Paolo Salom, Corriere della Sera 28/10/2007, 28 ottobre 2007
Boicottare i generali? Può anche essere una buona idea. «Ripulisce» l’immagine. E dunque fa bene agli affari
Boicottare i generali? Può anche essere una buona idea. «Ripulisce» l’immagine. E dunque fa bene agli affari. In particolare quando si tratta di pietre preziose, una delle risorse economiche più importanti per il regime di Rangoon, insieme con il gas naturale e il legname da costruzione. In realtà, quello dei rubini birmani è forse l’unico boicottaggio con qualche speranza di successo. Almeno da quando le firme più prestigiose del mondo – Tiffany, Cartier e l’italiana Bulgari – hanno annunciato che non avrebbero più acquistato pietre provenienti da quel Paese: pietre insanguinate. «Da tempo abbiamo smesso di comprare direttamente in Birmania – hanno fatto sapere le tre Case del lusso con comunicati più o meno equivalenti ”. Dopo la feroce repressione, abbiamo deciso di istruire i nostri rappresentanti perché non acquistino o mettano in vendita pietre con origine birmana anche se lavorate in Paesi terzi». Fine dei giochi. Frontiere chiuse. Anche la scappatoia della lavorazione preventiva in altri mercati non garantisce più l’accesso alle boutique sulla Quinta Strada o in via Montenapoleone. Chi l’ha detto che il lusso è senza cuore? Chi potrà ancora sostenere che le griffe pensano soltanto a far soldi? Altro che Total, altro che Chevron, abbarbicate alle loro concessioni sui giacimenti energetici birmani come cozze sugli scogli: vendere le nostre quote, hanno fatto sapere le due compagnie, servirebbe soltanto a favorire altri investitori con meno scrupoli. Oltre che risultare in una vantaggiosa «cascata» di denaro per il regime nella forma di capital gains e gettito da imposte sulle azioni. Ecco qua: i petrolieri fanno affari perché altrimenti i generali si arricchirebbero di più... Ben altra posizione hanno preso i gioiellieri americani. «Vogliamo che la nostra voce possa levarsi in favore di coloro che osano dire: "Qualcosa deve cambiare" – ha dichiarato Peggy Jo Donahue, portavoce dell’associazione «Jewelers of America» ”. Non vogliamo comprare prodotti che potrebbero sostenere un regime che di fatto non si è ancora impegnato a varare riforme democratiche ». Se a questo punto pensate che il boicottaggio delle pietre preziose potrebbe valere quanto una goccia nel deserto, è bene sapere che la giunta, lo scorso anno, ha ricavato oltre 200 milioni di euro dalla vendita di pietre preziose scavate da minatori in stato di semi schiavitù. La Birmania è celebre soprattutto per i suoi rubini, considerati di un rosso «esemplare» ed estremamente puri. Ma anche per la giada, utilizzata soprattutto in Estremo Oriente. Queste pietre vengono vendute in aste pubbliche organizzate tre-quattro volte all’anno a Rangoon. La prossima apre i battenti i primi giorni di novembre. C’è da chiedersi quanti compratori occidentali avranno il coraggio di farsi vedere nell’ex capitale. «Se era chiaro sin da prima che la Birmania non ha certo un regime democratico – ha detto al Financial Times Pamela Caillens, manager di Cartier – quello cui abbiamo assistito recentemente era violenza di Stato. Quanto abbiamo deciso ha a che fare con una risposta di tipo emotivo». Non si creda che questa reazione – quando in ballo ci sono milioni di euro – sia facilmente condivisa. Per il sito dell’unione sindacale internazionale Global Unions (www.global- unions.org), al 10 ottobre erano 427 le società di diversi Paesi in affari con la Birmania. La parte del leone, un po’ a sorpresa, la fanno gli Stati Uniti, con 39 imprese. Seguite a un passo dalla Cina con 37 (ma Pechino è il principale sponsor della giunta). Poi Singapore, Thailandia, Giappone, Malaysia e così via. L’Italia è in lista, tra gli ultimi, con quattro tour operator. Curiosamente, in elenco c’è anche un’agenzia viaggi di San Marino. C’è da chiedersi infine se il boicottaggio di un Paese poverissimo sia veramente utile per danneggiare il regime senza rendere la vita ancor più difficile alla popolazione, comunque già stremata. La prima a invitare a non fare affari con il proprio Paese è il premio Nobel Aung San Suu Kyi. «Turisti, state lontano dalla Birmania», ha detto più volte. Sul Financial Times di ieri è invece riportato l’esempio della Bagan Air, del manager birmano Tay Za, legato a filo doppio con i generali: colpita da un embargo, ha annunciato la chiusura dei voli con Singapore. Non è che l’inizio. Quanto durerà? «Non per sempre – dice ancora la signora Caillens di Cartier ”. Prima o poi il boicottaggio, speriamo, finirà: quando vedremo cambiamenti in meglio. Cambiamenti che anche noi gioiellieri avremo in qualche modo favorito». Paolo Salom I DIAMANTI DEI GENERALI La figlia di Than Shwe, Thandar, ingioiellata, con lo sposo, Zaw Phyo Win: questa immagine, un anno fa, ha fatto il giro del mondo perché mostrava, per la prima volta, lo sfarzo in cui vivono i parenti del generali