Emiliano Guanella, La Stampa 30/10/2007, 30 ottobre 2007
Non voglio essere identificata né con Hillary Clinton, né con Evita Peron, né con nessun altro. Con Hillary abbiamo alcune cose in comune; entrambe siamo state senatrici, avvocati e consorti di presidenti, ma non molto di più
Non voglio essere identificata né con Hillary Clinton, né con Evita Peron, né con nessun altro. Con Hillary abbiamo alcune cose in comune; entrambe siamo state senatrici, avvocati e consorti di presidenti, ma non molto di più. Quindi né Evita, né Hillary, ma solo Cristina». Il suo primo discorso, dopo la trionfale elezione al primo turno, è tutto un programma. Colta, preparata, decisa e a tratti autoritaria, impulsiva, buona oratrice, fanatica del look. Cristina Elizabet Fernandez de Kirchner, prima presidente eletta dell’Argentina, non è la «moglie di» ma l’altra metà di una coppia privata e politica che dura da trent’anni e che ha messo a segno un colpo inedito nella storia sudamericana, il passaggio del potere, voto mediante, da marito a moglie. Della sua ossessione per il look si è scritto e detto di tutto. Il taglio di capelli che cambia ogni mese, il tailleur che non si ripete mai, il trucco marcato, i gioielli e gli accessori di grido. Lei stessa cita un brutto incidente automobilistico nel 1982, a Rio Gallegos, pochi giorni dopo la disastrosa avventura del regime nelle isole Malvinas - Falklands. Salva per miracolo, appena esce dalla sala del chirurgo chiede uno specchio. « ancora bella - la rassicura il dottore - non si preoccupi». «Mi piace truccarmi, come qualsiasi donna - ha detto alla giornalista Olga Wornatt per la biografia "Regina Cristina" - non sono cambiata da quando sto alla Casa Rosada. Avete mai sentito criticare un politico perché è abbronzato o ben vestito?». Immagine ma non solo. La prima foto scoperta dai media la ritrae giovanissima, pieni Anni Settanta, pantaloni e camicia a poi bianchi e rossi, capelli lunghi tirati indietro, in posa fuori dai cancelli dello zoo di La Plata, la città natale dove è cresciuta, ha fatto politica e conosciuto il marito Nestor. Classe 1953, la signora K si è formata negli anni più duri della storia argentina, con le fratture che seguono il ritorno in patria del generale Peron e l’avvento della dittatura militare. Nel suo primo discorso da presidente eletta, si è emozionata sentendo gli slogan della JP, la Gioventù Peronista. «Sapete che mi fate commuovere, per questo la cantate». Ma le lacrime, sul viso curato della Primera Dama, difficilmente arrivano. La lunga carriera politica inizia nel 1987 a Rio Gallegos, la fredda città in Patagonia scelta come rifugio all’epoca del regime. Il marito è eletto sindaco, lei diventa la segretaria legale del municipio e si fa conoscere per le sfuriate in ufficio quando qualcosa non funziona. La coppia diventa una cosa sola. Si consultano su tutto, decidono insieme i passi a seguire, si circondano di pochissimi collaboratori e quasi tutti di vecchia data. Nel 2003 il salto alla presidenza, i Kirchner si trasferiscono alla residenza ufficiale di Olivos. A Cristina all’inizio non piace, le manca l’appartamento alla Recoleta, vicino ai teatri e alle boutique e anche la nuova casa del Calafate, a due passi al Ghiacciaio Perito Moreno, una delle perle della Patagonia. Alla Casa Rosada, la Capa, come la chiamano i suoi, ha uffici e staff personale che usa durante la campagna elettorale, suscitando le ira dell’opposizione. Ora si prepara a fare un piccolo trasloco, uno scambio di stanze con il marito che continuerà ad occuparsi del governo e del grande gioco delle alleanze con sindacati e governatori provinciali. La «presidenta» ha già fatto capire che viaggerà molto perché il paese ha bisogno di nuovi investitori. Ma non dovrà trascurare il versante interno. Il suo governo, del resto, non sarà certo una passeggiata. «Cristina - affermava ieri il Guardian - è stata votata grazie al peso del governo sull’apparato elettorale, non ha presentato un programma politico, non ha idee precise su come risolvere i problemi futuri». E sono molti i problemi irrisolti. L’inflazione, che i dati ufficiali stimano intorno al 7% ma che secondo istituti privati supera il 20%. La rete energetica inadeguata. E poi la criminalità, la rete di trasporti insufficiente, i difficili equilibri con il partito peronista e i sindacati, che a marzo reclameranno forti aumenti salariali. E un dato nuovo, nella geografia politica argentina. La classe media delle grandi città - Buenos Aires, Cordoba e Rosario - ha votato per l’opposizione, e diventa già da oggi la grande spina del fianco della rinnovata coppia presidenziale argentina. Stampa Articolo