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 2007  ottobre 31 Mercoledì calendario

Ci deve essere stata sino ad ora un po´ di confusione tra I Vicerè romanzo 1894, e I Vicerè film 2007, «liberamente ispirato» al libro: e infatti c´è chi si è lasciato trascinare dalla fama sulfurea del primo, messo al bando per decenni a causa della sua grandiosa dissacrazione della famiglia, del clero, del ceto politico agli albori dell´Italia unita, per attribuire al secondo la stessa pericolosità e addirittura la possibilità di provocare nell´Italia confusa e delusa di oggi paragoni funesti, polemiche furibonde, sanguigna indignazione, avvilenti censure

Ci deve essere stata sino ad ora un po´ di confusione tra I Vicerè romanzo 1894, e I Vicerè film 2007, «liberamente ispirato» al libro: e infatti c´è chi si è lasciato trascinare dalla fama sulfurea del primo, messo al bando per decenni a causa della sua grandiosa dissacrazione della famiglia, del clero, del ceto politico agli albori dell´Italia unita, per attribuire al secondo la stessa pericolosità e addirittura la possibilità di provocare nell´Italia confusa e delusa di oggi paragoni funesti, polemiche furibonde, sanguigna indignazione, avvilenti censure. Può darsi che succeda, per abitudine all´inerzia e all´adeguamento alle banalità, o tanto per non restar fuori dal tradizionale chiacchiericcio soprattutto politico-etico. Però dopo aver finalmente visto il film già discusso alla cieca, si può dire, in tutta tranquillità, che non c´è da scandalizzarsi né da immaginare che sia stato respinto perché troppo sovversivo, da manifestazioni varie. Infatti il regista Roberto Faenza non è l´autore Federico De Roberto. Il romanzo racconta in modo dissacrante sino al disprezzo la storia di un´aristocratica e superba famiglia siciliana, gli Uzeda, unita dal reciproco odio, dalla sopraffazione, dall´avidità del denaro e della «roba», che, da sempre abituata al trasformismo per mantenere il suo potere, sa adattarsi anche all´avvento della democrazia e del suffragio (quasi) universale, pur continuando a disprezzare il popolo, la «plebe», il cui voto però è prezioso e va conquistato con le lusinghe e le promesse. Il film racconta invece soprattutto una fastosa storia romantica e familiare: padre e figlio che si odiano, fratello e sorella che si vogliono bene, fratelli e sorelle che si detestano, mariti e mogli che si disprezzano, amori puri spezzati, amori illeciti nascosti: politica e politicanti solo alla fine, con i loro inganni e mascheramenti e furbizie. Il cinema ha sue esigenze e Faenza, regista di talento, sa che non si possono ignorare, neppure quando s´immagina di fare un film scomodo e foriero di benefico scandalo. Così compie un indispensabile e interessante tradimento rispetto al romanzo: per De Roberto, il protagonista Consalvo «incarna al peggio lo spirito dell´epoca: le sue qualità primarie sono il cinismo, l´opportunismo, il carrierismo, il trasformismo», scrive Margherita Ganeri studiosa dello scrittore, nella prefazione alla sceneggiatura pubblicata da Gremese. Il regista ne fa invece un eroe positivo, dandogli la faccia bella e telecelebre ("Elisa di Rivombrosa"!) di Alessandro Preziosi, che si oppone al padre crudele, che cerca di difendere la sorella dalla prepotenza paterna, che seduce una popolana però piange per il malfatto, che ama la mamma. Il trasformismo politico è repentino, alla fine, quando da erede di una famiglia borbonica, tradendo anche i famigliari già passati ai Savoia, riesce a farsi eleggere nell´alleanza di sinistra. Ancora oggi il romanzo (ripubblicato per l´uscita del film da e/o, 717 pagine) ha il potere di indignare, però storicamente, per quell´Italia di più di cent´anni fa che qualcuno si ostina a rimpiangere, con una serie di orrori spietatamente raccontati - la grande famiglia percorsa dall´odio, dove le donne sono destinate alla sottomissione e all´infelicità, il convento dei benedettini sporcaccioni, sfruttatori, ricchissimi, del tutto non credenti (nel film appena accennata), la stessa classe di potere che cambiando casacca continua a imperare, distruggendo ogni sogno risorgimentale. Il film invece scorre via con le sue belle immagini lussuose e gli spettatori, mitridatizzati dalle notizie che ci bombardano quotidianamente, di prediche etiche e zuffe politiche e scandali finanziari e trasformismi dichiarati, avranno tutto l´agio di fregarsene dei richiami funerei all´oggi. Anzi, gli ottimisti penseranno che siamo migliorati, che cent´anni fa eravamo peggio! Tanto da dire, come Consalvo: «No, la nostra razza non è degenerata, è sempre la stessa». O come il duca d´Oragua, senatore del Regno: «Ora che l´Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri». I Vicerè di De Roberto fu un fiasco editoriale quando fu pubblicato nel 1894, stroncato ancora nel 1939 da Croce, avversato dalla Chiesa sempre, riscoperto quando nel 1958 Tomasi di Lampedusa con un successo immenso pubblicò "Il gattopardo", storia che certamente si ispirava ai Vicerè, pur guardando con nostalgia al passato, mentre De Roberto ne testimoniava la mostruosità. I Vicerè di Faenza avrà critiche opposte e sarà quasi certamente un successo di pubblico, che apprezzerà un grande film corale, con qualche attore geniale, di cinema e teatro, soprattutto Lando Buzzanca, l´odioso, superstizioso, crudele principe Giacomo, Lucia Bosè, la zitellona borbonica zia Ferdinanda, Franco Branciaroli, il conte adultero Raimondo. Carina Cristiana Capotondi, una Teresa protagonista dell´unica scena commovente, quella della sua prima notte di nozze con il brutto nobile Michele (Jorge Calvo) che piange davanti a tanta immeritata grazia di dio. Azzardata la scena del ballo, restando unica per meraviglia nella storia del cinema quella del "Gattopardo" di Visconti.