Giorgio Ruffolo, la Repubblica 1/11/2007, 1 novembre 2007
Che l´ordine, o piuttosto il disordine economico mondiale sia entrato in una fase di evoluzione accelerata è ormai impressione diffusa, dopo la più recente perturbazione finanziaria americana, l´ulteriore scivolamento del dollaro e il corrispondente apprezzamento dell´euro che, in parte, ne sono derivati
Che l´ordine, o piuttosto il disordine economico mondiale sia entrato in una fase di evoluzione accelerata è ormai impressione diffusa, dopo la più recente perturbazione finanziaria americana, l´ulteriore scivolamento del dollaro e il corrispondente apprezzamento dell´euro che, in parte, ne sono derivati. In un denso studio sugli squilibri dell´economia mondiale (The world economy towards global disequilibrium ed. Macmillan) Mario Baldassarri e Pasquale Capretta partono dalla constatazione di questa accelerazione per tracciare un vasto quadro delle correnti pesanti che attraversano il nostro tempo, interrogandosi sui loro possibili sbocchi. Altri osservatori, come Marcello de Cecco e Laura Pennacchi, rispettivamente sulla Repubblica e sull´Unità, hanno svolto, in una prospettiva più ravvicinata, importanti considerazioni sullo stesso tema. Il primo studio parte da una ipotesi scioccante. Il ritorno a una condizione di parità dei poteri d´acquisto tra l´euro e il dollaro comporterebbe un cambio di 1,90 rispetto a quello di 1,40 attuale, che rappresenta già un salto del 20 per cento circa rispetto al livello iniziale. Uno «zompo» impossibile? Due sembrano gli aspetti centrali dello squilibrio economico mondiale. Il primo riguarda il mostruoso disavanzo americano, che ha poco a che fare con la «competitività» del mercato e molto con le scelte politiche. Da una parte, la scelta americana di sostenere una crescita basata su una domanda che, spinta da consumi e importazioni, supera la produzione; dall´altra quella cinese di una strategia di crescita basata su una produzione che, spinta dalle esportazioni, supera la domanda interna. Su queste due scelte strategiche si è costituito un nuovo asse del Pacifico, rispetto a quello atlantico, finora fondamentale. Non si può certo dire che l´America vende carta e compra merci: le esportazioni americane sono costituite in larga parte da prodotti di alta tecnologia. Ma si può dire che la «carta» americana permette di comprare merci molto al di là del loro corrispettivo di mercato. A credito. Fino a quando? E perché la Cina compra carta americana? Perché questo le consente di espandere la sua quota di esportazioni sul mercato americano nel breve periodo e di comprare, come sta già facendo, attività patrimoniali americane nel periodo più lungo. Ne ha già comprate per un valore corrispondente al 20 per cento del debito totale americano. La Cina che si compra l´America. Non è male come spettacolo. Ma è sicuramente male, dal punto di vista sociale e, perché no, morale, che i due terzi del risparmio mondiale affluiscano al paese più ricco, che è divenuto il più indebitato del mondo. Il miliardo di contadini cinesi che non sono stati investiti dall´onda dello sviluppo possono aspettare, con asiatica pazienza. Fino a quando? Ma c´è un secondo aspetto essenziale dello squilibrio. Ed è il dolce sonno della politica economica europea, apparentemente impassibile rispetto alle conseguenze dell´apprezzamento dell´euro, non solo rispetto al dollaro, ma anche rispetto alle monete asiatiche che ne seguono le sorti. Questa politica è affidata a una Banca Centrale che, diversamente da quella americana, deve preoccuparsi solo di parare il rischio dell´inflazione, con totale disinteresse per le conseguenze depressive del cambio. Inflessibile quanto all´osservanza dei parametri fissati dal patto di stabilità da parte dei singoli paesi, non avverte la stridente contraddizione inerente al fatto che quelle inosservanze dipendono in parte cospicua proprio dal suo non intervento rispetto all´apprezzamento del cambio. Di fronte a queste distorsioni del mercato mondiale, ci si deve chiedere se esistono le premesse politiche di una loro correzione, e quali correzioni si possano prospettare. Quanto al primo aspetto, non sembra che finora, né da parte americana né da parte cinese si scorgano segni di correzione delle scelte politiche. Né, per quanto riguarda l´Europa, di riscuotimento dalle non scelte. La Banca Centrale Europea, a differenza di quella americana, che ha per scopo istituzionale sia la difesa della moneta sia lo sviluppo dell´economia, è fin troppo rigorosamente limitata, nella sua politica, alla prima. Sarebbe bene che, come sembra, il Parlamento Europeo formulasse una proposta intesa a superare questo squilibrio, magari attraverso una intesa formale tra la Banca Centrale Europea e la Banca Europea degli investimenti, che già svolge un ruolo importante, ma istituzionalmente limitato nel finanziamento di singoli progetti. Più in generale, è quasi banale affermare che l´attuale disordine, frutto della sregolatezza dei mercati, esigerebbe un nuovo accordo mondiale, una nuova Bretton Woods che ristabilisse un equilibrio sufficientemente stabile tra le economie reali, il cui costo fosse ripartito equamente tra i partners vecchi e nuovi e che riflettesse, oltre all´esigenza di una ragionevole stabilità finanziaria, anche quella di una decente equità sociale. Non mancano prescrizioni e ricette. Una politica monetaria americana più severa, alla Volcher, non alla Greenspan (due successivi governatori della Federal Reserve) dovrebbe accompagnarsi in senso complementare e concordato a una politica monetaria europea più espansiva da parte della «bella addormentata» di Francoforte, che affrontasse la vera causa del ristagno europeo: l´assenza totale di una politica macroeconomica comune. Né dovrebbe essere trascurata quella via alla crescita sulla quale più volte Delors ha insistito (il nostro Padoa Schioppa dovrebbe ricordarselo bene): e cioè la decisione di approfittare della attuale forza dell´euro per raccogliere sul mercato finanziario mondiale il risparmio necessario a finanziare grandi investimenti comuni di sviluppo attraverso un mercato finanziario franco-tedesco (per ora! gli inglesi arrivano sempre e solo quando la partita è vinta). Senza aspettare l´alba di una nuova Bretton Woods, della quale non si vede il chiarore, una Europa provvista dell´immaginazione che non mancò ai suoi grandi fondatori potrebbe assumere unilateralmente iniziative che promuovano una decisa svolta rispetto a una minacciosa condizione di instabilità e di rischio sistemico dovuta a una globalizzazione finanziaria incontrollata.