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 2007  ottobre 30 Martedì calendario

Happening cimiteriale, horror per bambini, notte dei morti viventi. Halloween, il format festivo più diffuso di tutti i tempi

Happening cimiteriale, horror per bambini, notte dei morti viventi. Halloween, il format festivo più diffuso di tutti i tempi. Zucche dal volto umano e siti Internet, arcaiche simbologie agrarie e nuovi rituali metropolitani. Incrocio tra l´antica festa celtica del ritorno dei morti e la cristiana notte di Ognissanti. Per quanto si sforzi di apparire goliardico, mercantile, superficiale, questo sabba del villaggio globale non riesce a nascondere la sua vera e profondissima natura di veglia funebre. Il che, a dispetto di dolcetti e scherzetti, lo apparenta alla più antica e diffusa famiglia di rituali umani. Quelli che servono a stabilire rapporti di buon vicinato tra vivi e morti. Non esiste società che non ritualizzi solennemente il rapporto con la morte. Dal "primitivissimo" funerale delle bande di cacciatori di teste della selva amazzonica fino alle esequie mediatiche di Lady D. o di Luciano Pavarotti, gli uomini hanno inventato uno straordinario catalogo di elaborazioni culturali del dolore. Segni e simboli che socializzano il lutto, ne fanno un discorso pubblico e collettivo. Primo fra tutti il colore, che costituisce un esempio universale di espressione del cordoglio. A cominciare dal manto bruno della Mater dolorosa e delle nostre contadine, che ricorda quegli "scialli neri per Demetra" che la poesia occidentale, da Omero a Ezra Pound, ha trasformato in un mantra luttuoso. Ma anche il bianco delle civiltà dell´Estremo Oriente e l´ocra dei Mari del Sud. Tinte diverse per lo stesso dolore. Colpi di evidenziatore sui corpi e sulle anime dei sopravvissuti. Che spesso capovolgono in maniera vistosa i segni della vita. Chiudere a metà il portone di casa, inviare biglietti listati di nero, abbassare le saracinesche dei negozi, esporre bandiere a mezz´asta, suonare le campane con rintocchi mesti e lentissimi, spegnere i televisori, coprire gli specchi, interrompere bruscamente il lavoro, non cucinare. Sono altrettanti modi per partecipare l´evento. Espressioni obbligatorie dei sentimenti le chiama il grande antropologo francese Marcel Mauss, che trasformano la morte da fatto privato in dramma collettivo, da lutto familiare in perdita di tutta la società. E se nella nostra cultura queste messe in scena del cordoglio si fanno sempre più sobrie e composte, chiuse entro i confini invalicabili della privacy, in altre civiltà il teatro del lutto raggiunge forme estreme andando ben oltre i limiti della casa e della famiglia del defunto. I nomadi del Sahara e gli Aborigeni australiani abbandonano l´accampamento alla morte di un componente della tribù poiché temono il ritorno del suo spirito. E per non farsi inseguire cancellano accuratamente ogni traccia del proprio cammino. In certi casi perfino del proprio nome. Popoli di ogni parte del mondo - dai Samoiedi della Siberia agli Ainu del Giappone, dai Tinguiane delle Filippine ai Toda dell´India meridionale - non pronunciano mai più il nome del defunto perché temono che questi sentendosi evocato, possa tornare tra i vivi. Una specie di Halloween fuori programma e fuori controllo. E quelli che si chiamano con lo stesso nome si affrettano a cambiarlo con un altro, finché un nuovo lutto non li costringa a cambiarlo ancora una volta, e così all´infinito. Spesso c´è una vera e propria damnatio memoriae, una rimozione collettiva, perché oltre a non nominare lo scomparso, non si racconta più nulla che lo riguardi. I casi più estremi sono però quelli delle isole Nicobare, nel golfo del Bengala, e della Nuova Guinea, dove i nomi propri non esistono e le persone si chiamano come le cose. Qualcosa di simile ai Toro Seduto, Alce Nero, Nuvola Rossa degli indiani d´America. Animali, piante, fenomeni atmosferici muoiono con la persona che ne porta il nome. E così a ogni morte bisogna ribattezzare una parte di mondo creando parole nuove o prendendole a prestito da altre lingue. Si può dire che, essendo proibito nominare ciò che è passato, sia vietata la storia. O piuttosto essa ricomincia continuamente. Questi popoli vivono così in un eterno presente, un´insostenibile leggerezza quasi postmoderna, che contraddice in pieno lo stereotipo dei primitivi paralizzati dal peso della tradizione. Il che è più vero per noi che continuiamo a trasmettere il nome dei defunti conservandone la memoria. Tant´è che chiamiamo i figli come i nonni, che è un modo per richiamare i nostri padri, per farli rivivere nei discendenti. In questo senso prima gli anarco-socialisti Dinamo, Idea, Libero, e poi le tanto denigrate Deborah, Samantah, Jessica e Sue Ellen che hanno impazzato dagli anni Settanta, hanno avuto il grande merito di svecchiare il nostro catalogo genealogico. Tuttavia la paura del ritorno dei morti non appartiene solo alle società tradizionali o al nostro passato. Anche noi continuiamo a difenderci, a mantenere le distanze. Continuiamo a chiudere i trapassati in luoghi da cui è impossibile evadere. Lastre tombali pesantissime, cimiteri con mura altissime, cancelli invalicabili. E il nostro immaginario è fittamente popolato di zombie, vampiri, fantasmi, revenant, poltergeist e altri morti viventi. Spiriti nomadi, anime migranti che si cerca di esorcizzare assegnando loro un posto nel nostro ricordo, o nelle nostre fantasie. Uno spazio e un tempo in cui manifestarsi, ma solo in certi momenti dell´anno. Come avveniva nell´Italia contadina, quando la famiglia la sera del primo novembre banchettava in attesa del ritorno dei morti che la notte sarebbero passati a visitare i luoghi a loro cari. Per l´occasione si imbandiva una tavola ricca di cibi e dolci legati alla solennità. Come le fave dei morti - dolcetti di miele e mandorle - di area triveneta o i teschi di marzapane e le tibie di zucchero che si regalano ai bambini in Sicilia e in altre località del Mezzogiorno. E come avviene in questi giorni, quando i cari estinti tornano alla luce, sia pure sotto forma di zucche. La festa di Halloween, o Ognissanti che dir si voglia, nel suo intreccio tra cerimoniali pagani, dogmi cristiani e rituali consumistici, continua dunque a commemorare i morti, a stabilire con loro una distanza insieme ludica e affettuosa. Ovviamente lo fa a modo suo, nelle forme contaminate del presente, nel linguaggio della società dell´immagine. Nuovi miti e nuovi riti per quella che Foscolo chiamava corrispondenza d´amorosi sensi. JOHN LLOYD JOHN LLOYD Ricordare Halloween è come aprire sull´infanzia una porta che era stata chiusa (ma non a chiave). Per un ragazzino scozzese, era una festa importantissima perché - almeno in parte - si svolgeva come piaceva a noi bambini. Prevedeva una serie di rituali che erano soltanto nostri, ce n´era persino uno mediante il quale potevamo esprimere il nostro sprezzo verso gli adulti, in una forma consentita solo momentaneamente. I rituali facevano parte di una festa invernale, la vigilia del primo novembre. Noi bambini ci riunivamo da qualche parte - di solito a casa di quello che aveva i genitori più indulgenti - e portavamo con noi una zucca che la sera prima avevamo svuotato con l´aiuto di un coltello e alla quale avevamo intagliato occhi, naso e bocca, sistemandovi all´interno una candela, così che potesse brillare di una luce spettrale quando la portavamo con noi nel buio della notte. Nonostante gli anni trascorsi, ricordo ancora l´odore della zucca riscaldata dalla candela: un odore dolciastro e acre allo stesso tempo. Alla festa c´era una grande tinozza - di quelle che, fino agli anni Cinquanta, la gente usava come vasca da bagno - riempita d´acqua per metà e nella quale galleggiavano alcune mele. A turno "pescavamo", immergevamo, cioè, la testa nell´acqua tentando di afferrare le mele con i denti. Era difficile e ci bagnavamo parecchio, divertendoci immensamente. Leggo che oggi "pescare" è vietato perché, attraverso la saliva presente (in abbondanza!) nell´acqua, si possono trasmettere alcune malattie: adesso le mele vengono infilzate con delle forchette fatte calare dall´alto. Verso le otto di sera, nel freddo e nel buio dell´inizio dell´inverno scozzese, ci "camuffavamo". Ciò voleva dire che indossavamo costumi e maschere per travestirci, in modo che i nostri vicini non ci riconoscessero. Di solito, si trattava di vecchi abiti dei nostri genitori. Alcuni bambini si davano un gran daffare per essere davvero irriconoscibili: la maggior parte di noi, però, era meno attenta e, in un paesino in cui tutti si conoscevano, venivamo presto individuati; però gli adulti di solito erano gentili e non lo davano a vedere. Bussavamo alla porta e quando ci rispondevano dicevamo: "baiocchi (denaro) per le maschere!". Se i vicini erano entrati nello spirito della serata, ci chiedevano che cosa eravamo disposti a fare per ottenere quel denaro: e noi, allora, dovevamo avere pronto qualcosa. Una canzone, una poesia, una barzelletta, una danza. Qualcuno era piuttosto rigido e chiedeva a ciascuno di noi di fare la sua parte; qualcun altro, desideroso di essere lasciato in pace (la televisione cominciava già a conquistare spazio) ci dava qualche soldo, o una mela, o dei dolci, e ci lasciava andare. Se non ci aprivano la porta, o se erano sgarbati, gridavamo qualcosa di maleducato (niente di paragonabile agli standard di oggi) e scappavamo via: le regole della serata ci garantivano l´impunità. Potevamo essere crudeli. Dal momento che avevamo la vaga idea che Halloween avesse a che fare con i fantasmi (Tam O´Shanter, il grande poema del poeta scozzese Burn, è ambientato nella notte di Halloween e vi compare anche una danza di fantasmi in una chiesa diroccata), andavamo in cerca di luoghi che potessero spaventarci, come i cimiteri o i vicoli bui. A volte, a metterci paura erano delle persone, di solito anziane, considerate strane, cattive. Andavamo alla porta di quei vecchi innocui, bussavamo e poi scappavamo a perdifiato, e ciò poteva accadere anche più volte di seguito. Era una sera in cui potevamo prenderci delle libertà, una sera in cui avevamo ottenuto in anticipo l´autorizzazione a fare gli impertinenti, a organizzare le cose secondo i nostri desideri. Era da poco finita la guerra e gran parte della gente che conoscevo aveva poco denaro, lavorava molto, non faceva vacanze all´estero e non possedeva un´automobile. Ma tutte queste cose stavano per arrivare e le serate o i giorni di divertimento autorizzato, fino ad allora rari (e dunque preziosi), stavano diventando più frequenti. Quando, negli anni ”90, ho cercato di far fare a mio figlio la stessa esperienza, gli è piaciuta, ma non ci ha trovato niente di speciale, si trattava semplicemente di una serata divertente come tante altre. La nostra è stata anche una serata più innocua: invece di dar fastidio a vecchie signore, abbiamo guardato qualche film dell´orrore. Il termine Halloween viene da "All-Hallows Even" (la vigilia di Ognissanti): in origine, per i cristiani, era un giorno di digiuno. Tuttavia, come molte altre festività, ha dei precedenti pagani: sia nella cultura gaelica irlandese che in quella scozzese c´era una festa chiamata Samhain che celebrava l´arrivo dell´inverno. I Celti - e altri popoli europei, come i Catalani - credevano che in quella notte gli spiriti tornassero sulla terra a recare danno, così, per spaventarli, indossavano costumi e maschere. I Romani, invadendo il territorio dei Celti, adottarono questa festa e la chiamarono Feralia, dedicata alla dea Pomona, il cui simbolo era una mela, una possibile origine del gioco che facevamo. Non pensavamo consapevolmente a questa festa come a un modo per distinguerci dagli inglesi (anche gli irlandesi l´avevano), ma in effetti era diversa, proprio come il 31 dicembre, il Capodanno, era tipicamente scozzese. Ora non lo è più: via via che il divertimento è entrato sempre più a far parte della nostra vita, quello che un tempo era un modo particolare di festeggiare è diventato generalizzato e tutti lo adottano all´interno dei loro nuovi rituali (ricordo che provavo una sorta di sprezzante compassione verso i bambini inglesi trasferiti nel nostro villaggio, perché non sapevano cosa fare ad Halloween: con la crudeltà tipica dei bambini, non glielo dicevamo). Inevitabilmente, la festa di Halloween è diventata una merce. Negli Usa, dove i Puritani l´avevano vietata in quanto usanza pagana, oggi è l´occasione per organizzare bizzarre parate. Molte città, tra cui Anoka, nel Minnesota, e Salem, nel Massachusetts, si contendono il titolo di "capitale mondiale di Halloween" per via del loro passato collegato alle streghe (un passato sinistro, dato che quelle erano città in cui le streghe venivano bruciate: organizzare una parata rappresenta certamente un passo in avanti). Tuttavia, Halloween ha ancora il potere di far provare un brivido lungo la schiena a quelli ai quali, come me, ha reso più ricca l´infanzia. Un brivido piacevole, il ricordo di una paura che si dissolve rapida al calore della casa e della compagnia degli amici. (traduzione di Antonella Cesarini) UMBERTO GALIMBERTI Morti viventi che si aggirano per le contrade e vivi impauriti che si coprono il volto con maschere terrorizzanti per spaventare i morti e tenerli lontani. Questa è Halloween, una festa pagana diffusa tra le popolazioni del Nord Europa a partire dal 4.000 a. C., riconvertita dal cristianesimo nel 600 d. C. nella festa dei Santi, con particolare riferimento ai cristiani uccisi in nome della fede, seguita dalla festa in onore dei morti. Due culture che si scontrano e si sovrappongono. Due temporalità che si contaminano e, nella contaminazione, confliggono. Halloween non è il carnevale, festa della sovrabbondanza prima della penuria quaresimale, Halloween mette in scena il gioco della vita e della morte in un tripudio beffardo e grottesco, perché se la vita è uno stupido scherzo, possiamo berci sopra oltre ogni misura. Per questo la modernità, che ancora abita la cultura cristiana, senza però più credere alla propria salvezza, mette in scena lo spettacolo della morte deridendola con ogni sorta di scherno. Nulla della tragedia greca che si consegna al destino, per crudele che sia. Nulla della pietas romana che onora il defunto e lo propizia. Halloween guarda lo spegnersi autunnale della natura come metafora della condizione umana, e reagisce a questa tristezza mettendo in scena una gioia macabra. Il cristianesimo, con la sua fede nella sopravvivenza, depotenzia la morte a semplice transito: da questo cielo e da questa terra colmi di dolore a "nuovi cieli e nuove terre" (Isaia). E così l´uomo non ha la stessa sorte di tutti i viventi nati dalla terra e dalla terra riassorbiti. Il suo tempo non è quello "ciclico" della natura che, per perpetuare la sua vita, esige la morte di tutti i viventi che ha generato, secondo l´ordine del tempo. La promessa della salvezza conferisce alla vita umana un "senso" che non ha la cadenza del ciclo della natura, per cui la morte perde il suo tratto beffardo e tragico. Un´altra vita si annuncia dopo quella che appare una fine. Non così per il mondo pagano che, non avendo speranze ultraterrene, sa di non poter evitare la propria sorte mortale, di fronte alla quale, come dice Sartre: « la stessa cosa aver guidato popoli o essersi ubriacati in solitudine». Dal nulla venuto e al nulla destinato, il pagano, a differenza del cristiano, non chiede il senso della propria esistenza. Sapendosi evento della natura che, nella sua crudeltà innocente, conduce alla morte tutti coloro che ha generato, il pagano si affida a quella temporalità ciclica, propria della natura, che governa il nascere e il dissolversi di tutte le vite, secondo necessità. Una natura a un tempo generativa e distruttiva, copiosa di vita e di morte. Qui il paganesimo greco coglie l´essenza del tragico, dove l´innocenza della natura nel suo eccesso di vita e nella sua crudeltà confligge con la vita del singolo individuo che vuol durare. Dalla dimensione tragica il paganesimo greco fuoriesce non ipotizzando, come il cristiano, un mondo ultraterreno, ma percorrendo pazientemente le vie del sapere che consentono, come dice Ippocrate, di procrastinare la vita evitando almeno la morte evitabile. Non illudersi, quindi, affidandosi a cieche speranze, non rassegnarsi nella più tetra delle malinconie, ma conoscere per conservare la vita, onde evitare la morte che dovesse sopraggiungere per casualità o ignoranza. Non così il paganesimo nord-europeo che alla conoscenza ha preferito la rassegnazione, e ha reagito alla malinconia che l´accompagna col tripudio della festa notturna dei morti che ritornano per spaventare i vivi, e con i vivi che indossano teschi e cospargono il corpo di rigagnoli di sangue per esorcizzare nella finzione lo spettro della morte. In questa macabra festa, dove si sfida la morte col riso sarcastico di chi non può sfuggire a una sorte ineluttabile, si sospendono tutte le regole adottate per una buona conduzione della vita, si infrangono tutti i tabù, ci si concede a tutti gli eccessi, in quell´atmosfera pallida che il chiarore della luna concede, quasi a simulare il pallore della morte. Perché se il sole è vita, nella notte di Halloween, ciò che si celebra è il sole spento, quella luce nera e così poco rassicurante che presagisce il buio dell´oltretomba. I bambini, che ancora non percepiscono la propria morte, in quella notte, travestiti da streghe, zombie, fantasmi e vampiri, bussano a 13 porte gridando con tono minaccioso "Dolcetto o scherzetto" (Trick or treat, nella versione inglese), richiamo alla tradizione celtica che voleva si lasciassero dei dolci sulla tavola in segno di accoglienza per i defunti che in quella notte avessero fatto visita ai vivi. Ma perché bussare 13 porte se le case del cielo che presiedono il ritmo della natura sono 12 come i mesi dell´anno? Perché la tredicesima porta, come ci ricorda Jean Bodin nel suo trattato sulla Demonomania del 1580, è quella che annuncia: «Il crollo imminente dell´ordine, con mutamenti del ciclo delle stagioni, morie di bestiame, carestie imminenti, piogge di sangue e di pietre». Del resto, se io devo morire, perché non anche il mondo? Tutto è vano, tutto fu. E di fronte all´indifferenza della natura e all´insignificanza della vita umana, si faccia festa. Non la festa dionisiaca della cultura greca che è deflagrazione di un ordine in vista di un ordine nuovo (Dioniso e Apollo), ma beffardo esorcismo di una cupa rassegnazione, e quindi urlo che spezza ogni presunta armonia, o, come si legge nelle Bucoliche di Virgilio, «canto sfrenato che può tirar giù dal cielo anche la luna». Questo è Halloween. Il canto della disperazione. Perché la modernità recupera questo antico rito? Perché della cultura greca il nostro tempo ha perso la "giusta misura", e del cristianesimo la speranza di salvezza. Ciò che è rimasto è il motivo cristiano della denigrazione del mondo (Qui amat mundum non cognoscit Deum, diceva Sant´Agostino). Una denigrazione che si accompagna al piacere morboso e perverso della propria dissoluzione. E tutti sappiamo che nel cupio dissolvi c´è anche del gusto, l´unico forse che davvero assapora la tarda modernità. Halloween è solo una festa, che però richiama il sentimento del nostro tempo che fatica sempre più a dar senso alla vita e alla morte, e perciò celebra l´apoteosi del nulla.