Elio Pirari, La Stampa 30/10/2007, 30 ottobre 2007
ELIO PIRARI
ROMA
«Me vojono fa’ fuori ma non mollo». Non mollo, ma gli sherpa politici che hanno tessuto la trama per portare Cesare Lotito alla presidenza della Lazio non ci sono più, scomparsi. In ordine di tempo uno degli ultimi è Cesare Previti, che in vecchie intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta sugli Irriducibili, intercettazioni tornate ora d’attualità, si mostra imbestialito per il trattamento «ingiustificato e discriminatorio» subito dal figlio Umberto, portiere delle giovanili del club romano e nelle scorse settimane inserito misteriosamente nella lista Champions. Dove sono finiti gli sponsor di una volta, l’allegra band che un giorno si chiamò a raccolta per fare la guerra a Piero Tulli, attuale proprietario della Cisco Roma, l’uomo di Veltroni? Tre giorni fa Lotito ha annunciato il ritorno dei conti in attivo, non accadeva da sette anni. Il mese scorso a capo dell’ufficio stampa ha messo un «televisivo», Giacomo Mazzocchi. Ma dopo nove giornate di campionato il suo gradimento è a un punto di non ritorno.
Gli amici sono scomparsi. Francesco Storace, quando «Mani di forbice» acquista la Lazio per 26 milioni è il governatore della Regione Lazio, anche se lui, Lotito, sostiene che «i mejo affari» li avrebbe fatti quando nella sede di via Cristoforo Colombo c’era Badaloni. Cesare Previti, ex parlamentare, uno degli avvocati di Berlusconi, in quel periodo è un big del Palazzo, anche Storace è un big, influente ma anche cliente. Nel senso che quando Lotito rileva e salva il club abbandonato in stato precomatoso da Sergio Cragnotti (75 milioni di debito da pagare in tre rate all’erario), nei confronti della Regione Lotito vanta crediti collegati agli appalti della Asl di Torvergata per 18,2 milioni. Crediti che si trasformeranno in fideiussioni.
Storace gli affianca due angeli custodi, Emilio Vincenti, titolare di un’impresa di lavoro interinale (Tim Service), e Mario Masini, deputato di An, «cavallaro» in doppiopetto, proprietario di alcune scuderie a Capannelle. Insieme alla destra istituzionale, all’ombra del «grande citatore» si muovono gli Irriducibili, serbatoio di voti per la destra, gruppo storico della tifoseria biancoceleste sulle cui connotazioni politiche la Digos non ha mai nutrito dubbi. Punti di riferimento culturali, Evola, Freda, Splenger. E le derive, anch’esse fascistoidi della Nord, curva sempre più affollata di teste rase, fasci littori e copricapo con lo stemma della divisione belga della compagnia SS «Charlemagne». Gli Irriducibili vantano appoggi politici, misurano il potere attraverso gerarchie forti e una egemonia indiscutibile. Paolo Arcivieri, ideologo del gruppo, attualmente agli arresti domiciliari insieme a Fabrizio Toffolo, Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, e Yuri Alviti, è un uomo di Alessandra Mussolini. Ma quando Lotito chiude i rubinetti (i diritti sul merchandising, che tradotto significa due catene di negozi, Original fans e Nord 12), la pace fragile con i capi della curva salta. Gli attacchi al presidente si moltiplicano attraverso le frequenze di Radio 6 e Porta San Sebastiano, il Buen Ritiro sull’Appia Antica dove Lotito custodisce il plastico del suo progetto più ambizioso, il leggendario Stadio delle Aquile, diventa Fort Apache.
In Lega le cose non vanno meglio, Lotito vede solo ombre, a Roma, al Coni, in Campidoglio. Tra i quadri allora infila un dirigente della Digos, con il quale il 26 marzo del 2006 si intrattiene a lungo al telefono: «Giannini, se rende conto de come sto messo, la moje de ’na persona istituzionale manda messaggini e all’improvviso la curva attacca come ’na cosa, è ’na cosa scandalosa, tutta la feccia stava in tribuna autorità con i biglietti dati dal Coni, c’era Di Capua, eh, ho visto Wilson, eh, co’, ehhh, quer Chinaglia, Di Cosimo, tutta, tutta ’sta gentaglia. Er Coni perché dà i biglietti a ’sta gente, perché non vogliono farmi fare lo stadio». I toni salgono: «Io faccio ’na festa a casa mia, no.., do la facoltà ar Coni, a questi pezzi di merda der Coni di avere un certo numero di biglietti perché mi stanno ricattando». Un’ariaccia, Lotito lo sa e rilancia: «Previti?, Coletta?, Mbè?, cose vecchie. E’ in atto un tentativo di estorsione indiretta, una campagna diffamatoria senza precedenti, lo scopo è di indurmi a lasciare, ma io non me ne vado».
Giulio Coletta, Cesare Previti dice che lei è un generale da operetta.
«Il parere di quel signore non mi interessa, un uomo con i suoi trascorsi dovrebbe avere il pudore di stare zitto, io sono una persona onesta, trasparente, un ex generale dei bersaglieri, non do peso al signor Previti».
Previti dice che lei avrebbe discriminato il figlio Umberto.
«Invenzioni. Ho sempre mandato in campo quelli bravi. Posso sbagliare, ma resta il fatto che Iannarilli, l’attuale numero uno della Primavera, era uno di quelli che a mio parere meritava».
Umberto Previti è inserito nella lista di Champions, dunque dovrebbe essere un buon portiere.
«Umberto è sicuramente un ragazzo educato e bravo, ha un bel fisico ma tecnicamente deve maturare. E da qui a dire che è un bravo portiere ne passa. E poi, scusi. Io di questi genitori che si fanno in quattro per rimuovere qualche loro frustrazione ne ho le tasche piene. Io i raccomandati non li sopporto più, in campo e fuori dal campo, non li sopporto più questi metodi beceri, medievali. Il nostro povero Paese non cambierà mai. Alzando la cornetta del telefono l’onorevole Previti non ha reso un gran servizio a suo figlio, la mia opinione è questa».
Lotito all’onorevole aveva annunciato le sue dimissioni.
«E le risulta che me ne sia andato? Io faccio il mio lavoro onestamente. Il presidente è una persona corretta. Ma cosa ci sarà dietro tutte queste intercettazioni?».
Lei cosa dice?
«Dico che una nuova guerra è alle porte. Sembra un Vietnam. Ma il presidente lo conosco, non lo spostano neanche con le cannonate». /
ROMA
«Ciao Cla’, so’ Cesare», «Cesare chi?», «Previti, no?». La fine del mondo è il maligno che un paio di mesi fa decide di interessarsi ai casi-Carrizo, Peruzzi, Siviglia, Rossi e Previti. Quest’ultimo è una bobina a metà strada tra una coda alla vaccinara e una fiaba greve, una intercettazione telefonica che da poche ore naviga sul web nella versione audio. Al centro c’è Previti Umberto, figlio dell’ex deputato Cesare. Portiere 18enne, fino allo scorso anno titolare degli allievi regionali, oggi misteriosamente iscritto come terzo portiere nelle liste di Champions, Previti junior nell’Urbe non conta molti fan: «’Na pippa nera», dice una voce impietosa vicina al settore giovanile di Formello.
Il resoconto delle quattro telefonate intercorse tra Lotito e l’ex deputato è il catalogo ragionato di un ultrà, votato alla causa, ma distrutto dal dolore: «Sono laziale come patto d’onore con Dio e nelle tue giovanili giocano i figli di papà».
Dalle parole di Cesare Previti emerge l’anomalia-Lazio, la patologica inclinazione all’autarchia di Lotito, l’uomo dei tabula rasa: «Succedono cose da basso impero», si inferocisce Previti, «Con quel generale da operetta (l’ex generale dei bersaglieri Giulio Coletta), che non capisce un cazzo di calcio», Lotito: «Mah…», Previti: «Un povero deficiente che la Lazio gli dà quattro soldi per farlo campare, tutto questo perché hai messo a rappresentare la gloriosa maglia biancoceleste gente da quattro soldi, ma io questo non te lo consento». Lotito coraggiosamente asseconda l’onorevole: «Ho già dato disposizione ieri sera, dal 15 maggio cambierò il settore giovanile, è da rifondare», e per chiarire a se stesso che non sta scherzando chiama il ds Walter Sabatini. Decisioni tardive. Che non incantano Previti, ferito nell’orgoglio paterno: «Mio figlio viene mortificato da un anno. E io me so’ rotto er cazzo». Lotito allora ne dice due al famigerato ex bersagliere Coletta e rassicura il deputato di Forza Italia: «Tuo figlio lo fanno giocare nei play off». Ma Previti vuole stravincere: «Privilegiano uno che non c’ha la testa per il calcio e discriminano Umberto. Che con il suo riverito culo continua a scaldare la panchina. Ma guarda che io faccio un casino, faccio una conferenza stampa», Lotito: «Se ti riferisci a Nanni, il problema è che me l’hanno imposto in nome della lazialità. Tutte ’ste cazzate, e questi sono i risultati, non posso cacciarlo via subito, tu hai esperienza, sai come si fanno le cose». L’onorevole lo sa, e sa anche di aver dato una ripassata a Lotito. Ma uno sfogo finale aiuta. E lo sfogo finale è da tragedia classica: «E cazzo…, tutto questo perché mi’ fijo se chiama Previti?». /
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