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 2007  ottobre 30 Martedì calendario

Una è la città che "never sleeps", che non dorme mai, come canta Frank Sinatra, l´altra è la città che va a dormire alle undici di sera, ora di chiusura della maggior parte dei suoi pub, ristoranti, locali (si fa per dire) notturni

Una è la città che "never sleeps", che non dorme mai, come canta Frank Sinatra, l´altra è la città che va a dormire alle undici di sera, ora di chiusura della maggior parte dei suoi pub, ristoranti, locali (si fa per dire) notturni. Una è la città dei grattacieli, l´altra è la città delle casette vittoriane. Una è la città che ha per sindaco un miliardario, il magnate dei media Michael Bloomberg, l´altra è la città che ha per sindaco un anarco-socialista, Ken Livingstone detto "il Rosso". L´elenco potrebbe continuare per un pezzo: qualche tempo fa un settimanale americano le ha esaminate tutte in un servizio intitolato "New York contro Londra", per stabilire quale delle due può aspirare al titolo di autentica capitale del mondo, e ha assegnato sportivamente il primato a Londra, di un soffio, in virtù del recente sorpasso della City su Wall Street come cittadella finanziaria più ricca del pianeta. Ma un giornale che di finanza se ne intende, e che ha a Londra la sua sede principale, il Financial Times, suggerisce ora un diverso verdetto, anzi un diverso confronto: non più New York "contro" Londra, bensì New York "più" Londra. Il risultato è NyLon, abbreviazione di NewYorkLondon, megalopoli di oltre venti milioni di abitanti, distesa sulle due sponde - anziché di un fiume o di uno stretto - di un oceano: l´Atlantico. L´idea è venuta a John Gapper, columnist del quotidiano della City, un giorno che è uscito dall´ufficio newyorchese del Financial Times, ha preso la subway fino al treno veloce per l´aeroporto Kennedy, è salito su un volo della Virgin Airlines, è sceso all´aeroporto Heathrow, ha preso il treno veloce fino all´underground e ha percorso a piedi pochi metri fino all´ufficio londinese del Financial Times. Si è spostato di cinquemila chilometri, ma con la sensazione di rimanere nello stesso posto. « il viaggio che migliaia di pendolari fanno tutti i fine settimana, andando avanti e indietro fra New York e Londra come fossero due quartieri della medesima metropoli», scrive Gapper, alludendo ai 200 mila newyorchesi che lavorano nelle banche, negli studi legali, nelle società d´investimenti della City e ai quasi altrettanti londinesi che lavorano nelle banche, negli studi legali, nelle società d´investimenti di Wall Street. «Da anni, dietro l´apparente rivalità, i rispettivi mercati finanziari lavorano praticamente in simbiosi, e lo stesso vale per il mercato immobiliare, il mercato dell´arte, lo show-business», continua il commentatore, «sicché lo spirito d´intraprendenza delle due città sale e scende di pari passo». La sua tesi è che queste non siano più città in competizione bensì città gemelle, che si integrano a vicenda. Questa dunque non è la «storia di due città», per parafrasare Dickens, ma la storia di una sola. COLUM MCCANN Nylon: qualcosa che, come le calze da donna, si può tirare da una parte e dall´altra, tenendo insieme attraverso l´Atlantico i due fari di America ed Europa. Se ne parlava da un po´. Negli ultimi anni ci sono state mostre itineranti, collezioni d´abbigliamento, concerti rock, convegni culturali e scientifici, pensati e costruiti attorno a questo concetto. Ci sono siti Internet, blog e almeno una rivista con questo nome. Cliccate "NyLon New York London" sul motore di ricerca Google, otterrete 1.740.000 voci. Poi ci sono i fenomeni di costume: la cantante americana Madonna che si trasferisce a Londra, sposando un regista inglese; la giornalista inglese Tina Brown che si trasferisce a New York, per dirigere Vanity Fair e il New Yorker. Oppure Woody Allen, che, dopo non essersi mai mosso da New York per girare i suoi film, di colpo s´innamora di Londra e viene a girarli sotto il Big Ben. Senza dimenticare la lingua, naturalmente: a dispetto delle battute su quanto sia diverso l´inglese dall´americano, contribuisce a fare di Londra la prima meta al mondo per il turismo dagli Usa e di New York la prima per il turismo dalle isole britanniche. E infine, lo sviluppo economico: globalizzazione, progresso tecnologico, immigrazione, apparentano sempre più "Ny" e "Lon", contribuendo a separarle non solo dal resto del pianeta, ma pure dalle due nazioni di cui fanno parte: così come New York non è mai stata l´America, anche la Londra dell´ultimo decennio non è più la Gran Bretagna. «NyLon è il sintomo più evidente del fenomeno della città-stato», conclude il Financial Times. La simbiosi si può leggere anche al negativo. Entrambe le città sono potenti simboli per il terrorismo internazionale, entrambe ne sono diventate vittime: New York l´11/9 (del 2001), Londra il 7/7 (del 2005), date ormai emblematiche. Entrambe, bisogna dire, sono uscite bene dal trauma dell´attacco terroristico, risorgendo dalle ceneri più forti, ricche e belle di prima, nonostante l´incubo che l´attentato prima o poi si ripeta. Come nella futuristica Blade Runner della fantascienza, entrambe esasperano il gap ricchi-poveri: broker e banchieri, a Wall Street come nella City, hanno ottenuto bonus da record nell´ultimo anno, mentre nello stesso tempo per l´uomo medio il costo della vita diventa sempre più proibitivo. Entrambe sono cattedrali del lusso ma anche dell´ineguaglianza, dell´opportunità ma anche del rischio: "if you make it here, you make it anywhere" (se ce la fai qui, ce la fai dovunque), cantava Sinatra di New York, e vale anche per Nylon, ma vale pure che quello che realizzi qui puoi perderlo più rapidamente che altrove, in un ottovolante di boom e sboom, come in Borsa. Dire che New York e Londra si sono fuse in NyLon, naturalmente, per ora è un paradosso, al massimo un´ipotesi per il futuro. Però è vero che a Broadway e nel West End vanno in scena gli stessi musical, che Wimbledon e Flushing Meadow sembrano l´andata-e-ritorno dello stesso torneo di tennis su terreni differenti, che in entrambe si può cenare con lo stesso menù nella stessa atmosfera in quasi identici Nobu e Cipriani, che il New York Times della domenica e il Sunday Times di Londra hanno più o meno lo stesso portentoso numero di supplementi e pagine, che Central Park e Hyde Park potrebbero essere interscambiabili, che i ponti sull´Hudson e sull´East River hanno qualcosa in comune con i ponti sul Tamigi, che Blair prima e Brown poi esortano a ripulire Londra da soprusi e violenze usando la stessa "tolleranza zero" con cui Rudolph Giuliani ripulì New York. Certo, per diventare veramente una città sola, NyLon avrebbe bisogno di adeguati mezzi di trasporto fra le due sponde. Una volta c´era il Concorde, che portava i Vip in tre ore dall´una all´altra: ma costava (e consumava) troppo. Adesso Michael O´Leary, il presidente della RyanAir, intende lanciare prima delle Olimpiadi londinesi del 2012 i voli a basso costo con cui ha unificato l´Europa anche fra Londra e New York: impiegheranno un paio d´ore in più del Concorde, ma costeranno parecchio di meno. Per quella data, Londra avrà ultimato un grappolo di nuovi, avveniristici grattacieli: così anche il suo skyline somiglierà a quello di New York e sarà più facile pensare che la «storia di due città», in realtà, è la storia di una sola. Questo weekend, il primo match della regular season del campionato di football Americano si è giocato nel nuovo stadio londinese di Wembley. La pioggia se n´è allegramente infischiata, cadendo a secchiate sui giocatori dei New York Giants e dei Miami Dolphins impegnati a scivolare, rotolare e inciampare sulla veneranda erba. A New York, il manto sintetico dello stadio dei Giants si crogiolava inutilizzato sotto il sole autunnale. Forse l´unica cosa che ancora ci divide, ormai, è il clima. New York. London. Nylon. Quasi 6500 chilometri, ma la distanza è poca, di questi tempi. Chi cammina lungo la Quinta Avenue ha le stesse probabilità di sentir parlare in cockney che di ascoltare le nasali profondità dell´accento di Brooklyn. Chi entra in un pub del Greenwich Village può ordinare una pinta di Boddingtons con la stessa facilità con cui può scolarsi una Budweiser. Nelle celebri compagnie pubblicitarie di Madison Avenue, ormai lavorano tanti sudditi di Sua Maestà quanti yankee. Provate ad andare in perlustrazione sugli scaffali di qualsiasi grossa libreria e avrete le stesse probabilità di trovare un romanzo di Ian McEwan che un libro di Cormac McCarthy. Intrufolatevi in una galleria d´arte giù a Tribeca ed è ragionevolmente probabile che ci troviate qualcuno che compra un dipinto staccando l´assegno da un libretto della londinese banca Lloyd´s. La distanza non è più una questione fisica. E quasi più neanche metafisica. C´è poca separazione fra le due città. quasi come se un´unica grande metropoli fosse spuntata a cavallo l´oceano. Nelle stanze degli affari, dell´arte e dell´economia, spesso c´è un´unica onda che va avanti e indietro, toccando una riva e trasportando il suo carico sull´altra. Non sono solo le idee, la filosofia o la politica a fare la spola fra le due sponde dell´oceano: anche cose semplici, come biscotti inglesi, o caramelle americane, e addirittura parole. Non è neanche più una sorpresa sentire un ragazzino newyorchese dire qualcosa con accento inglese. Qualsiasi habitué di Heathrow o del John F. Kennedy sa come stanno le cose: i voli tra le due metropoli ormai sono decine, se non addirittura centinaia, ogni giorno. Non è raro che un uomo d´affari salga su un aereo portandosi dietro solo la ventiquattrore, nemmeno una camicia di ricambio, tanto torneranno a casa, se "casa" si può chiamare, più tardi, quella sera stessa. "Casa" non ha più lo stesso significato e "lontano", ormai, spesso è più vicino. Per decenni, New York, forse più di qualsiasi altra città, ha invitato gli immigrati a distruggere e simultaneamente far proprie le sue tradizioni culturali. abbastanza facile lasciarsi indietro il tuo passato, rinunciare alla tua nazionalità, assumere un accento diverso, trasferirsi senza guardarsi indietro. Ma questa città delle città sempre più spesso invita i suoi visitatori a tornare continuamente a casa. In parte è il richiamo della globalizzazione. In parte è snobismo. In parte è un ricollegarsi al passato. In parte è per divertirsi. Dà una certa allegria uscire di casa da Kensington, a Londra, arrivare il giorno dopo a Bloomingdales, sulla 59ª strada, e poi tornare subito a casa con tutti i nuovi acquisti stipati in valigia. Sono all´opera anche fattori più oscuri, però. Quando due Paesi sono tanto inestricabilmente legati, il pericolo dell´uniformità e della miopia è sempre in agguato. Gli uomini politici, dopo tutto, non sono granché diversi. Non è Tony Blair quello che spunta fuori dal taschino di George Bush? Non è Dick Cheney quello che se ne va a braccetto con Gordon Brown dietro l´angolo? E che fine ha fatto tutta quella stupenda differenza culturale? Con gli stessi alberghi, le stesse paninoteche e perfino gli stessi stadi da football, quali dissapori interculturali potranno mai esserci? Che cosa succede alla nostra memoria quando i luoghi in cui viviamo diventano più o meno gli stessi? Una delle funzioni della memoria è raffigurare – e renderlo pertanto come se fosse continuamente presente – ciò che è assente. Ma se non è più assente, che cosa sceglieremo di ricordare? Il clima, magari: forse rimarrà l´unica cosa che ci separa. La pioggia che batte insistente in quelle grigie vie londinesi. La neve che intasa i marciapiedi di New York. Personalmente, io prenderei New York e lascerei Londra. Sarà perché non possiedo un ombrello. L´ultimo romanzo di Colum McCann, Zoli: storia di una zingara, è pubblicato da Rizzoli (Traduzione di Fabio Galimberti)