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 2007  ottobre 28 Domenica calendario

dal nostro corrispondente ALESSANDRA FARKAS NEW YORK – Harry Bernstein era felicemente sposato da ben 68 anni quando nel 2002 sua moglie Ruby morì

dal nostro corrispondente ALESSANDRA FARKAS NEW YORK – Harry Bernstein era felicemente sposato da ben 68 anni quando nel 2002 sua moglie Ruby morì. «Senza di lei ero talmente perso che contemplai il suicidio – racconta Bernstein ”. Esplorai vari modi per farla finita ». Invece, si ritrovò a scrivere: «Come forma di terapia. Perché quando sei vecchio e ti sembra di non avere né presente né futuro, puoi sempre rifugiarti nel passato». Il risultato è Il muro invisibile, lo straordinario esordio di uno scrittore classe 1910 che a 96 anni ha visto il suo primo libro tradotto in ben sette lingue e in testa alle classifiche inglesi, americane e ora anche italiane. Il memoir (edito in Italia da Piemme) racconta la storia di Harry, bambino di quattro anni, figlio di immigrati ebrei fuggiti ai pogrom dell’Europa orientale, che cresce in una strada di una cittadina industriale inglese, Stockport, divisa in due da un muro invisibile: da una parte, gli ebrei; dall’altra, i cristiani. I critici l’hanno definito un «natural born writer», paragonando il suo Muro a Le ceneri di Angela, il bestseller di Frank McCourt sulla sua infanzia nei bassifondi di Limerick, in Irlanda. « un confronto che non regge – ribatte l’autore ”. Nel primo capitolo Frank parla del rapporto sessuale tra sua madre e suo padre quando lui non era ancora nato. La sua è una autobiografia ricca di licenze poetiche». Per Bernstein, al contrario, i ricordi sono tutti vissuti. «La nostra parte del muro era un ghetto in miniatura – racconta ”. Se entravamo nei negozi cristiani, i bottegai sussurravano "piccoli ebrei maledetti". Quando iniziammo ad andare a scuola, le bande di ragazzi anglosassoni più grandi ci mettevano in un angolo urlando: "Chi ha ucciso Gesù?"». L’era del «politically correct» era lontana. Uno dei fratelli di Harry che sogna di diventare giornalista viene ricevuto a Manchester dal direttore di un giornale che lo esorta a non fargli perdere altro tempo: «Nessun giornale inglese assumerà mai un ebreo – lo redarguisce ”. Limitati ai mestieri che vi appartengono: sartorie, mercati e banchi di pegno». Ma l’ostilità e l’intolleranza erano reciproche. «A casa ci avevano insegnato che, nel passare davanti ad una chiesa, dovevamo sputare. Eravamo convinti che i cristiani fossero inferiori. " Loro" erano operai nelle fabbriche e indossavano zoccoli ferrati, "noi" eravamo sarti e avevamo, o aspiravamo ad avere, scarpe di vera pelle». Il piccolo Harry vorrebbe abbattere quei tabù e così si offre di portare messaggi d’amore proibito tra una giovane Giulietta ebrea e il suo Romeo cristiano, dall’altra parte del muro. «Quando li scoprirono, lei fu picchiata a sangue dal padre e spedita in Australia ». Più tardi, quando anche la sorella maggiore di Harry, Lily, si innamora di un ragazzo cristiano, Arthur, sua madre osserva il rituale periodo di lutto di sette giorni, detto Shiva. «Mamma lasciava entrare soltanto uno "shabbos goy" dentro casa per accendere il fuoco il venerdì sera – spiega lo scrittore ”. Sposare un cristiano per lei equivaleva ad esser morti». Dietro tanta bigotteria si celava una tragica ironia: «Cristiani ed ebrei erano accomunati da una povertà estrema ed insieme irriducibile che mi costringeva a dormire in un letto insieme ai miei due fratelli maschi, schivando i loro calci per tutta la notte». Mamma Ada, analfabeta, è costretta a fare l’elemosina per mandare avanti la casa praticamente da sola, visto che il marito è alcolizzato, violento e latitante. Intanto detta lettere da spedire ai suoi parenti in America, implorandoli di mandarle i soldi per permettere alla famiglia di espatriare negli Stati Uniti e a lei di fuggire dal terribile consorte. Quando Harry compie 12 anni i Bernstein riescono finalmente ad emigrare a Chicago, nello stesso povero quartiere ebraico dove vive il grande Saul Bellow. Nel secondo volume della sua autobiografia, non ancora completato ed intitolato The Dream, Bernstein esplorerà proprio questi «anni americani». « un titolo ironico – racconta ”. Dall’Inghilterra la povertà ci seguì nel nuovo mondo. Mamma morì nel 1940 in un monolocale senza riscaldamento del Bronx. Aveva 65 anni e il motivo del decesso, sul certificato di morte, era malnutrizione ». Una tragica fine che Bernstein imputa soprattutto al padre. «Mamma lo sposò per pietà perché sapeva della sua drammatica infanzia – spiega ”. Aveva cominciato a lavorare a cinque anni in Polonia e a sei era stato abbandonato dai suoi genitori. A 12 era alcolizzato. Lei cercò più volte di lasciarlo ma alla fine lui ritornava con la coda tra le gambe e lei lo perdonava sempre». La lezione più importante del libro, secondo l’autore, è «il danno commesso in nome della religione». La prima cosa che fece arrivando in America è stata rifiutarsi di fare il bar mitzvah. «Ho capito che la religione è il peggior male inflitto alla razza umana. Finché avrà presa nella mente delle persone, non vi sarà pace sulla terra. E infatti i muri invisibili, oggi, non si contano». «Penso a quello tra israeliani e palestinesi, tra neri e bianchi e tra americani e messicani» afferma Bernstein. Che rivela di voler completare la sua trilogia con Eulogy for Ruby: un libro dedicato alla moglie – conosciuta ad un rally del partito comunista – e alla sua decennale attività di correttore di bozze per Hollywood. «Avrò 98 anni o forse 100. Terminerò il libro e poi lascerò che la natura faccia il proprio corso. Questo è l’unico frammento di vita che non posso presagire: la mia morte».