Massimo Gaggi, Corriere della Sera 31/10/2007, 31 ottobre 2007
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Famiglie che, spaventate dalle dure norme anti-clandestini introdotte da molte contee, fanno fagotto e se ne tornano in Messico. Avvocati delle comunità ispaniche che preparano piani d’emergenza per assistere i figli dei lavoratori stranieri che resteranno senza custodia in caso di arresto improvviso dei loro genitori. E gli immigrati illegali – trattati spesso in Europa da manovalanza per il crimine organizzato – che nelle periferie violente delle grandi città Usa non sono i carnefici ma le vittime: il bersaglio ideale delle rapine delle bande di quartiere. «Ci considerano dei bancomat virtuali» si lamenta uno di loro durante una funzione religiosa in una chiesa del Bronx. «Sanno che abbiamo sempre addosso denaro contante perché non abbiamo né conti in banca né carte di credito e che non possiamo denunciare i reati commessi contro di noi perché rischieremmo l’espulsione». Con molta sfrontatezza i giovani che li derubano hanno soprannominato questo tipo di assalti «amigo shopping».
Negli Stati Uniti la grande macchina dell’assimilazione degli stranieri che vengono in America per rifarsi una vita, si è inceppata. Non è la prima volta che accade e, come nel casi precedenti – nell’Ottocento e all’inizio del Ventesimo secolo – all’origine della reazione contro i nuovi arrivati c’è il crescente disagio, anzi il vero e proprio risentimento di buona parte dell’opinione pubblica davanti ai problemi sociali creati dalle ultime ondate migratorie.
Oggi negli Usa vivono almeno 14 milioni di latinos clandestini, mentre la comunità ispanica – che ha da tempo superato quella nera come prima minoranza etnica del Paese – in alcune realtà locali sta diventando il primo gruppo in assoluto.
In passato le reazioni ai disagi provocati dalle migrazioni hanno innescato involuzioni pericolose. Ma le leggi sui diritti civili varate a metà degli anni ’60 sembravano aver «vaccinato» gli Usa, spingendoli definitivamente sulla strada della tolleranza.
Paese di immigrati per eccellenza, gli Stati Uniti vanno, in effetti, ammirati per come riescono a far convivere pacificamente genti delle etnie e delle religioni più diverse che vivono gomito a gomito.
Negli ultimi anni, però, l’arrivo di un esercito di clandestini ispanici ha messo in crisi questi equilibri. Il governo, sollecitato dalle imprese a far affluire manodopera a basso costo, non ha contrastato il fenomeno. Ora che ha tentato di affrontare il problema con una sanatoria e norme più severe sugli ingressi, l’esecutivo si è dovuto arrendere davanti alle divisioni che hanno paralizzato il Parlamento di Washington. Si è così messo in moto un processo molto pericoloso: approfittando dell’inerzia dei poteri centrali, molti Stati, contee, e città, hanno varato una miriade di misure che prendono di mira i clandestini.
Il guazzabuglio giuridico è inestricabile: gli Stati più tolleranti vorrebbero addirittura dare la patente ai clandestini, con l’obiettivo di ridurre il numero dei veicoli in circolazione guidati da persone senza documenti e senza assicurazione; Arizona, Colorado, Oklahoma, Georgia e alcune contee della Virginia e della Pennsylvania hanno invece adottato misure punitive che vanno dal taglio di ogni forma di assistenza utilizzabile dalle famiglie degli immigrati e finanziata coi soldi dei contribuenti, alla minaccia di ritirare la licenza ai datori di lavoro che assumono clandestini, fino all’arresto e al rimpatrio forzato dei lavoratori identificati come illegali.
Forse alcune delle norme più punitive non entreranno mai davvero in vigore – in California, ad esempio, il governatore Schwarzenegger ha dichiarato nulle le delibere di sei città che volevano imporre alle imprese di controllare documenti e permessi di tutti i loro dipendenti – ma i
latinos sono spaventati.
Non esistono statistiche, ma osservando le città e ascoltando le storie raccontate nelle scuole e nelle chiese che stanno perdendo alunni e fedeli, si comprende che, mentre lungo la costa atlantica e quella del Pacifico tutto è abbastanza tranquillo, negli Stati dell’interno – quelli etnicamente più omogenei che hanno vissuto come un trauma l’improvviso sbarco dei latinos – è iniziato un piccolo «controesodo»: le reazioni – ormai anche contro gli immigrati «regolari» – sono talmente aspre da spingere molte famiglie di ispanici a prendere le loro cose, caricarle su un Suv e tornare in Messico.
Quest’America che alza le barricate si guarda allo specchio e non si piace. Chi pensava che la nuova società multietnica fosse ormai consolidata e che stesse nascendo un «nuovo americano» senza nette connotazioni di razza – il prototipo è l’asso del golf Tiger Woods: padre che mescola geni neri, caucasici e degli indiani d’America, mentre la madre è una tailandese di origine cinesi – si ritrova all’improvviso a fare i conti con l’ipertrofia della comunità ispanica. Un gruppo più difficile degli altri da integrare sul piano della lingua e dei costumi sociali. Disorientati, gli americani si interrogano sulle scelte fatte da altri Paesi, da altri popoli: così i giornali si riempiono di articoli sulla vittoria dell’estrema destra xenofoba alle elezioni in Svizzera e perfino di analisi sul «fenomeno-Gentilini», come nel caso del reportage da Treviso pubblicato qualche giorno fa dal Los Angeles Times.
Molti considerano rassicurante il fatto che i latinos – a differenza degli immigrati musulmani in Europa – appartengano comunque, per cultura e religione, all’Occidente. Ma c’è sempre sullo sfondo il timore espresso tempo fa dallo storico Samuel Huntington in un saggio sull’identità americana: che l’immigrazione ispanica divenga il veicolo di una sorta di «riconquista demografica » degli Stati americani del Sud e dell’Ovest che l’Unione sottrasse con la forza al Messico nella prima metà dell’Ottocento.