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 2007  ottobre 28 Domenica calendario

MILANO

C’erano una volta le sette sorelle del petrolio nate dalla frammentazione di Standard Oil. Enrico Mattei ne criticava il potere, ma anche loro erano un simbolo del dominio dell’Occidente al quale l’Italia apparteneva. Ora, invece, che il greggio corre a 92 dollari al barile, probabilmente neanche Mattei riconoscerebbe più la geografia dei suoi nemici. E le eredi di Standard Oil - Exxon Mobil, Royal Dutch Shell o Bp - appaiono malleabili di fronte alla politica di potenza delle nuove «sorelle» russe o cinesi.
Per capire quanto in fretta sia cambiata la mappa, basta incrociare l’andamento del prezzo del petrolio dal 2003 con le classifiche delle più grandi imprese al mondo, stilata sulla base del valore di Borsa. Perché la notizia non è che il numero di compagnie della

top ten
dell’energia sia salito dalle due del 2003 alle cinque di questa settimana, mentre le quotazioni del barile triplicavano da 30 a oltre 90 dollari. In fondo tutto questo era prevedibile, per un’industria che ha costi di produzione del barile non molto sopra i due dollari in condizioni

normali.
 piuttosto la gerarchia fra le «supermajor » che segnala la rivoluzione intorno agli idrocarburi. La prova più smagliante viene da PetroChina e China Petroleum (Sinopec), due delle «tre sorelle» nate nell’82 dallo spacchettamento per regioni dell’industria di Stato dell’energia decisa da Pechino. Proprio in questi giorni PetroChina sta collocando a Shanghai un altro segmento di capitale, per un valore di quasi 9 miliardi di dollari, con una domanda risultata cinquanta volte sopra l’offerta di titoli. Eppure la scalata di PetroChina (il cui braccio operativo è Cnpc) è già stata senza precedenti: a metà 2005, con il petrolio a 60 dollari, era la quinta più grande «supermajor » al mondo con un valore di Borsa di 132 miliardi di dollari e la presenza sui listini a New York e Hong Kong. Il 20 aprile scorso (con il barile di petrolio a 70 dollari circa) era tredicesima con 205 miliardi di dollari, questa settimana era seconda e capitalizzava circa 430 miliardi: dietro a PetroChina si ritrova tutta l’aristocrazia industriale e tecnologica Usa, da Microsoft e General Electric, mentre davanti resiste solo Exxon Mobil.
Simile l’ascesa di China Petroleum-Sinopec, la seconda sorella cinese votata a coprire il fianco sud della Repubblica popolare. Era 45esima al mondo per valore il 20 aprile scorso, a 116 miliardi di dollari. Il 16 ottobre, con il greggio a 87 dollari a barile, era già nona e valeva 265 miliardi (più di At&T, quasi quanto Royal Dutch Shell) e da allora tiene la posizione.
Per le vecchie «sette sorelle», quelle contro cui si ribellava l’Eni di Mattei (al fondatore del gruppo italiano si attribuisce anche la paternità della definizione), sul valore di Borsa incidevano riserve, produzione, il bacino dei consumatori, lo stesso prezzo del greggio. Le nuove sorelle cinesi rispondono alle stesse leggi, ma hanno dalla loro anche altre spinte. Quella del governo, azionista di controllo di entrambe, prende mille forme nella sua caccia alle risorse per alimentare la crescita cinese. A Sinopec Pechino versa sussidi per indennizzarla delle perdite nella raffinazione imposte dal prezzo politico della benzina in Cina. PetroChina riesce a produrre in Africa greggio a prezzi insostenibili per gli occidentali ed è oggetto di sospetti per il ricorso al lavoro forzato: in pochi si stupiscono che le sue offerte per nuove concessioni, per esempio in Angola, siano su livelli imbattibili.
Ma anche i nuovi protagonisti russi in fondo inseguono un modello di successo: con il sostegno del proprio governo-azionista di maggioranza alla politica di espansione e di revisione dei prezzi, Gazprom è cresciuta in Borsa da 70 a oltre 280 miliardi di dollari in due anni. Ha inglobato altri pezzi dell’industria petrolifera ex-sovietica, ha messo l’Europa occidentale alle sue dipendenze per il gas e ha tessuto rapporti che vanno dall’Algeria al Venezuela. Da posizioni marginali fino al 2005, Rosneft ha invece beneficiato della liquidazione d’ufficio di Yukos e ora rivaleggia con l’Eni per capitalizzazione. E i prossimi dieci o venti dollari di aumento delle quotazioni faranno probabilmente un effetto nuovo: la nuova generazioni di «squali autoritari » dell’energia avrà mascelle abbastanza vaste per inglobare i pesci di media dimensione sul mercato. Acquisti da 30 o 40 miliardi in azioni, per le «nuove sorelle», sembrano quasi un antipasto.