Maurizio Molinari, La Stampa 30/10/2007, 30 ottobre 2007
Non il burbero re degli intrighi di Washington, obbligato ad abbandonare la Casa Bianca, ma un moderno Machiavelli al quale l’America deve due dei risultati più importanti del Novecento: l’uscita dal Vietnam e l’apertura alla Cina
Non il burbero re degli intrighi di Washington, obbligato ad abbandonare la Casa Bianca, ma un moderno Machiavelli al quale l’America deve due dei risultati più importanti del Novecento: l’uscita dal Vietnam e l’apertura alla Cina. A rivalutare Richard Nixon è Conrad Black, l’editore canadese autore, per i tipi di Public Affairs, di una monumentale biografia di 1.152 pagine il cui dichiarato scopo è di presentare il presidente del Watergate sotto una luce talmente nuova da sfiorare la provocazione: «Fu il più grande leader americano dei tempi recenti, secondo solo a Franklyn D. Roosevelt, John F. Kennedy e Ronald Reagan ed eguagliato esclusivamente da Clinton». Per comprendere l’impatto di Nixon negli Stati Uniti è sufficiente passeggiare di fronte al Bernard Jacobs theatre di Times Square, dove centinaia di persone fanno ogni giorno la fila per assistere allo show Frost/Nixon che ripropone l’immagine peggiore del responsabile del Watergate, così come emerse dall’intervista che concesse al giornalista David Frost nel 1977. Lo show di Broadway è lo specchio di una nazione che continua a considerare Nixon come il peggiore presidente del Novecento, ma Black, pagina dopo pagina, vuole smontare questa tesi. Black inizia dall’adolescenza del piccolo Richard che, fedele all’etica quacchera, «non si comportò mai male in presenza degli adulti». Nixon aveva un carattere apparentemente schivo ma in realtà molto determinato, frutto di un’intelligenza raffinata che la vita politica avrebbe esaltato. Come avvenne alla convention repubblicana di Chicago del ”52, quando riuscì a far emergere come vincitore Eisenhower tradendo Earl Warren, al quale sarebbe dovuto invece restare fedele in ragione del fatto che entrambi venivano dalla California. L’elezione di Dwight Eisenhower alla Casa Bianca fu, per Black, uno dei tanti «sporchi trucchi» grazie ai quali Nixon aiutò l’America ad attraversare con successo la Guerra Fredda. Un risultato ottenuto grazie allo «zelo che impegnò nell’ottenere il disimpegno dal conflitto in Vietnam» e dall’intuito da grande statista che ebbe nell’aprire le relazioni con la Cina di Mao. Black ricorda che spesso Nixon indicava in Henry Kissinger il proprio Machiavelli, ma, in realtà, era lui il vero artefice di miracoli politici e diplomatici che non sarebbero stati possibili senza gli «sporchi trucchi» che lo resero inviso a molti. L’autore rimprovera a Nixon solo l’errore di aver sostenuto il senatore Joseph McCarthy nella «ridicola» caccia ai comunisti che ebbe luogo in America dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre riguardo al Watergate il giudizio va ben oltre l’assoluzione perché «avrebbe potuto tirarsi fuori dallo scandalo in numerose occasioni, ma non volle farlo per andare incontro alla proprie responsabilità fino alla fine». Insomma, se era stato un eccesso di machiavellismo a trascinarlo nello scandalo, Nixon decise di fare i conti con i propri errori con un coraggio e un’onestà che non ebbero quei media ai quali Black rimprovera «eccessi» che non ripeterono poi anni più avanti quando uno scandalo come il Whitewater colpì Bill e Hillary Clinton nei primi anni di presidenza. L’eroe negativo della biografia è invece Kissinger, un segretario di Stato «egoista e assorbito in se stesso», impegnato costantemente in «gossip maligni», tanto leale quanto cinico, che ruppe con il presidente proprio sulla scelta che quest’ultimo fece di pagare il prezzo del Watergate. Arrivati all’ultima pagina ci si accorge che Black non sostiene la totale assoluzione di Nixon perché ne descrive con dovizia di dettagli il carattere irascibile, l’intolleranza verso il prossimo, gli errori che diedero origine al Watergate e l’elezione nel ”68, possibile solo dopo la morte di Kennedy e il crollo di popolarità di Johnson. L’intento non è negare tutto questo ma rileggerlo alla luce dei meriti politici di «uno fra i più grandi statisti» che una volta abbandonata la Casa Bianca scelse di dedicare gli ultimi anni a una serie di viaggi all’estero per rafforzare i risultati politici acquisiti per gli Stati Uniti. Nella parabola di Nixon come grande leader incompreso è difficile non leggere in controluce quanto sta avvenendo allo stesso Conrad Black, già titolare di uno maggiori imperi editoriali anglosassoni ma, in luglio, riconosciuto colpevole dal tribunale di Chicago di 13 capi d’accusa per frode e in attesa di conoscere, il 30 novembre prossimo, l’entità di una pena che potrebbe arrivare fino a 35 anni di detenzione.