Wikipedia 31/10/2007, 31 ottobre 2007
I Viceré è il titolo del romanzo più conosciuto di Federico De Roberto che ne iniziò la stesura a Milano nel 1894 (sbagliato: nel 1894 è uscito - ndr) raccogliendo materiale sulle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V
I Viceré è il titolo del romanzo più conosciuto di Federico De Roberto che ne iniziò la stesura a Milano nel 1894 (sbagliato: nel 1894 è uscito - ndr) raccogliendo materiale sulle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V. Questa "storia di famiglia" si ispira al principio positivistico e naturalistico della race (l’ereditarietà), con tutte le sue conseguenze. I componenti della famiglia degli Uzeda sono accomunati dalla razza e dal sangue vecchio e corrotto, dovuto anche ai numerosi matrimoni tra consanguinei. Quanto emerge da questa famiglia è la spiccata avidità, la sete di potere, le meschinità e gli odii che i componenti nutrono l’uno per l’altro alimentando in ciascuno una diversa patologica monomania. Ogni membro della famiglia ha una storia segnata dalla corruzione morale e biologica che si evidenzia anche nella loro fisionomia e nelle deformità fisiche che verranno riassunte dall’autore nell’episodio di Chiara che, dopo aver partorito un feto mostruoso lo conserva sotto formalina in un boccione di vetro. Ma I viceré sono, oltre "una storia di famiglia", anche una rappresentazione dagli accenti forti e disillusi della storia italiana tra il Risorgimento e l’unificazione (il romanzo è infatti ambientato negli anni tra il 1850 e il 1882, nella quale si svolgono le vicende e le fortune degli Uzeda. Il romanzo è diviso in tre parti: la prima parte inizia con la morte della vecchia principessa Teresa, crudele e dispotica, e termina con la caduta del regno borbonico e con l’elezione a deputato di Gaspare Uzeda; la seconda parte si chiude con la presa di Roma e con la conversione al liberalismo di don Blasco; la terza con le prime elezioni a suffragio allargato del 1882 in cui l’ultimo discendente di fede reazionaria e borbonica, Consalvo, finge idee di sinistra per mantenere intatto il suo potere, convinto che - al di là di ogni rivolgimento storico - nulla possa veramente cambiare e che i privilegiati devono adattarsi alle nuove situazioni politiche, come quella successiva all’unità, solo così si può mantenere intatto il dominio e il potere. Emerge da questo quadro il fallimento degli ideali risorgimentali con una interpretazione già presente nelle novelle Il reverendo, Libertà e Mastro-don Gesualdo del Verga e che accomuna molti tra gli scrittori meridionali, da Pirandello, nel romanzo I vecchi e i giovani, a Tomasi di Lampedusa, nel Gattopardo. Nell’explicit del lavoro di De Roberto, vi è l’intera chiave di lettura del romanzo: "... Noi siamo troppo volubili e troppo cocciuti ad un tempo. Guardiamo la zia Chiara, prima capace di morire piuttosto che di sposare il marchese, poi un’anima in due corpi con lui, poi in guerra ad oltranza. Guardiamo la zia Lucrezia che, viceversa, fece pazzie per sposare Giulente, poi lo disprezzò come un servo, e adesso è tutta una cosa con lui, fino al punto di far la guerra a me e di spingerlo al ridicolo del fiasco elettorale! Guardiamo, in un altro senso, la stessa Teresa. Per obbedienza filiale, per farsi dar della santa, sposò chi non amava, affrettò la pazzia ed il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni nella cappella della Beata Ximena, dove arde la lampada accesa per la salute del povero cugino! E la Beata Ximena che cosa fu se non una divina cocciuta? Io stesso, il giorno che mi proposi di mutar vita, non vissi se non per prepararmi alla nuova. Ma la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel male... Io farei veramente divertire Vostra Eccellenza, scrivendole tutta la cronaca contemporanea con lo stile degli antichi autori: Vostra Eccellenza riconoscerebbe subito che il suo giudizio non è esatto. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.” Quando I viceré uscì non ebbe fortuna perché il naturalismo stava ormai declinando e iniziava ad affermarsi la reazione spiritualistica di D’Annunzio, Fogazzaro, Pascoli. Inoltre il tono troppo pessimistico e la forma poco elegante, non poteva essere più apprezzato nel momento in cui stava trionfando il nazionalismo e il formalismo. A influenzare l’insuccesso del romanzo venne infine la critica negativa di Benedetto Croce. Tuttavia I viceré, pur non essendo paragonabili al Mastro-don Gesualdo del Verga, rimangono un romanzo di prima qualità per la ricchezza dei personaggi, l’ampiezza della struttura e la vivezza della rappresentazione. Adattamento cinematografico [modifica] attualmente in fase di post produzione il film ispirato al romanzo "I Viceré", per la regia di Roberto Faenza, pratagonista Alessandro Preziosi nel ruolo di Consalvo, Lando Buzzanca nel ruolo del Principe Giacomo, Lucia Bosè nel ruolo di Donna Ferdinanda e Cristiana Capotondi, nel ruolo di Teresa. Il film avrà inoltre una seconda versione: a quella cinematografica, che uscirà nelle sale il 9 novembre 2007, seguirà un’edizione più lunga in due puntate destinata alla prima serata sulle reti pubbliche.