza) per cui può dire che "nel complesso…si sono spostate dal Sud verso il Nord circa 270 mila persone, un dato certamente rilevante se si pensa che nel triennio 1961-63 di massima intensità migratoria si trasferirono dal Sud circa 295 mila persone all´anno" (Rapporto Svimez 2007, p. 34).
Questa affermazione, decontestualizzata, è stata ripresa dai media, e si è diffusa l´opinione che l´emigrazione sud-nord è tornata ai livelli degli anni del boom. Questa opinione è falsa e rischia di stravolgere il dibattito. Vediamo perché.
Negli anni del boom, la perdita netta del mezzogiorno per trasferimenti di residenza fu di circa 150 mila persone all´anno, e nel triennio di punta 1961-63 oltre 220.000 all´anno. Rispetto a quel picco storico, il picco relativo recente (1999-2000) è pari ad appena un terzo; inoltre, negli ultimi anni, la perdita netta del mezzogiorno ha cominciato a scendere regolarmente: da 83.000 nel 1999 a 48.000 nel 2006. Da sondaggi preliminari, la tendenza non sembrerebbe interrotta nel 2007; essa poi riguarda – più o meno – tutte le singole regioni. E anche il volume complessivo degli spostamenti verso il centro-nord (senza quindi considerare i rientri) è in forte diminuzione: furono 300.000 all´anno nel picco degli anni ´60, ridotti a 140.000 circa nel picco secondario del 1999-2000, dal quale inizia una nuova discesa. La Svimez pone giustamente in rilievo il fatto che vanno anche considerati circa 150.000 spostamenti temporanei verso nord, una sorta di pendolarismo "lungo" di persone che continuano a risiedere nel mezzogiorno, dove in genere rimane la famiglia, pur lavorando altrove. E´ molto o poco, per un´area che conta 21 milioni di abitanti? E´ di più, o di meno, di quanto avvenisse negli anni ´60 (scommetterei che allora il fenomeno fosse assai più forte) quando i mezzi di comunicazione erano meno efficienti? Che paragoni si possono fare con altre aree europee? E´ un fenomeno fisiologico – si pensi alle tante piccole e medie imprese meridionali che lavorano nelle costruzioni di abitazioni e di infrastrutture in appalti e subappalti nelle altre regioni – oppure è una patologia della quale ci si deve preoccupare?
Le cifre che ho dovuto citare sono forse troppe per queste poche righe ma permettono di fare qualche considerazione. La prima è che non siamo di fronte ad un nuovo boom della migrazione interna che appare, al contrario di quanto si dice, in sostenuto declino. La seconda è che la migrazione sud-nord – il sintomo secolare del ritardo meridionale – è pur sempre un rimedio con aspetti sia negativi che positivi, per un´area che ha ancora tassi di disoccupazione giovanile tripli del resto del paese. La terza osservazione è che, per il più recente declino della natalità, i giovani sono in maggior proporzione a sud che a nord (tra i 20 e i 30 anni c´è il 13,6% della popolazione dell´Italia meridionale ed appena il 9,4% di quella nordoccidentale), ed anche questo dislivello – che pur si attenua rapidamente - conta nel determinare il numero dei migranti. Ma restano tante altre cose da capire. Una tra le tante: i giovani meridionali che emigrano sono assai più scolarizzati di quelli che restano. Dall´ultima relazione del Governatore della Banca d´Italia si desume che tra i giovani meridionali che lavorano a nord uno su sette è laureato, contro uno su dieci tra quelli occupati nel mezzogiorno. E´ una sorta di "brain drain" del quale occorre preoccuparsi? O non c´è da domandarsi se l´emigrazione dei laureati non sia anche la conseguenza di squilibri formativi (per esempio, l´eccessiva frequenza dei corsi umanistici rispetto a quelli scientifici)?
Mobilità e migrazioni sono una componente fisiologica e positiva della vita sociale ed economica se frutto di scelta e non di costrizione: due condizioni che sono separate da una linea sottile e elusiva che il dibattito culturale e scientifico potrebbe aiutare a individuare.