Maurizio Ricci, la Repubblica 29/10/2007, 29 ottobre 2007
ELISA RIBATTIMI LA PRIMA PARTE DA REPUBBLICA DI IERI
Ma è difficile mantenere i nervi saldi quando il prezzo del frumento all´ingrosso passa in pochi mesi da 152 a 204 dollari la tonnellata, quello del granturco da 103 a 140 dollari e viaggia verso i 160. Il prezzo del riso è salito del 23 per cento. E, risalendo la catena alimentare, l´Onu prevede che burro, formaggio, carne e latte rincareranno, almeno, del 15 per cento l´anno prossimo. Tutta colpa dei cinesi? No. O, meglio, non ancora, bisognerebbe, forse, dire. Il motivo immediato del sommovimento in corso è infatti quello che, con una parola ormai in disuso, potremmo definire carestia. In sei degli ultimi sette anni, il mondo ha consumato più cereali di quanti ne abbia prodotti. Ha, cioè, svuotato i magazzini. Contemporaneamente, una gravissima siccità ha colpito alcune delle principali aree di produzione. In Australia - che da sola vale quasi un quarto delle esportazioni mondiali di frumento - il raccolto è crollato del 60 per cento negli ultimi due anni. Poca offerta, niente scorte, domanda in crescita. Se tutto questo vi pare la stessa situazione del petrolio, vi sbagliate. Al contrario dell´oro nero, i prodotti agricoli sono la cosa più rinnovabile che ci sia: basta piantarli, soprattutto quando il prezzo conviene, e, nel giro di qualche mese, eccoli qua. Almeno, se l´effetto serra non ci mette la coda: gli scienziati australiani sono divisi fra chi pensa che le mancate piogge siano un prodotto del Nino, un fenomeno meteorologico ricorrente nel Pacifico, e chi invece le fa risalire al riscaldamento globale. Comunque, se la siccità che ha colpito l´Australia, il sud est degli Stati Uniti e l´Argentina rientra in un normale ciclo meteorologico, anche quello a cui stiamo assistendo sui mercati agricoli dovrebbe essere una normale fluttuazione ciclica e i prezzi sarebbero destinati a rientrare.
Possibile. Ma non probabile. Perché ci sono altri due fattori di lungo periodo a surriscaldare i mercati alimentari. I biocombustibili, anzitutto. La corsa ad utilizzare il granturco per fare l´etanolo, invece che per metterlo in tavola riguarda soprattutto l´America di Bush. Ma gli Usa rappresentano il 40 per cento del raccolto mondiale e il 70 per cento delle esportazioni. Stornare parte della produzione americana per farne combustibile ha avuto un impatto pesante sui prezzi. Probabilmente, non decisivo. In fondo, nota un rapporto Ocse-Fao (l´organizzazione dei paesi industrializzati e l´organismo Onu per l´agricoltura), nel 2006 il deficit di cereali di Nord America, Europa e Australia è stato complessivamente di 60 milioni di tonnellate, quattro volte quante ne sono state impiegate per fare etanolo, che, dunque, non è l´unico responsabile dell´impennata dei prezzi. Peccato che non sia una buona notizia. Perché il 2006 è stato solo l´inizio della valanga e il peso dell´etanolo sui mercati è destinato solo ad aumentare. L´anno scorso, gli agricoltori americani hanno destinato al biocarburante il 16 per cento del loro granturco. Quest´anno, sarà il 30 per cento e a questa quota, grazie agli incentivi della Casa Bianca, è destinato a restare per i prossimi cinque anni, sottraendola all´uso alimentare. E il granturco è un elemento cardine della catena alimentare. Attraverso i mangimi per gli animali, è dappertutto. "Il latte, le uova, il formaggio, il pollo, il prosciutto, la carne, il gelato e lo yogurt che appaiono in un normale frigorifero - ha detto un famoso ecologo, Lester Brown - sono stati tutti prodotti con granturco. All´atto pratico, il frigorifero è pieno di granturco".
E poi, appunto, ci sono i cinesi. O, in generale, i paesi emergenti. Vent´anni fa, Cina e India, insieme, importavano cibo dall´estero per una cifra equivalente a poco meno di un quarto delle vendite internazionali degli Stati Uniti, il maggior esportatore mondiale. Oggi, assorbono dall´estero l´equivalente di quasi metà delle esportazioni americane. Chi pensa ad un terzo mondo contadino che rifornisce di prodotti agricoli l´Occidente in cambio di beni industriali ha in mente una realtà che non esiste più, travolta dalla globalizzazione e dall´industrializzazione galoppante di molti paesi in via di sviluppo. Stanno uscendo dalla fame? No, o meglio, non più, almeno come insieme della società. Il salto verso livelli occidentali, se si va a misurare l´apporto quotidiano medio di calorie, in paesi come Cina e India è avvenuto a metà degli anni ´90. E allora, perché si scarica oggi sui mercati? Perché dieci anni fa, l´uscita dalla fame è avvenuta attraverso un maggior consumo dei cibi tradizionali. In due parole, i cinesi hanno cominciato a mettersi nello stomaco una quantità decente di riso. Quello che sta avvenendo oggi è un mutamento assai più sottile, ma che ci riguarda più da vicino. Il salire del livello medio di reddito e il moltiplicarsi della classe media in questi paesi sta modificando i consumi. La domanda di riso, mais, frumento in Cina, rispetto agli anni ´90, è in netto calo. Contemporaneamente, il consumo di carne è aumentato del 50 per cento. Il paniere della spesa cinese, come quello di altri paesi emergenti, assomiglia sempre di più a quello di una famiglia occidentale. L´importazione di prodotti come carne, pesce, latte e formaggio, caffè, cioccolato, pasta, bevande in paesi come Brasile e Messico è aumentata in media, negli ultimi 20 anni, del 13,4 per cento l´anno. In paesi come la Cina del 10 per cento l´anno. In un caso e nell´altro, in dollari, il valore di queste importazioni è decuplicato. I consumatori cinesi, da soli, dice il Fondo monetario internazionale, spiegano il 35-40 per cento del maggior consumo mondiale di carne.
Questa nuova domanda comincia a pesare sui mercati internazionali. Ma è destinata ad aumentare vertiginosamente. Nell´altro grande gigante, l´India, uno studio della McKinsey, una grande società di consulenza, valuta nel 5 per cento della popolazione totale, 50 milioni di persone, la classe media. Fra vent´anni saranno il 40 per cento, oltre 500 milioni di consumatori. E, se gli indiani mangiano poche bistecche, vorranno pollo, latte, formaggio. Complessivamente, la Fao calcola che, nei prossimi dieci anni, rispetto a quelli appena trascorsi, i paesi emergenti importeranno il 25 per cento in più di frumento, il 16 per cento di granturco e soia, il 100 per cento in più di carne bovina, il 50 per cento in più di polli e il 70 per cento in più di latte in polvere.
Ce ne sarà per tutti? Nessuno prevede che, in futuro, effetto serra permettendo, ci manchi la roba da mettere a tavola: la razionalizzazione delle tecniche agricole dovrebbe consentire, sia pure con qualche scricchiolìo, questo sforzo produttivo. I prezzi sono un´altra storia. Negli ultimi 50 anni, i prezzi agricoli sono andati costantemente in discesa. Ora è finita. Da qui a dieci anni, la Fao prevede prezzi più alti del 20 per cento per il frumento, del 40 per cento per il granturco, dell´80 per cento per il riso. Assai più contenuti (10-15 per cento), fortunatamente, per carne e pollo. Perché è vero che il granturco è dappertutto: ma ce n´è poco.