Federico Rampini, la Repubblica 30/10/2007, 30 ottobre 2007
PECHINO
Nella classifica delle top ten del capitalismo mondiale, le aziende dal più alto valore di Borsa, da ieri ci sono più società cinesi che americane. E´ un sorpasso clamoroso, impensabile fino a pochi anni fa. La Repubblica popolare dove sventola la bandiera rossa della rivoluzione e che ha appena celebrato il 17esimo congresso del partito comunista, iniziò a convertirsi all´economia di mercato meno di trent´anni fa. Ancora all´inizio di questo decennio nessuna azienda cinese poteva aspirare ad avvicinare la capitalizzazione di Borsa di giganti americani come la General Electric e la Microsoft. Ora la compagnia petrolifera PetroChina vale più di General Electric ed è lanciata all´inseguimento della Exxon (525 miliardi di dollari). Sia il gruppo telefonico China Mobile che l´istituto di credito Industrial & Commercial Bank of China (Icbc) superano il valore azionario di Microsoft, di Citigroup e della Bank of America. La compagnia assicurativa China Life (260 miliardi di dollari) pesa più della AT&T, di Procter & Gamble e di Electricité de France.
Con un indice azionario di Shanghai che è quasi triplicato dall´inizio di quest´anno, la Borsa della Repubblica popolare attrae una quota crescente dei risparmi privati, dall´immenso giacimento di ricchezza accumulato nelle famiglie cinesi: oltre 2.300 miliardi di dollari. Stufi dei magri rendimenti offerti dai libretti di risparmio, ben 50 milioni di risparmiatori hanno aperto dei conti-titoli per operare in Borsa. Sono loro il vero motore del boom delle quotazioni. In massima parte il denaro che affluisce sulle aziende quotate a Shanghai viene dal "parco buoi" degli investitori individuali, mentre per gli operatori stranieri resta molto più semplice acquistare azioni quotate a Hong Kong. Il mercato finanziario cinese non è totalmente liberalizzato, la moneta nazionale (renminbi o yuan) non gode della piena convertibilità. Questo rende ancora marginale il ruolo dei capitali stranieri. Ma la ricchezza delle famiglie è bastata a sospingere il capitalismo cinese verso il primato assoluto delle Borse. Nella top ten si sono piazzati cinque gruppi cinesi e solo tre americani. Se si allarga lo sguardo alle venti società con la massima capitalizzazione, vince sempre la Cina (otto aziende) seguita da Stati Uniti (sette), Unione europea (quattro) e Russia (una).
Le multinazionali cinesi pesano per il 41% del valore delle Top 20, le americane il 38%, tutto il resto del mondo deve accontentarsi del 21%. Vecchie potenze del capitalismo occidentale come Gran Bretagna e Francia fanno fatica a piazzare una o due società nel vertice dominato dagli asiatici. E la tendenza sembra destinata ad accentuarsi vista l´alluvione di nuovi collocamenti in Borsa che avvengono a Shanghai. Le azioni di PetroChina hanno moltiplicato il loro valore per 16 da quando furono quotate per la prima volta (a Hong Kong nel 2000) e il 5 novembre per la prima volta saranno offerte a Shanghai dove milioni di risparmiatori cinesi attendono con trepidazione il collocamento e si sono già "prenotati" per 330 miliardi di dollari. Un´analoga febbre delle sottoscrizioni si è verificata per il collocamento in Borsa di Alibaba. com, popolare sito per il commercio online fondato dall´imprenditore di Hangzhou Jack Ma.
La travolgente avanzata del capitalismo cinese trasforma i rapporti di forze sia all´intero che all´esterno del paese. A Pechino l´ultimo congresso del partito comunista ha visto l´aumento degli imprenditori miliardari eletti nel comitato centrale: sono ormai venti. Nel mondo un ennesimo segnale dei tempi che cambiano si è avuto con la storica decisione di Bear Stearns di aprire il proprio capitale alla banca cinese Citic: «l´equilibrio del potere si sposta» ha commentato il New York Times, di fronte al matrimonio cinese celebrato da una delle più antiche istituzioni dell´establishment finanziario di Wall Street. Per la Citic l´investimento è quasi modesto - un miliardo di dollari - in confronto al colpo messo a segno dalla sua concorrente Icbc che ha appena comprato il 20% della Standard Bank of South Africa per 5,6 miliardi di dollari in cash.
L´ascesa della potenza finanziaria cinese non è priva di rischi. Nel 1989 il Giappone si era conquistato una supremazia perfino più schiacciante - le sue società rappresentavano il 73% della capitalizzazione di tutte le Borse mondiali - poi la "bolla speculativa" di Tokyo si sgonfiò ed ebbe inizio una lunga depressione. Sulle prospettive della piazza di Shanghai gli operatori stranieri sono divisi. Jim Rogers, presidente della società d´investimenti Beeland Interests ed ex partner di George Soros, ha deciso di disinvestire dal dollaro per comprare yuan in vista di una rivalutazione - inevitabile secondo lui - della moneta cinese. Invece l´investitore Warren Buffett - che contende a Bill Gates la palma dell´uomo più ricco del mondo - ha appena venduto la sua quota di PetroChina e ha deciso di stare alla larga dal mercato asiatico: «Non compro quando vedo questo tipo di impennate dei prezzi».