Emiliano Guanella, La Stampa 31/10/2007, pagina 15., 31 ottobre 2007
La Stampa, mercoledì 31 ottobre L’ora fatidica scatta alla mezzanotte, bicchieri di champagne in alto per brindare ad un nuovo «natale maradoniano»
La Stampa, mercoledì 31 ottobre L’ora fatidica scatta alla mezzanotte, bicchieri di champagne in alto per brindare ad un nuovo «natale maradoniano». Al Club Leloir, discoteca alla periferia di Buenos Aires si sono dati appuntamento circa duecento fedeli della Chiesa intitolata al numero dieci più famoso al mondo. Non è una setta, il clima è goliardico, ma fa comunque qualche effetto vedere i vestali in tunica bianca entrare nella sala e recitare il padrenostro riscritto per il «Dio del pallone» nel giorno del suo quarantasettesimo compleanno. «Non vogliamo - spiega Hernan Amez, uno dei fondatori - mancare di rispetto a nessuno. Rendiamo solo il giusto onore all’unico uomo su questo Pianeta che è stato capace di fare in campo dei veri e propri miracoli». L’occasione è speciale perché si celebrano anche due matrimoni. Sull’altare ci sono due coppie di ragazzi messicani. Adrian ha i capelli lunghi e il numero dieci stampato sulla schiena del vestito da sposo, Olivia è emozionata quasi come si facesse sul serio. «Amo il calcio e Maradona fin da piccola. E amo Adrian, con cui sono fidanzata da tre anni. So che tutto questo non ha valore legale ma non mi importa, la festa, di per sé, è bellissima». Diego è invocato durante tutta la serata, se arrivasse in molti sverrebbero. Si sa che è a Buenos Aires, nella casa dei genitori a Villa Devoto assieme a papà Don Diego e mamma Tota, alle figlie Dalma e Giannina e la giovane fidanzata Veronica Ojeda. Ai suoi fedeli manda, questo sì, un messaggio registrato. Meno di un minuto, poche parole ascoltate da tutti in religioso silenzio: «Mando un grande abbraccio ai ragazzi che si sposano e a tutti voi. Grazie di cuore perché mi siete vicini oggi, come avete sempre fatto». La fedeltà incondizionata è la bandiera del popolo maradoniana. Molti dei ragazzi seduti a mangiare pizza e a cantare il classico coro del «chi non salta è un inglese» sono stati con lui durante le crisi degli ultimi anni. Hanno portato bandiere, pregato, acceso candele. Sanno tutto della sua vita e non evitano di parlare degli eccessi. Diego fa una parte dell’orgoglio nazionale, l’argentino più famoso di tutti i tempi, anche quando sono la droga, le notti fin troppo caotiche e le inutili liti a tenere banco. Rispettano i comandamenti: amare il calcio sopra ogni altra cosa, non invocare il Dieci per una sola squadra, diffondere i suoi miracoli in tutto l’universo e il classico «la pelota no se mancha», il pallone non si macchia, la frase pronunciata nel 2001 alla Bombonera (come è denominato lo stadio di Buenos Aires «Alberto J. Armando») nella sua festa d’addio al calcio. A metà serata appare sui due maxischermi una delle ultime esilaranti apparizioni pubbliche, al programma «Alo Presidente» di Hugo Chavez. Diego spiega al venezuelano il famoso gol all’Inghilterra ai mondiali messicani, quattro anni dopo la guerra delle Falkland-Malvinas: «Ho messo la mano e poi la schiena e sono subito andato al centro dell’area gridando ai miei compagni di festeggiare. Non sono affatto pentito. Da noi si dice chi ruba ad un ladrone ha cent’anni di perdono». Applausi generali e Chavez che chiude: «La voce della storia, Grande Diego Armando, un uomo piccolo di statura ma enorme nei suoi gesti. Achille contro i giganti». Francisco applaude. venuto da Rosario con i suoi due figli adolescenti: «Impossibile separare il campione dall’uomo. A loro spiego che ha sbagliato ma che non ha mai fatto del male e che è sempre stato fedele a se stesso». L’altro motivo ricorrente è quello della parabola sociale, del ragazzino che arriva dalla miseria, che non riesce, da ricco e famoso, a ponderare e amministrare, condannato a vivere alla giornata. Immagine fin troppo naïf e che poco si addice al Maradona visto negli ultimi anni, abilissimo nel gestire la sua immagine tra show tv, partite di calcetto e sponsorizzazioni. Anche per questo tutto ciò che gli ruota intorno, compresa questa chiesa personale, sa di business. «Molti lo pensano - ammette il "sacerdote" Hector Campomar - ma vi assicuro che non è così. Anzi, ultimamente abbiamo avuto anche una scissione per evitare di finire in quella direzione». A fine serata si sorteggia una maglietta della nazionale firmata dall’«erede» Lionel Messi. Poi, quasi fosse un orologio a ritroso, si vede la prima storica intervista degli Anni Settanta. Diego, con la maglia dei cebollitas, le giovanili dell’Argentinos Juniors, confessa il suo sogno: giocare nella nazionale e chissà, un giorno, vincere un mondiale. Nel tempio-discoteca sono in tanti a cedere alle lacrime. Emiliano Guanella