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 2007  ottobre 28 Domenica calendario

MILANO

Bermuda e fazzoletto al collo, spirito di avventura e solidarietà. Nessuno, nel 1907, avrebbe scommesso su quel gruppetto di giovani «esploratori». Errore. Dopo un secolo di storia gli scout sono 38 milioni in tutto il mondo. E in Italia aumentano. Soprattutto tra i bambini. Con una certezza: «Così li teniamo lontani dal bullismo ».
Lupetto a 8 anni. Subito, appena si può. Iscritti e via, già pronti con lo zaino. questa la scelta delle famiglie italiane. Terrorizzati dalla crisi della scuola, dalla mancanza di veri educatori, dai ritmi frenetici che lasciano poco spazio (e opportunità) ai bambini, padri e madri – spesso separati – affidano i loro figli ai circa 32 mila capi scout sparsi per tutto il Paese. Maestri di vita che ogni weekend accompagnano «branchi» e «cerchi» nei boschi, insegnano loro a montare tende, a stare con gli altri, a cavarserla da soli. Sui 180 mila iscritti all’Agesci (Associazione guide e scouts cattolici italiani), oltre 57 mila sono lupetti o coccinelle (tra gli 8 e gli 11 anni). In cinque anni sono cresciuti del 40 per cento.
Boom di piccoli scout. Per convinzione (dei genitori) o per disperazione, per mancanza di tempo o per tranquillità. « un indicatore della società attuale, le famiglie cercano in noi un sostegno», spiegano gli esperti che ieri, nell’aula magna dell’università Cattolica di Milano, hanno partecipato al convegno «Cento anni di scoutismo: l’impegno per l’educazione dei giovani continua», organizzato dall’Agesci e dalla rivista scout R/S Servire. Tra i relatori, il ministro delle Politiche per la Famiglia, Rosy Bindi, l’ex ministro della Pubblica Istruzione Giancarlo Lombardi, i pedagogisti Luciano Pazzaglia e Cesare Scurati.
Un incontro per guardare il passato e pensare al futuro. Mantenendo intatto lo spirito del fondatore, l’inglese Robert Baden Powell che amava definire lo scoutismo «un gioco allegro all’aperto, dove vivere insieme l’avventura crescendo in salute e felicità, in abilità manuale e in disponibilità ad aiutare il prossimo». Tre gli elementi fondamentali: la vita di gruppo, il contatto con la natura, la solidarietà. Tre ingredienti che accompagnano il giovane nella sua crescita personale. Dagli 8 ai 21 anni.
Un percorso di «autoeducazione ». Si parte con il gioco – «attraverso cui misurarsi con se stessi e con gli altri» – e la scoperta della natura. Ogni fine settimana un «campo», un’esperienza di gruppo, sempre seguiti da un «capo». Ogni volta un tassello per diventare più adulti. Passando per il divertimento, certo, ma anche per il rispetto delle regole: con la cerimonia della «promessa», il giovane scout si impegna a rimanere fedele ai princìpi del movimento. Ovvero, come spiega il presidente di Agesci, Marco Sala, «ascoltare, comprendere, condividere».
Da lupetto a esploratore, da coccinella a guida, fino a diventare Rover o Scolte. Dall’infanzia all’età adulta, arrivando a dedicarsi completamente ai più deboli altri con il volontariato. Senza mai dimenticare la voglia di libertà che contraddistingue questi giovani esploratori della vita. Che a 21 anni, con la cerimonia della «partenza», sono pronti a entrare nel mondo. Con un motto: Semel scout, semper scout. Una volta scout, lo sei per tutta la vita.