Articoli vari, 30 ottobre 2007
TERZO GRUPPO DI ARTICOLI SUGLI ATTACCHI DELLE LOCUSTE A GENERALI
LA STAMPA 30/10/2007
MILANO La febbre Generali cala in Borsa, ma solo in Borsa. Ieri, mentre il titolo subiva una battuta d’arresto (-0,96% a 33,11 euro dopo un rialzo della scorsa settimana di quasi il 10%) il presidente della compagnia ha incontrato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi - che formalmente lo avrebbe ricevuto in quanto vicepresidente di Intesa-Sanpaolo - e il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Stretto riserbo da parte delle fonti istituzionali sul tema dei colloqui, ma è ovvio pensare che Bernheim abbia parlato dell’attacco cui - a suo parere - sono sottoposte le Generali dall’iniziativa del fondo Algebris.
Proprio il fondo Algebris, dopo aver mandato martedì una lettera alle Generali in cui chiedeva modifiche alla governance, pare adesso soppesare le conseguenze «politiche» della sua mossa, che tocca i nervi scoperti del sistema assicurativo e creditizio italiano. Mentre rimbalzano le voci di possibili mandanti e fiancheggiatori dell’azione dell’hedge fund, lo stesso Algebris si affida così a un comunicato ufficiale per definire queste voci «senza fondamento». Algebris dice ancora che «intende incoraggiare altri azionisti di Generali a una condivisione unilaterale e libera del proprio punto di vista, ma non ha stipulato accordo alcuno con altri soggetti avente ad oggetto l’iniziativa intrapresa, l’esercizio del diritto di voto o di altri diritti connessi alle azioni Generali o obblighi di preventiva consultazione per l’esercizio di tutti i diritti spettanti agli azionisti della società». Una mossa, quella del fondo inglese, dettata dall’esigenza di spazzare il campo da sospetti che potrebbero giustificare un intervento della Consob, magari in cerca di un’azione di concerto non dichiarata. Allo stesso tempo, però, l’hedge fund ha avviato ieri una serie di contatti con investitori istituzionali per avere le loro reazioni all’iniziativa della lettera spedita ai vertici delle Generali e per chiedere a chi fosse interessato a ulteriori sviluppi di mettersi in contatto con lo stesso Algebris.
In attesa del consiglio di Trieste per i dati trimestrali che si terrà domani - mentre ieri le Generali hanno annunciato la conclusione del buy-back da 1,5 miliardi - continuano le prese di posizione di esponenti del mondo finanziario collegati a vario titolo con la compagnia. Dal presidente di Intesa-Sanpaolo Giovanni Bazoli - che con Generali ha una partecipazione incrociata - arriva una reazione di sostanziale indifferenza verso le sorti del vertice di Trieste: «Noi siamo spettatori di quello che sta avvenendo su Generali», anche se «spettatori interessati». E proprio i rapporti stretti tra la sua banca e Trieste «ci portano a desiderare una sola cosa: che le Generali rimangano indipendenti e che acquistino sempre maggiore forza». Assai più decisa la reazione del vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona contro Algebris. «Non è possibile assistere agli attacchi di questi hedge fund che cercano di disarticolare questa struttura. una questione di regole. Il mercato lo vogliamo rispettare tutti ma quando ci sono delle organizzazioni finanziarie che hanno 180 anni di vita e che vengono messe sotto attacco per ragioni speculative io mi preoccupo» ha dichiarato. E il consigliere delegato di Mediobanca Alberto Nagel rivendica il ruolo di piazzetta Cuccia come principale azionista di Trieste: «In Generali abbiamo sostenuto sforzi importanti nel sostenere miglioramenti, anche nella governance. Siamo aperti a confronti, tenendo conto di quanto è già stato fatto e delle caratteristiche della singola società»./
LA STAMPA 31/10/2007
FRANCESCO MANACORDA
«Non è mia intenzione dimettermi dalla presidenza delle Generali». Nei colloqui chiesti, ottenuti e preannunciati con i massimi vertici istituzionali dell’economia italiana Antoine Bernheim è stato esplicito come sempre, più di sempre. Una franchezza che da una parte rispecchia il carattere dell’ottantatreenne ex-banchiere di Lazard che guida il Leone, dall’altra è giustificata da circostanze che lo stesso Bernheim avverte come straordinarie e che rischiano - ha detto ai suoi interlocutori - di mettere a rischio la stabilità della compagnia.
Il fatto è che nessuno tra i soci ha chiesto le sue dimissioni e nessuno probabilmente le chiederà. Ma al tempo stesso in piazzetta Cuccia e dintorni il dopo Bernheim - e forse non solo quello - sta già cominciando. Gli interrogativi, allora, restano due. Se, come appare adesso probabile, Bernheim fosse destinato a lasciare, dovrebbero lasciare assieme a lui anche i due amministratori delegati Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot che dal 2002 guidano con il presidente la compagnia? E chi potrebbe salire al vertice di Trieste al posto di Bernheim? L’identikit recita: figura di prestigio, capace di occupare un ruolo istituzionale, in grado di ottenere il consenso più ampio possibile. Ma finora sopra quell’identikit non è stata messa alcuna fotografia e quelle che circolano già rischiano di scolorirsi causa sovraesposizione.
Così in queste ore il presidente, ferito dalla lettera di Algebris, ma anche da alcune difese del suo operato che considera perlomeno tiepide, si sta muovendo molto e molto rapidamente perché non si fida di chi ha attorno. Il continuo rimbalzare delle voci secondo cui potrebbe presentarsi dimissionario all’assemblea di bilancio di fine aprile 2008 - appena un anno dopo la sua riconferma - sta ottenendo un effetto di logoramento sull’uomo, che ha sempre vivo nella memoria il trauma del suo primo allontanamento dalle Generali nel 1999. E del resto già negli scorsi mesi Bernheim ha confidato in conversazioni private di non essere del tutto soddisfatto del nuovo cda Generali, eletto lo scorso aprile. In particolare, diffiderebbe dell’attuale amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, che molte voci - regolarmente smentite - vorrebbero proprio come prossimo candidato alla testa delle Generali, ma temerebbe anche Lorenzo Pelliccioli, che nel cda di Trieste rappresenta il gruppo De Agostini, azionista interessato alle performance più che agli equilibri di potere nel Leone.
Certo, Bernheim può contare sugli alleati di sempre, quei francesi capitanati da Vincent Bolloré e Tarak Ben Ammar che siedono in Mediobanca. Ma anche qui occorre guardare a qualche mutamento significativo. Se fino all’altro giorno dai soci francesi erano sempre arrivate dichiarazioni esplicite a sostegno di Bernheim, sabato scorso - a margine dell’assemblea Mediobanca - Bolloré si è limitato a dire che quello di Generali è un «grande ”affaire” italiano», come a segnare l’improvvisa riscoperta di acque territoriali finanziarie dentro le quali i transalpini non possono o non vogliono navigare. Consapevolezza vera o mossa tattica che permette all’alleato Cesare Geronzi di giocare appieno il ruolo di difensore dell’italianità? La seconda ipotesi appare più probabile. Ma in ogni caso se la partita diventa italiana la scelta di un nuovo vertice per Generali sarà obbligatoriamente una scelta di mediazione, che Geronzi, da presidente Mediobanca, vorrà condividere il più possibile con Intesa-Sanpaolo e con Unicredit. I tempi? L’ideale, per chi voleva cambiare, sarebbe stata proprio l’assemblea di aprile, quando il cda sarebbe arrivato al traguardo di un anno.
Adesso il petardo lanciato da Algebris nel cortile di Generali rischia di avere effetti più deflagranti e potrebbe portare qualcuno a chiedere cambiamenti rapidi. Ma nessuno dei tessitori del potere finanziario può permettersi che a dettare l’agenda delle novità a Trieste sia un hedge fund con in mano una manciata di titoli.
CORRIERE DELLA SERA, 1/11/2007
FEDERICO FUBINI
MILANO - La cornetta del telefono resta rovesciata sul tavolo con la Consob in silenzio all’altro capo. L’avvocato in prima fila si tiene pronto a intervenire non appena una parola rischi di suonare ambigua.
Nessuno lo dice, ma il debutto pubblico di Algebris in Italia ricorda a tutti che questa è la terra dei furbetti e dei concerti degli scalatori stonati. per questo che Davide Serra, con Eric Halet fondatore e gestore del fondo londinese entrato in Generali, insiste a marcare la sua differenza dai protagonisti dell’ultima stagione: «Siamo professionisti conosciuti in tutta Europa, investitori di lungo termine a Trieste. Sono choccato dalla dietrologia che si è creata sulla nostra posizione: il mercato reagisce perché chiedendo di cambiare lo status quo, abbiamo toccato un nervo sensibile».
Serra ha cancellato una lista di incontri in India per spiegare a Milano un investimento lanciato fra giugno e luglio (0,3% del Leone, più opzioni per salire all’1), seguito da una lettera di critiche alla gestione studiata per mesi e poi inviata a fine ottobre ai vertici del gruppo. Ma ci tiene a spiegarsi, a maggior ragione, perché Algebris proprio ieri ha fatto sapere (su richiesta Consob) che ha opzioni per lo 0,18% di Mediobanca. Subito ieri il titolo di Piazzetta Cuccia si è impennato fino a chiudere a più 2,8%, un po’ come la scorsa settimana Generali era salita con volumi ai massimi di sempre. Ma Serra tiene distinte le due posizioni: «Non sono correlate. Ci siamo mossi su Mediobanca durante la crisi d’agosto, convinti che avesse grandi margini al rialzo: ha ottimi manager e il sistema duale al vertice ci rilassa».
in quella fase che Algebris ha anche avvertito i suoi investitori che avrebbe alzato i vincoli sulla concentrazione delle posizioni nel suo fondo: sugli azionari dal 20% al 40% del capitale in gestione, sulle vendite allo scoperto dal 10 al 20, sui fondi chiusi dal 5 a 10%. Una mossa per sfruttare i «saldi», ma forse anche per poter salire all’1% di Generali se Algebris restasse con gli attuali due miliardi di dollari.
Intanto, Serra difendere i suoi argomenti. Ripete le critiche sui compensi dei manager o sui potenziali conflitti d’interesse con Mediobanca: «Aspettiamo una risposta nel board, prima di prendere iniziative in assemblea». Punzecchia il presidente del Leone Antoine Bernheim: «L’italianità non può essere una scusa. E, da cittadino, vorrei vedere la reazione in Francia se un presidente italiano di Axa difendesse la "francesità" parlando in italiano al board».
Serra elogia Alessandro Profumo di Unicredit come esempio di «innovatore », insiste che non cerca lo scontro. Ma sa che sarà da solo quando dovrà passare la prova delle prossime settimane: parlare con tutti gli azionisti di Generali, «inclusi i rappresentanti di Bankitalia ». Per ora, lui si limita a citare Mario Draghi: i passaggi in cui il governatore critica i «manager autoreferenziali» e l’inanità delle difese nazionali per le imprese che «non perseguono costantemente l’aumento del valore».