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 2007  ottobre 30 Martedì calendario

MILANO

Del «naso da cocaina » avevamo già sentito parlare l’anno scorso, quando le foto, in primo piano, di Kate Moss occupavano le pagine dei giornali inglesi: nessun dubbio, le sue narici erano visibilmente deformate e lei si era appena rinchiusa, per curarsi, in una clinica di Phoenix, Arizona.
Non avevamo ancora saputo, però, che un esercito di italiani, non tutti top model o vip dello spettacolo, anzi, per lo più persone «normali » e spesso anche giovani, sono in lista di attesa per rifarsi il naso distrutto dalla droga. Che dovranno aspettare almeno un anno e mezzo prima di entrare in sala operatoria, ma che, in compenso, non dovranno pagare per l’intervento, previsto dal sistema sanitario nazionale.
La notizia arriva da Sorrento dove è corso il congresso FeDerSerD, l’associazione che riunisce gli operatori dei Sert, i centri per le tossicodipendenze. Fino a poco tempo fa, secondo gli esperti dei Sert, i casi di cocainomani che si sottoponevano a rinoplastica erano soltanto uno su cento e quasi nessuno riguardava le donne. Adesso la situazione è completamente cambiata: le donne sono sempre di più e sono sempre più numerose le persone di tutti i ceti sociali.
«Quando si sniffa cocaina – dice Claudio Leonardi coordinatore scientifico della FeDerSerD – il naso viene danneggiato dalla droga e diventa sempre più difficile respirare bene. Ecco perché un numero crescente di persone, spesso giovanissime, sono costrette alla ricostruzione del naso. Non ci sono remore all’intervento, perché non lascia segni visibili all’esterno».
L’inalazione di cocaina provoca dapprima un restringimento delle arterie del naso, poi quando l’effetto svanisce il naso comincia a colare e può capitare anche di perdere sangue. Con il tempo le mucose di rivestimento si assottigliano e, a lungo andare, vengono distrutte. Poi tocca alla cartilagine che forma parte del setto nasale: si deforma, può perforarsi e costringe a respirare con la bocca. Ecco perché diventa indispensabile l’intervento chirurgico di ricostruzione. «L’intervento di ricostruzione – spiega Ezio Maria Nicodemi chirurgo plastico all’Università Tor Vergata di Roma – prevede l’impiego di innesti di cartilagine e di lembi di mucosa che riparano i tessuti danneggiati. Dura in media fra le due e le tre ore e risolve i problemi respiratori». Spesso però i tessuti sono così rovinati che anche la ricostruzione diventa difficile. E non sempre l’operazione scoraggia l’abitudine alla droga. «Per molti pazienti – denuncia Gaetano Paludetti, otorinolaringoiatra al Policlinico Gemelli di Roma – l’intervento è solo un modo per poi tornare a sniffare liberamente. Non è raro il caso di gente che torna, dopo alcuni anni, a rioperarsi».
Può sembrare curioso che il sistema sanitario nazionale rimborsi trattamenti di questo tipo, ma si tratta di un intervento per riparare un danno funzionale, a prescindere dalla causa che lo ha provocato. Per chi non vuole aspettare in lista d’attesa negli ospedali pubblici, le strutture private lo garantiscono in tempi brevi (cinque mesi) a un costo di 10 mila euro.