Michele Serra, la Repubblica 30/10/2007, 30 ottobre 2007
Si riparla dei "Vicerè" (il romanzo di De Roberto e il film che ne ha tratto Roberto Faenza) e se ne riparla molto a proposito
Si riparla dei "Vicerè" (il romanzo di De Roberto e il film che ne ha tratto Roberto Faenza) e se ne riparla molto a proposito. Lo ha fatto ieri Mario Pirani su questo giornale, domandandosi se il film sia stato escluso dalla Festa del cinema di Roma per la sua potente vena anticlericale. Lo ha fatto domenica l´ottimo "Per un pugno di libri"(Rai tre) sottolineando la grandezza del libro di De Roberto, poco studiato a scuola pur essendo uno dei pochi veri classici della nostra letteratura. Al dubbio che libro e film paghino pegno a causa del ruolo eticamente ottundente che assegnano alla Chiesa nella storia italiana, aggiungiamone un altro. La tesi del romanzo, svolta con amarissima efficacia, è che al di là delle debolezze e delle miserie di questa o quella classe dirigente, la ragione profonda del nostro ritardo civile risieda nel cinismo trasformista del corpo sociale preso nel suo insieme ("Franza o Spagna purché se magna", dice l´adagio). Non la Casta, ma uno spirito pubblico compromissorio, vile e arrivista svolge il ruolo del "cattivo": già nel 1894. E questa è una tesi molto impopolare in un Paese che ama collezionare capri espiatori piuttosto che guardarsi dentro. Il dubbio è dunque che i "Vicerè" abbia vita difficile non tanto perché anticlericale, quanto perché antitaliano. O meglio: troppo dolorosamente italiano.