Christine Legrand, La Stampa 30/10/2007, 30 ottobre 2007
ROSARIO
Arrivano alle 14 precise, attraversano i campi con passi lenti. Come delle scolarette educate si mettono in fila accanto a macchine high-tech che permettono ai gauchos di mungerle, due volte al giorno, in pochi minuti. Una delle centinaia di vacche bianche pezzate di nero porta all’orecchio una etichetta con il nome del padre: Eddie, un toro americano acquistato a peso d’oro un anno fa da Guillermo Veneranda. Questo veterinario, gioviale, sulla quarantina, è fiero di far visitare la proprietà agricola dove lavora da cinque anni, dopo essere rimasto disoccupato per parecchi mesi durante la drammatica crisi economica del 2002.
A 400 chilometri a Nord Ovest di Buenos Aires, nel cuore della provincia di Santa Fe, l’estancia di La Merced è una delle aziende modello che testimoniano la prosperità del mondo agricolo, principale motore della ripresa. «Produciamo 60 mila litri di latte al giorno, l’industria casearia, con l’aumento dei prezzi sui mercati internazionali rende quasi come la soia», spiega il Veneranda.
A pochi chilometri dall’estancia, nel territorio della comune di Clason, la fabbrica della Santa Sylvina, attaccata ai terreni della Merced, assicura la produzione di latte in polvere destinato al mercato locale e all’esportazione verso il Brasile ma anche l’Algeria e l’Iraq. Con i suoi macchinari ultramoderni, lo stabilimento fabbrica anche mangimi per animali, soprattutto a base di soia, «di cui la domanda non smette di crescere, specie in Asia».
L’Argentina è il primo esportatore mondiale di olio e di farina di soia. Attraversando le terre consacrate all’allevamento di bovini al volante del suo fuoristrada il veterinario mostra con l’indice i campi di soia che si estendono a perdita d’occhio. Il boom della soia a partire dal 2002, più la svalutazione selvaggia del peso, ha messo a soqquadro la vita nella regione più fertile dell’Argentina. Dalle province vicine sono arrivati in massa nuovi lavoratori: c’è lavoro nei campi e nelle fabbriche agroalimentari.
La febbre della soia ha fatto rinascere una campagna agonizzante dagli Anni Novanta, devastata dalla parità peso-dollaro, che penalizzava le esportazioni. In quel tempo una mietitrebbiatrice costava meno negli Stati Uniti che sul posto, per non parlare del resto. Oggi con il peso svalutato e l’aumento del valore dei prodotti agricoli, la soia è diventata l’oro verde dell’Argentina.
La soia transgenica rappresenta il 90 per cento di tutta la produzione. Le organizzazioni non governative mettono in guardia contro una monocultura che erode i suoli e contro l’uso massiccio di pesticidi altamente inquinanti. La soia è la coltivazione principale del Paese e occupa più della metà dei terreni agricoli: 15 milioni di ettari (metà della superficie dell’Italia) contro i 6 milioni di dieci anni fa. «Il raccolto ha raggiunto quest’anno 45 milioni di tonnellate e potrebbe arrivare a 60 milioni in pochi anni», si entusiasma l’economista Rogelio Ponton. E ricorda che la Cina è il primo cliente della soia argentina. Un cliente famelico e affidabile, sottintende.
«Ma il bello arriverà con i biocarburanti», aggiunge Jorge Weskcamp, presidente della Borsa di Rosario, città più importante della provincia di Santa Fe e porto sull’immenso fiume Paraná, che è navigabile da navi oceaniche per un lungo tratto del suo corso e da dove partono quasi tutte le esportazioni agricole. La provincia è anche il più grande produttore di oli vegetali al mondo, 150 mila tonnellate all’anno, e assicura da sola il 21 per cento delle esportazioni argentine.
All’inizio del XX secolo, l’Argentina era il granaio del mondo e il grano ne aveva fatto un Paese ricco, con un reddito a livello degli Stati più sviluppati del tempo. Oggi, dopo una lunga crisi, è tornata a essere l’ottavo produttore mondiale di alimenti. I raccolti di cereali sono a livelli record: 95 milioni di tonnellate nel 2007. Con l’aumento dei prezzi di grano, mais, soia e girasole, ha fatto guadagnare al Paese 15 miliardi di dollari. Nel 2008, se le previsioni sui raccolti saranno mantenute, potrebbero diventare 20 miliardi.
Il modello agricolo competitivo attira gli investitori stranieri. Quasi il 90 per cento della esportazioni agroalimentari sono nelle mani di una dozzina di multinazionali, in maggioranza americane. I produttori tuttavia si lamentano delle tasse introdotte dal governo del peronista Nestor Kirchner, che ha appena lasciato la carica alla moglie Cristina: un’aliquota del 30 per cento.
«Ma è anche vero che nella congiuntura attuale gli agricoltori realizzano grossi guadagni», ammette il veterinario Veneranda. Il proprietario della Merced, Federico Boglione, discende da immigrati italiani, come la metà della popolazione argentina. Possiede tre altre estancias, che esportano latte, cereali, carne e tori destinati alla riproduzione. La tassa sulle esportazioni di cereali ha portato nelle casse dello Stato soltanto quest’anno quattro miliardi di dollari. Risorse che sono diventate indispensabili per il governo per finanziare i suoi piani sociali e gli investimenti strutturali di cui il Paese ha estremo bisogno. Il prossimo governo, guidato dalla trionfalmente eletta Cristina Kirchner, potrebbe essere tentato di aumentarle. Copyright Le Monde
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