Fabio Monti, Corriere della Sera 30/10/2007, 30 ottobre 2007
MILANO
Chiamata finale. L’ultimatum del ministro dello Sport, Giovanna Melandri, impone di fissare entro domenica un criterio di ripartizione dei diritti tv a partire dall’1 luglio 2010, quando entrerà in vigore la legge che prevede la vendita collettiva e non più soggettiva. Per discutere e (forse) deliberare, il presidente della Lega, Matarrese, ha convocato per oggi a mezzogiorno l’assemblea dei club di A (domani tocca alla B, alla ricerca di un contratto tv, ma per quest’anno). All’interno della Lega, la spaccatura c’è e non è una novità. Succede sempre così, quando si discute di soldi. Da una parte ci sono le grandi (Milan, Inter, Juve, Roma e Napoli); dall’altra 14 società, definite medio-piccole, guidate da Cellino (Cagliari) e Zamparini (Palermo, che però risulta in Egitto), mentre è da capire meglio la posizione della Fiorentina. In base alla legge Melandri, il monte ricavi deve essere diviso in tre parti: una quota da ripartire in parti uguali fra i venti club; una da dividere secondo il numero dei tifosi; un’ultima in base ai meriti sportivi. Sul primo punto, quantificato nel 40%, c’è l’accordo; sugli altri due, il dissenso è totale, sia sulla quota, sia sui criteri temporali per determinare la questione dei meriti sportivi. Le grandi vogliono che si parta dal ’46; le medio piccole partendo dal 2006-2007. La novità, rispetto ad un passato nel quale i litigi sono stati persino più aspri, è la delibera di luglio, in base alla quale nell’assemblea della serie A basta la maggioranza semplice e non più quella qualificata. Per questo le società medio-piccole spingono per votare, convinte di poter imporre a maggioranza la loro proposta.
In questo caso, le grandi sono decise a impugnare la delibera e a presentare un esposto in tribunale. Si aspetta con ansia la tabella delle ripartizioni elaborata dai vertici della Lega, dopo giorni e giorni di lavoro frenetico. « un passaggio epocale», ha assicurato Matarrese. Tocca a lui oggi recuperare l’unità di una Lega, mentre Adriano Galliani, vicepresidente vicario e amministratore delegato del Milan, ha spiegato la posizione delle grandi, che hanno lavorato insieme fino a notte fonda, trovandosi di fronte ad una sorpresa: il presidente della Lazio, Lotito, ha cenato con loro. Forse sta cambiando idea.
Galliani, è il giorno delle decisioni. Come va a finire?
«Pronostico molto difficile...».
Qual è la linea di Milan, Juve, Inter, Roma, le grandi tradizionali e del Napoli sulla questione della ripartizione dei diritti tv?
«La legge indica tre parametri da rispettare: una quota, che ”’deve essere prevalente’’, da dividere in 20 parti uguali e che rappresenta il 40% del totale; la seconda legata al bacino d’utenza, cioè ai tifosi; la terza in base alla storia, cioè ai risultati sportivi conseguiti. La nostra indicazione è 40% più 30% più 30%; il gruppo delle medio- piccole chiede percentuali differenti: 40%-20%-40%».
Come si può calcolare il bacino d’utenza?
«Questo non dovrebbe essere un problema, perché la Lega può affidarsi ad una società primaria di indagine demoscopica. Semmai c’è il tentativo di scendere al 20%, per schiacciare la differenza con chi ha più tifosi. In ogni caso, i calcoli fatti sono univoci: Milan, Juve, Inter, Roma e Napoli raccolgono l’84% dei tifosi italiani».
Il vero terreno di contrasto sembra essere quello legato ai meriti sportivi. Come si quantifica la storia?
«C’è chi vorrebbe partire dal campionato 2006-2007, prendendo in esame gli ultimi quattro anni. Ma questa non è storia, è cronaca. Prendere in esame la storia significa pensare al 1898, anno del primo campionato oppure al ’29-’30, quando è nato il girone unico oppure al ’46, quando è nata la Lega Calcio. E questa a noi sembra la data giusta dalla quale partire. Mi rendo conto che c’è chi, non avendo storia, voglia cancellare tutto e partire dal 2006, ma su questo non potremo mai essere d’accordo. Trovo poco comprensibile che chi ha preparato le tabelle a proprio uso e consumo raccolga l’adesione anche di chi ha alle spalle una storia importante. Mi sono permesso di ricordare a Diego della Valle la formazione della Fiorentina campione d’Italia del ’56 e a Cellino che il Cagliari ha vinto lo scudetto nel ’70. Ho chiesto a Cairo perché vuole dimenticare il Grande Torino, Valentino Mazzola, ma anche la squadra dello scudetto ’76, quello di Pulici, Graziani e Claudio Sala. Invece noto che anche alcuni club di nobile lignaggio vogliono fare come i cinesi con i tibetani».
Qual è il criterio per compilare questa graduatoria meritocratica dal ’46?
«Tenendo presente la circolare della Figc del 15 febbraio 2006, quella che fissava i criteri per i ripescaggi. Una tabella che assegna un punteggio per i campionati di A, B, C1 e C2, per le coppe europee e l’Intercontinentale più un bonus per scudetti e Coppe Italia. In classifica comanda la Juve, poi l’ordine è Milan, Inter, Roma, Fiorentina, Torino, Lazio, Sampdoria; il Napoli è nono e, a seguire, Atalanta, Genoa, Udinese, Cagliari, Palermo, Parma, Catania, Reggina, Empoli, Livorno e Siena. Pensiamo che questa graduatoria nasca da un criterio logico e che non sia giusto annullare la storia di Milan, Juve, Inter, soltanto perché si è affacciato un giustiziere della notte. Qui è arrivato Charles Bronson e spara all’impazzata nella metropolitana».
Avete calcolato quanto perderanno le grandi in base alla nuova legge?
«Non lo abbiamo calcolato e non è nemmeno sicuro che sia così. Anzi, noi speriamo che avvenga esattamente il contrario e che per le società di serie A aumentino gli introiti, perché pensiamo che il valore dei diritti tv possa crescere invece che diminuire. C’è una legge dello Stato e vogliamo rispettarla, a cominciare dalla quota del 40% da dividere in parti uguali che da sola può garantire una miglior distribuzione delle risorse. Un esempio: se si dovesse incassare un miliardo dalla vendita dei diritti tv, ci sarebbero 400 milioni da dividere in parti uguali e venti milioni sicuri sono più di quanto incassano oggi, complessivamente, sei o sette club di serie A. Quello che non possiamo accettare è che venga cancellata la storia dei nostri club per privilegiare la cronaca, come fa Zamparini. Ma non mi stupisco perché con il Palermo nella graduatoria che tiene conto dei piazzamenti dal ’46 si troverebbe al 14˚posto, mentre se contasse la cronaca, cioè i campionati dal 2006-2007, la situazione per lui migliorerebbe. E questo spiega tante cose».
Ha detto il presidente della Sampdoria, Garrone: è venuto il tempo che le grandi scendano dal pero. Non teme che la nuova ripartizione delle risorse alla fine faccia perdere competitività ai club italiani in Europa...
«Il pero non mi interessa. Credo che far perdere competitività alle squadre italiane nelle coppe europee non sia utile a nessuno. Siamo terzi nel
ranking europeo; possiamo schierare quattro club in Champions League, se due squadre superano i preliminari; cerchiamo di reggere la concorrenza con squadre straniere che hanno un fatturato superiore. Il Real Madrid, ad esempio, incassa 155 milioni dalla sola vendita dei diritti tv e il Barcellona è sulla stessa linea. Affossare il calcio di vertice può soltanto portare svantaggi a tutti, impoverire il prodotto, far diminuire i ricavi».
Il gruppo delle medio-piccole sostiene di essersi ispirato al modello inglese, preparando la tabella che oggi vogliono votare. un riferimento che regge?
«Lascerei perdere il modello inglese e non soltanto per i soldi che versiamo alla serie B, cosa che non avviene in Inghilterra. La verità è che per i club della Premier i diritti tv rappresentano un terzo dei ricavi totali (un terzo arriva dagli incassi da stadio, e un terzo dagli sponsor); noi invece, siamo al 60%. Comunque, fra il Manchester United e l’ultima della Premier la forbice è più ampia rispetto a quanto avviene fra i club italiani».
Oggi il gruppo delle medio-piccole vuole arrivare al voto. E allora?
«Può darsi che si arrivi al momento della votazione e che ottengano la maggioranza. In questo caso, impugneremo la delibera dell’assemblea e presenteremo un esposto in tribunale per evitare che passi una decisione ispirata da criteri incomprensibili. Non avremmo altra strada. Poi vedremo come andrà a finire ». Fabio Monti
Vogliamo essere moderati e rispettare la legge: accettiamo che il 40% venga diviso in parti uguali
La nostra graduatoria sui metodi sportivi parte dal ’46
In questa storia qualcuno vuol fare il giustiziere della notte DECISO
Adriano Galliani, 63 anni, è vicepresidente vicario e amministratore delegato del Milan. Tra il 2002 e il 2006 è stato presidente della Lega dalla quale si dimise dopo il deferimento per lo scandalo di Calciopoli